CORTE REGINA

14Dic06

di Bruno Pompa

Sensibile. Mi avevano spiegato che quel nuovo compagno di classe era sensibile. Alla tenera età di otto anni non potevo che lasciarmi sorprendere da tanto mistero. Questa caratteristica veniva bisbigliata, quasi di nascosto come fosse stata origliata da una diagnosi medica e poi passata di bocca in bocca, in attesa di un’idea più illuminante.
Ricordo molto bene che quel giorno tornai a casa in fretta per chiedere spiegazioni ai componenti più esperti della famiglia. Una famiglia un po’ allargata: l’intera casa di ringhiera era per me la culla di parentele insolite per gli altri, diverse tra loro, ma appunto tutte molto vicine. Ancora con la cartella a tracolla e tutto un po’ sudaticcio mi fermai davanti a zia Pina, tutta intenta a eliminare degli ingombranti telai di moto e bici che giacevano in cortile da sempre.
“Zia! Ma un giorno tornerà Matteo per metterle a nuovo!” esclamai.
“Matteo, Matteo. Ti han raccontato un sacco di favole qui a Corte Regina. Dammi una mano piuttosto a tener aperto il portone che tra poco questi ferri vecchi diventeranno un buon pasto caldo per il vecchietto che se li carica.”
“Matteo non torna o Matteo non le aggiusterà?” chiesi impaurito.
“Matteo è un ragazzo della tua età, che hai conosciuto quando non avevi spento ancora la tua prima candelina. Ma poi con la sua mamma è andato a vivere molto lontano da qui. E non credo tornerà per adesso. E ora che ci penso, non son nemmeno sicura che si chiami Matteo.”
Il racconto di zia Pina fu per me l’inizio di un nuovo fantasticare. Avevo perso il mio eroe, metà meccanico e metà soldato, che prima o poi avrei incontrato. Ma da qualche parte avevo acquisito un fratello. Era come non essere più solo in quel cortile. In un modo o nell’altro avrei indagato su questo legame di latte. Sentivo che in quelle parole si celava un segreto. E non sarebbe stato facile scucire altri dettagli.
Corte Regina era un luogo incantato per un fanciullo dedito a compiti e a scorazzate con gli amici nei pomeriggi. Un posto pieno di angoli, rifugi, attrezzi e con un pozzo al centro del cortile che tutte le volte ha sempre attirato le fantasie di tutti i miei amici. Non c’era pomeriggio in cui non si fantasticasse di finirci dentro. Ma ogni tentativo di gioco pericoloso veniva metodicamente smussato da un richiamo adulto proveniente da un piano qualunque.

Il giorno seguente in classe nessuno si prese la briga di stringere amicizia col nuovo arrivato. Mi feci coraggio e mi presentai.
“Ciao, io sono Carlo” dissi senza sorridere;
“Ciao, il mio nome lo conosci, lo hanno anche scritto sulla lavagna quando sono arrivato.”
“Oggi pomeriggio giocheremo una specie di caccia al tesoro a casa mia, sei invitato se vuoi venire, basta che ti presenti con una fotografia di un tuo caro parente” tagliai corto;
“Se riesco a trovarla tra gli scatoloni del trasloco, altrimenti me ne puoi prestare una tu?”
“In realtà non si potrebbe, ma per te possiamo provare a fare un’eccezione”.
Ci sorridemmo. Capii che saremmo diventati amici.
L’astuto gioco che avevo messo in piedi quel giorno era tutto finalizzato a scovare legami insospettabili in famiglia. In casa ovviamente finsi di non essere stato io l’artefice di quello stratagemma, e iniziai la mia caccia alla fotografia che mi avrebbe rappresentato in quel pomeriggio. Chiesi a tutti praticamente di darmene una. L’intera Corte Regina fu mobilitata in pochi minuti a scovare un’immagine che rappresentasse qualcuno di molto vicino a me. Ottenni prima dell’arrivo degli amici una ventina di fotografie. Alcune anche abbastanza logore e ingiallite. E una addirittura in una cornice d’argento. Mamma si è raccomandata molto di non rovinare la fotografia del nonno: svettava sul mobile della sala accanto a statuette e candelabri pesantissimi che venivano accuratamente spolverati. Fu la prima volta quella, che con una foto incorniciata mi si dimostrava fiducia.
Corsi in cortile e appoggiai la cornice sul bordo del pozzo. Il resto del bottino fotografico era fatto di carta e stava tutto dentro una cartellina con elastico.
Osservai attentamente i volti di tutte queste persone. Ero stupito dal fatto che nonostante fossero persone a me vicine, ne conoscevo o ricordavo meno della metà. Tra tutti quei volti feci la mia scelta: un biondo ragazzino più piccolo di me. Sul retro della foto c’era scritto Mattia, 1986. Matteo, Mattia. Sembrava questa la strada giusta per scoprire il segreto di zia Pina. Un nome simile. Un errore. Una semplice assonanza. E io che per anni avevo sognato il grande e valoroso Matteo. Per la caccia al tesoro decisi di affidare la foto di Mattia al nuovo amico con la casa ancora imballata. Infondo erano biondi tutti e due.
L’arrivo della combriccola fu praticamente puntualissimo. Arrivarono tutti insieme e ciascuno con la fotografia concordata. E dopo aver distribuito a tutti il premuroso bicchiere di spremuta d’arancia che nonna ci ha sempre preparato, iniziai la mia spiegazione.
Lo feci sottovoce. Non volevo che scoprissero nelle varie case il motivo per cui avevo chiesto le fotografie.
“Ragazzi oggi faremo un gioco per capire chi di noi ha talento da detective. Non daremo la caccia a un vero tesoro, ma daremo la caccia a noi. Ammesso che sappiamo riconoscerci attraverso le foto dei nostri cari.” tutti sembravano molto attenti a questa spiegazione, a parte il solito che doveva fare la battuta
“E’ come giocare a figurine senza i doppioni?” esclamò Paride
“ Io nasconderò tutte le fotografie che avete portato, e vi darò degli indizi per trovarle. Chi le trova per farle sue deve indovinare a chi appartengono. Se non riconosce di chi è il parente nella foto, la foto diventa di chi lo indovina. Vince chi conquista più fotografie.”
“Cosa si vince?” esclamò Paride
“Un giro in barca con mio zio domenica mattina” affermai inventando sul momento.
Il gioco non era quel che si direbbe una gran trovata. Le poche regole che avevo dettato servirono a intavolare un gioco del tipo “indovina chi è questo qui?!” e tutti seduti a terra ci si derideva uno alla volta. Riuscimmo anche quella volta a stare insieme fino a sera, poi, se ne andarono tutti tranne Andrea. Il nuovo amico mi chiese di raccontargli la storia del ragazzino della fotografia che gli avevo assegnato.
“Ti ho dato lui perché sei biondo” cercai di giustificarmi;
“E invece io quello nella foto lo conosco” disse lui gelandomi;
“Non è possibile, mi è stato dato da … ma che ne sai tu degli intrecci di questo posto!?” dissi alzandomi;
“E’ mio fratello e anche se non siamo identici, siamo gemelli. Tu come fai ad avere una sua foto?!” il suo tono mutò improvvisamente e fu difficile mantenere la calma.
Cercai di non farci sentire da tutti, e lo invitai a chiuderci in camera mia. Sdraiati sul tappeto e con un gran mistero da risolvere, mi sentii per la prima volta coinvolto in una vicenda più grande di me.
Sfogliammo insieme le fotografie che avevo recuperato da tutta la famiglia quel pomeriggio e dal terrazzino riuscii a intravedere la cornice rimasta sul pozzo. Gli parlai di mio nonno. Mi avevano sempre raccontato storie straordinarie su di lui. Era l’unico che non conobbi in famiglia e l’unico che è riuscito ad essere il protagonista delle storie che mi hanno più entusiasmato. Condivisi col mio nuovo amico la storia che mi piaceva di più. Ci avrebbe fatto sentire allegri prima di avventurarci in chissà quale verità nascosta dietro quel ritratto del gemello.

Nonno Luca era un fotografo. Uno di quei fotografi sia avventurosi che tradizionali. Poteva ritrarre un intero matrimonio, come sparire per mesi e tornare con un reportage realizzato in mezzo agli scontri tra militanti e poliziotti cecoslovacchi. In questa Corte lui aveva un appartamento tutto suo. Ci lavorava, ci dormiva e ci faceva i comodi suoi. Un appartamento piccolo, ma che conteneva un sala di posa con gli ombrelli per le luci e una camera oscura per lo sviluppo delle immagini. Non c’erano altri spazi. Per cui cucina, bagno e letto erano immersi in questo laboratorio. A soli vent’anni aveva ereditato Corte Regina. Tutto questo che vedi era suo. Ed era vuoto al tempo. E decise di accogliervi i suoi amici. Fece in modo che tante vite diverse confluissero e condividessero un grande spazio comune. Qui ci sono 36 piccoli appartamenti diversi. E una serie di spazi al pian terreno che mio nonno riuscì a far vivere con differenti attività. La prossima volta andiamo a visitarli insieme. Ma poco di quel che era un giorno adesso è ancora visibile.
Nonno Luca assegnò trenta appartamenti ad altrettante famiglie amiche. Persone diversissime tra loro. E da i racconti che ognuna di loro adesso mi fa io riesco vivermi il mio amato nonno. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Ma sono sicuro che se lo avessi conosciuto non avrei mai saputo tante cose di lui.

[fine prima parte]

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