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20Gen08

Domenica pomeriggio. Decido di mettere in ordine la mia scrivania, ormai sommersa di scritti di ogni genere: fogli A4, riviste, materiali pubblicitari, elenchi, quaderni, ritagli, fotografie, giornali e libri. Approfitto di questo improvviso momento di buona volontà e provo a fare un esperimento. Un elenco di abstract delle scritture che si sono sedimentate sulla mia scrivania in queste settimane. Trascriverò qualche riga di testo tratta da ognuno degli scritti in questione. Un modo come un altro per fare un ritratto di se stessi. Un utile indice per fare un po’ di ordine.

“Sono fra quanti ritengono che la fine dell’artista non sia ancora il peggio, poiché sono convinto che nei tempi a venire l’arte non sarà la cosa più importante. Ma penso che sarebbe un danno per la cultura se sparisse chi è in grado di dire alle persone la verità in modo indipendente e disinteressato”. [Susanna Bohme-Kuby]

Surfing Torino, documentario firmato da Chiara Pacilli e Davide Dileo in arte Boosta, tastierista dei Subsonica. Trent’anni di viaggio attraverso una città che nel tempo sembra aver stravolto la sua identità di ferroso centro Fiat mirando ad essere un nucleo creativo plastico e possibilmente colorato. Surfando con leggerezza sul passato e prendendo l’onda buona per il presente, i due autori si muovono tra la narrazione e lo spot. Tra le voci: Luciana Lettizzetto, Steve Della Casa, Carlo Petrini, Luca Morino, Marco Mathieu, Davide Ferrario, gli Elkann e Carlo Fruttero.

La rivista culturale tedesca Kulturaustausch ha stilato la classifica delle parole più belle del mondo, e al primo posto ha messo la parola turca Yakamoz che in italiano vuol dire “il riflesso della luna sull’acqua”.

“La network society è solo un’opportunità per trovare una compensazione delle sconfitte e delle umiliazioni causate dalla vita o che si teme essa possa provocare” [Zygmunt Bauman]

Per mettere alla prova con la Columbia, Rubin ha fatto delle richieste strane. Non voleva essere costretto a indossare giacca e cravatta, viaggiare o andare in ufficio e ha insistito per far convertire la Columbia all’ecologia, proponendo di abolire le confezioni in plastica dei cd: “Hanno accettato. Questo mi ha fatto capire che mi avrebbero ascoltato ed è stato importante per sapere fino a dove potevo spingermi. In passato non avrei potuto contribuire in modo decisivo a cambiamenti così radicali.
Su suggerimento di Rubin, Barnett ha aperto un “dipartimento del passaparola” in cui lavorano decine di 20enni. Sarà il braccio promozionale della compagnia e favorirà il tam tam attraverso le chat e i contatti vecchio stile. Il loro lavoro è creare interesse. Il vero piano di Rubin in realtà è fare in modo che le multinazionali della musica si trasformino in grandi archivi accessibili attraverso un abbonamento pagato e la musica potrà raggiungere ovunque i suoi fruitori.

“Che cos’è uno stereotipo, se non un’espressione linguistica […] che tante persone hanno maneggiato e sporcato prima di noi, una miscela linguistica assolutamente inadatta a quella parte intima di quella vostra visione che volevate esprimere?
Usare uno stereotipo significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità. [Zadie Smith]

Michelangelo Volpi, milanese di nascita ma cresciuto culturalmente negli USA, è il numero uno di un progetto che da un anno sta cercando di rivoluzionare la fruizione della tv. Joost, questo è il nome dell’iniziativa, è il primo network televisivo globale online, a cui poter accedere gratuitamente, con la possibilità di costruirsi palinsesti personalizzati.

Scomparsa dall’agenda politica e dalle teopiazze per sfinimento e binettismo, la coppia gay sta trionfando da alcuni mesi sul mensile Linus a fumetti. La disegna una star tedesca del ramo, Ralph Konig, autore di romanzi grafici diventati anche film. Intraducibile, per pudicizia, il titolo molto espressivo, che non viene però occultato, ma solo lasciato in inglese. Lo capiscono tutti. La coppia è una coppietta qualsiasi. Casualmente composta da maschi; due omini fisicamente poco attraenti, in canottiera e barba lunga, bisticcioni, impegnati più nei fastidi della quotidianità che nelle gioie dell’amore. Vanno al mercato a far la spesa, comperano le olive all’aglio e le patate, invidiano i papà etero che però li deludono rivelandosi gay; oppure litigano con il transessuale peggio di Platinette che ferisce il loro perbenismo di coppia stabile che sta andando a registrarsi in comune (in Germania). E mentre uno si concede l’ultima baracconata, l’altro, professorale, commenta: “La mia coscienza storica dice che è tempo di dimostrare agli etero che non siamo degli alieni noiosi e sessualmente deviati”. Lettura molto pacificante anche per i più omofobi. [Natalia Aspesi]

Un ragazzo solo in un freddo appartamento da fantascienza del futuro prossimo: schermo al plasma alla parete, telecamera al posto dello spioncino, computer, videogiochi, un cane robot che gira per il salotto e un boa che gira nella vasca da bagno. E’ l’ambiente al centro di NeuroHabitat. Cronache dell’isolazionismo (dal primo febbraio in libreria per Coniglio editore), il nuovo fumetto di Miguel Angel Martin composto di brevi storie di cui è protagonista un ragazzo alle prese con la propria solitudine. Martin è un quarantottenne autore spagnolo di successo, spesso al centro di polemiche, e in Italia di sequestri e processi, per la violenza e il sesso espliciti nei suoi fumetti (per adulti), che spesso hanno per protagonisti adolescenti (da cui perfino l’accusa di istigazione alla pedofilia). Tratti salienti, la forza e talvolta la crudeltà delle sue storie narrate attraverso un segno essenziale, che lascia molto spazio al bianco, freddo e allucinato, della pagina. Però, al confronto con Brian the Brain, il bambino mutante senza calotta cranica, alle prese con l’emarginazione e la cattivaria dei suoi coetanei, questa nuova serie di storie di solitudine e di piccoli orrori quotidiani sembra roba da educande: quasi nessun raccapriccio e assenza di situazioni di voluta depravazione. Ma siccome il gioco in cui Martin è maestro rimane quello di esasperare le situazioni, ecco che la solitudine di un ragazzo in una casa del futuro genera la follia che annulla i sentimenti, l’apatia immorale e nichilista. Come dire, il genio maledetto non si smentisce. [Luca Raffaelli]

Tempo fa ho partecipato a un incontro sul futuro della carta stampata organizzato dal Pulp and paper products council, a Bruxelles. Secondo me il problema non è il mezzo, ma il messaggio. Dopo molte visite nelle redazioni di quotidiani statunitensi e del resto del mondo, mi sono convinto che il problema è proprio nelle redazioni e non nelle notizie. La maggior parte delle redazioni che ho visitato funziona esattamente come quando ci lavoravo io, come se nulla fosse cambiato: certo non si usano più le macchine da scrivere (erano gli anni settanta), ma ci sono ancora i lanci di agenzia e la divisione tra inviati, giornalisti e grafici.
Le separazioni territoriali all’interno delle redazioni sono vive e vegete e stanno spingendo i giornali nella tomba. Provate a dire a chi fa la cronaca locale di interagire con gli inviati degli esteri e guardate cosa succede. Provate a suggerirgli di ignorare le notizie del giorno prima perché i lettori le conoscono già.
Le redazioni devono imparare ad andare oltre la semplice notizia e i giornalisti devono fare lo stesso. Viviamo in un epoca in continuo mutamento tecnologico e dobbiamo concentrarci sul mezzo giusto. Ecco perché alcuni giornali hanno già creato delle redazioni focalizzate sui contenuti più che sull’attualità. Sono convinto che ogni quotidiano dovrebbe avere due redazioni: una vecchio stile per il giornale online, con dei reporter impegnati a scovare le notizie, e un’altra dove i giornalisti si concentrano sull’analisi de sull’approfondimento e fanno la vera informazione. Perché come dice il direttore del giornale olandese Nrc Next, Hans Nijenhuis, “la notizia è gratis, l’informazione no”. La tecnologia della carta non è più l’unico mezzo per diffondere le notizie, ma è certamente il modo migliore per diffondere un’informazione che leghi il nostro ieri al nostro domani.
La carta è in grado di fornire un approfondimento ch, per dirla con le parole di Bruce Brandfon, editore di Scientific American, “avrà un forte impatto sui lettori”. Dobbiamo cominciare a far sentire quel profondo impatto anche nelle redazioni. Il cambiamento deve cominciare dall’interno, o i profeti di sventura continueranno a predire la fine dei giornali. Un giornale è esattamente questo: un veicolo di giornalissimo di altissimo livello che ha un forte impatto nella vita dei lettori.
Non importa che si parli di politica, cultura, finanza, spettacolo o costume: la chiave per un giornalismo di successo è l’approfondimento. Ma non è certo una novità: il giornalismo non ha smesso di essere importante, è solo cambiato il modo in cui viene distribuito.
La carta è perfetta per un certo tipo di giornalismo, internet funziona bene per un altro.
Il segreto è adattarsi e cambiare. Ma il cambiamento deve venire da dentro le redazioni, altrimenti i giornali si estingueranno. Se un giornale non è fondamentale per i lettori, il suo editore può cominciare a fare il conto alla rovescia per la sua fine. E se state ancora parlando della necessità di cambiare, è già troppo tardi. I giornali potranno avere un futuro solo se liberiamo le redazioni e il modo in cui lavorano. I tagli al personale, i restyling grafici e la chiusura delle sedi all’estero sono solo dei cerottini du una ferita ben più profonda. E’ arrivato il momento di fermarsi un attimo e ripensare alla nostra intera strategia per il futuro. [Samir Husni]

La tv generalista è in crisi. Ma intanto c’è la tv in internet: contenuti alternativi, di nicchia, sperimentali. una tv che vuole lo spettatore più attivo, partecipe al programma. Queste da tempo le promesse, e forse da quest’anno la tv via internet prenderà forma matura. Il problema sono i contenuti disponibili. “Alcune cose sono già andate in onda sulla tv tradizionale” dice Adam Daum, analista del gruppo di ricerca Gartner. Il fenomeno riguarda le due categorie di tv via internet. La prima è visibile solo su computer, attraverso siti come YouTube o software come Joost o Babelgum (il cui lancio definitivo avverrà in aprile 2008). La seconda permette di vedere i contenuti nella tv di casa. In entrambi i casi è richiesto un collegamento veloce a internet (adsl). In questa seconda categoria c’è il tipo di tv che è più rivolta al grande pubblico: l’iptv, offerta da grandi operatori telefonici. In Italia ha raccolto solo 300mila utenti contro gli 1,8 milioni della Francia; ma è stata penalizzata dai contenuti: l’offerta di Telecom Italia e di Fastweb è stata centrata su canali tradizionali e su Sky. il valore in più rispetto alla solita tv è un catalogo con migliaia di contenuti che l’utente può vedere in qualsiasi momento, con un clic sul telecomando. La buona notizia è che sono arrivate anche le Iptv di Tiscali e di Wind. Cresce la concorrenza e, stando agli operatori, nel corso del 2008 ci si differenzierà di più dalla tv tradizionale: sia nei contenuti, sia nell’interattività. [Alessandro Longo]

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One Response to “My Desktop (1)”

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