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12Lug08

Ed eccomi al secondo round di quella che io definisco “periodica pulizia della mia scrivania”. E’ una specie di rito. Stappo una bottiglia di buon vino, inizio a guardarla dall’alto, scatto anche due foto panoramiche e due dettagli (non si sa mai, dovessero mancare corredi iconografici per i propri deliri biografici), e cerco di costringere in 4 grandi pile tutto il materiale sparso. Questa operazione dura almeno metà della bottiglia. Il restante tempo è quello trascorso a spulciare e segnalare su questi post le curiosità più stimolanti. In pratica uno zibaldone incollato male, ma con le fonti rigorosamente citate. 

 

Nello scorso maggio nella campagna toscana si è tenuto un seminario di tre giorni dal titolo “Elementi di critica trans: il transito secondo i transitanti”. Uno dei temi più discussi è stato quello della storia del transessualismo e di una sua ricostruzione. La domanda da cui è scaturito il dibattito/riflessione era se esiste una prima volta dell’esperienza trans e a quando essa può risalire. La confusione nasce dal fatto che rispetto al transessualismo ci sono due approcci distinti: uno scientifico e uno culturale. Seguendo il primo il transessualismo nascerebbe in una clinica tra il 1949 e il 1952 quando viene coniato il termine specifico ed eseguito il primo intervento di cambio di sesso, quello su Cristin Jorghensen. Seguendo il secondo esso potrebbe nascere con la formazione delle prime comunità trans all’inizio degli anni ’60 o prima ancora nei cabaret di Parigi o Berlino agli inizi del secolo scorso. Sono due approcci distinti che rimandano a significati e significanti diversi, uno lo vede come patologia mentre l’altro come esperienza umana significativa. L’esigenza che emergeva dal seminario era quella di una costruzione o ricostruzione storica, una contro storia o storia dal basso e una relativa e non meno importante ricostruzione di senso. Fino ad ora la costruzione di senso rispetto al transessualismo è quella che hanno fatto gli studiosi che può dirsi scienza. Si tratta di ribaltare la questione, partendo dal soggetto e non dall’oggetto, in altre parole partire da noi, raccogliere le testimonianze, riprendere la narrazione, dirsi e riflettere sul proprio percorso e nel dare corpo a questa storia, nel suo svelarsi è implicita una ricostruzione di senso proprio, un senso Trans dell’esperienza Trans. E’ quello che mi sta a cuore ed è quello che cerco di fare attraverso i miei libri, Tra le rose e le viole prima, Antologaia dopo e ora Favolose Narranti, ricostruire il transito secondo i transitanti. Finora a parlare delle persone transessuali sono stati altri, altri che interpretano, spiegano, osservano e descrivono da fuori, aggiungendo un punto di vista, un giudizio, una lettura particolari. L’esperienza trans vista da fuori appare spezzettata, confusa, superficiale, ma se vista da dentro è una storia dotata di senso, con un suo percorso che passa dai roghi, dai manicomi, dai cabaret parigini e berlinesi, dai campi di sterminio, dalle carceri, dalla prostituzione, dallo spazio finto dei media fino alla breve ma visibile rappresentanza parlamentare. E’ la nuda vita di persone che faticano, gioiscono, sudano, sanguinano, profumano e … parlano! Alle dieci storie ho voluto aggiungere cinque saggi di cosiddetti testimoni privilegiati che approfondiscono alcuni temi legati a questioni problematiche come il rapporto con la scienza, con i media, con i servizi e le istituzioni, con il movimento glbtq, con il femminismo. Un contributo alla costruzione di un senso Trans alla propria storia. 

[Porpora Marcasciano, prefazione a “Favolose Narranti”. ed Manifestolibri]

 

E’ il vecchio saggio del punk-rock, il genere musicale anti saggezza per antonomasia. Ma se c’è di mezzo Lou Reed, alle apparenti contraddizioni non bisogna fare troppo caso. Come ha fatto il pubblico in delirio del recente South by South West Festival (Austin, Texas), quando Lou Reed ha urlato: “Io amo il punk-rock, e sono stato il primo”. Giù ovazioni, neanche fosse il profeta. Per forza, neanche un minuto prima aveva cantato da par suo “Take a Walk on the Wild Side”, in uno strepitoso duetto con Moby! Comunque, da profeta, hanno cominciato a trattarlo dal 1974, l’anno in cui per la prima volta è stato fotografato da L’Uomo Vogue (foto di Oliviero Toscani). E’ anche l’anno che vede la prima delle sue celebri resurrezioni professionali. Reduce dall’allora incomprensibile “Berlin”, l’album che gli sta pagando con gli interessi tutte le promesse mancate, Lou è pressato dai discografici. Gli chiedono qualcosa di più “ascoltabile” per uscire dalla bonaccia, e lui risponde con due botti a breve distanza, che non soltanto si venderanno bene, ma rimarranno nella memoria. Si tratta del supercult “Rock’n’roll Animal” e dell’altrettanto celebre “Sally can’t dance”. Fin dai tempi dei primi Velvet Underground, cui risale anche l’amicizia con Andy Warhol, Lou Reed vive una carriera dai movimenti sincopati, caratterizzati da successi clamorosi seguiti da inciampi e risalite. Tra balzi musicali anche troppo in là per quei tempi e impasse imbarazzanti farcite di alcool e droghe, Lou ha infine trovato l’equilibrio della maturità. Non ha certo perso in qualità, ma ora è un ricco signore pieno di interessi anche lontani dalla musica. E’ per esempio un ottimo fotografo e l’anno scorso con la mostra “Lou Reed’s New York” ha riscosso ottimi commenti della stampa e raccolto molti visitatori, sia in America sia in Europa. Ma la sua vera passione resta fatta di suoni. E devono essere di qualità. Per questo, a più riprese, se l’è presa pubblicamente con la sbrigativa usanza di massa del ricorso al formato mp3: “E’ terribile. La compressione non permette mai di ascoltare tutti gli strumenti impiegati in un pezzo”. Per il maturo signor Reed comunque, ogni pretesto è sempre buono per mettersi a fare musica, anche al di fuori dei circuiti tradizionali. Con la compagna Laurie Anderson e il sassofonista John Zorn ha da poco registrato “The Stone Benefit CD Volume 3”. Si tratta di una incredibile performance concessa per salvare dalla certa chiusura lo “Stone”, un piccolo locale newyorkese. In questi giorni però il rocker dalla voce di velluto si sta concentrando su “Berlin”, che ormai tutti indicano come il capolavoro di una supercarriera. Il 2007 aveva visto il riscatto del famoso “concept album” del ’73, che l’artista definisce “la mia opera da tre soldi”. In ogni città toccata il successo è stato strepitoso, e un bel ruolo divulgativo ha avuto anche il film di Julian Schnabel, che ha mietuto consensi al Festival del Cinema di Venezia. Proprio Schnabel cura l’allestimento scenico del “Berlin Tour 2008”, nato per festeggiare i trentacinque anni dell’album: da giugno partirà una cavalcata continentale che purtroppo, per via del mancato accordo con l’Arena di Verona, escluderà l’Italia. La direzione musicale è stata affidata a Bob Ezrin e Hal Willner. Per il resto, solita orchestra di archi e fiati e solito coro di bambini (New York Children). Per chi decidesse, la Svizzera è qui dietro l’angolo.

[Sergio Maggio – L’Uomo Vogue – N°391]

 

“Il senso di comunità più forte lo si ritrova probabilmente in quei gruppi che vedono minacciate le basi della loro esistenza collettiva e che per tale motivo erigono una comunità di identità che infonde un forte senso di forza e resistenza. Vedendosi incapace di controllare le relazioni sociali in cui si trova a vivere, la gente riduce il mondo alla dimensione delle proprie comunità e agisce politicamente su tale base. Il risultato, fin troppo spesso, è un ossessivo particolarismo come modo di far fronte o superare la situazione.”

[Jeffrey Weeks, “Making Sexual History”, Cambridge 2000]

 

Il rapporto 2008 sulla situazione dei diritti umani nel mondo è segnato da un’importante ricorrenza: il sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani. Lo scarto tra quelle promesse e una realtà tutt’altro che soddisfacente è al centro del volume, che documenta lo stato delle cose in 150 paesi e territori.

[Amnesty International, Ed. Gruppo Abele, 592 pagine, 20 euro]

 

Considerato il parente povero dell’mp3, lo streaming fatica (spesso a ragion veduta) a liberarsi da questa etichetta. Suono compresso, cattiva qualità, interruzioni continue. Non sorprende che molte persone preferiscono scambiare brani illegalmente invece di ascoltarli in streaming. Eppure negli ultimi anni questa tecnologia ha fatto passi da gigante. Radioblogclub, un sito francese all’avanguardia, fino a poco tempo fa era come un grande juke-box in rete. Ci ha messo poco ad attirare l’attenzione degli editori ed è stato chiuso nella primavera del 2007, insieme a BlogMusik.

Quest’ultimo si è trasformato in deezer.com e si è imposto come il primo sito a chiudere accordi con etichette discografiche e detentori di diritti, proponendo un catalogo di milioni di brani, tutti ascoltabili legalmente. Un servizio simile è fornito da musicovery.com e lasfm.com, che tuttavia, a seconda dei paesi, hanno cataloghi più o meno limitati. Nessun problema di legalità invece per seeqpod.com, un semplice motore di ricerca che rimanda a video e audio sparsi in rete. Il problema è che non è poi così difficile scaricare i brani messi a disposizione in streaming. E questo implica problemi legali soprattutto per i creatori di siti.

[Diane Lisarelli, Les Inkorruptibles. da Internazionale N°746]

 

Lungo il centralissimo boulevard Theodor-Heuss-Strasse la notte di Stoccarda prende vita in locali che stanno rinnovando il volto della città, come il T-O12. Inaugurata nel 2006 e intitolata a Theodor-Heuss, primo presidente della Germania federale dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la discoteca si trova al civico 12 all’interno dell’edificio che ospitava precedentemente l’Internationale Musikakademie. Per distinguersi dal rigore dei portici della grande facciata, l’ingresso del locale viene concepito come una quinta di uno spettacolo di Broadway: un pannello bianco retroilluminato in perspex cita lapidario le lettere T – O, la cui pronuncia in tedesco, Theo, sono l’abbreviazione di Theodor. Il potere evocativo della grafica e dei disegni a grandi campiture piatte sono alla base del concept decorativo di tutti gli ambienti interni, e si sviluppa tematicamente sui tre livelli del progetto al decrescere della luminosità. All’ingresso della discoteca, un grande bar allungato in Corian®, dalla forma fluida a U, scandisce la sequenza delle illustrazioni dipinte su pannelli in legno trattati con impregnante nero, in cui vengono stravolte le regole del positivo e negativo, della bidimensione e tridimensione. In fondo alla sala si aprono simmetriche, ma complementari, due piccole sale. Il privé di sinistra si caratterizza per le pareti sfaccettate e specchiate che creano vertigini proiettive e dilatano lo spazio; quello di destra, formalmente come contrappunto al primo,ha le superfici ovali completamente rivestite di tessuto imbottito opaco nero mentre il soffitto specchiato riflette il tavolo centrale. Il vano scala a chiocciola che conduce al piano inferiore accoglie frasi e aneddoti del Presidente. Al livello interrato si trovano una pista da ballo e un secondo bar, più piccolo di quello all’ingresso, il guardaroba e i servizi. Qui i motivi decorativi sono ispirati alle “sottoculture”: forme fito-zoomorfe ricordano insetti e piante carnivore che comunemente vivono in luoghi caldi e umidi. Mentre al piano superiore l’illustrazione macro di una fanciulla-ninfa si allunga su tutto il soffitto e accoglie gli ospiti disegnando il percorso verso il bar. Il banco, rigorosissimo nella sua linea orizzontale, è posto perpendicolarmente al vano scale e diventa fondale invitante grazie all’esposizione delle bottiglie su lunghe mensole cromate. Tutta l’area è occupata dalla pista da ballo principale, illuminata da giochi di luce filtrati da sette aperture circolari specchiate a soffitto. In verticale si svolge una panoramica a 360° dei profili degli edifici immaginari di Theodor-Heuss-Strasse animati da elicotteri, aquile e lampioni. Un ultimo piccolo privé permette agli ospiti di ritirarsi nel mondo vero, ritratto da fotografie. 

[Elena Vai, Ottagono N°210]

 

“Senza le utopie dei tempi andati, gli uomini vivrebbero ancora nelle caverne, infelici e nudi. Sono stati gli utopisti che hanno tracciato le linee della prima città. Dai sogni generosi nascono benefiche realtà. L’utopia è il principio di ogni progresso, il tentativo di un futuro migliore.”

[Anatole France]

 

Le forze politiche di sinistra, il cui spettro si dilata per poter accogliere tutti gli interessi ch le classi produttrici devono abbracciare per raggiungere un qualche controllo del potere statale, non hanno vissuto un momento così chiarificatore. La sinistra non è ancora consapevole di trovarsi di fronte a una scelta tra le nebbie dell’internazionalismo vettoriale e le identità fittizie del nazionalismo. Non ha ancora articolato una democrazia globale alternativa che possa assicurarle un sostegno popolare. Non ha ancora trovato la formula per disinnescare il particolarismo sciovinista e regionale. La sinistra, quando è al potere, zigzaga ansiosamente tra concessioni tattiche a una parte o all’altra, erodendo in un solo colpo l’ampio sostegno che aveva da entrambe. 

[Wark McKenzie, “Un Manifesto Hacker”]

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