intervista a MAURIZIO CECCONI

15Set08

LE ORIGINI, LA CITTA’, LA TRADIZIONE

Quando si approda a Bologna da fuorisede, ci si rende subito conto che la maggior parte delle persone con cui condividi quotidianamente le tue esperienze non sono di Bologna, ma fuorisede a loro volta. Questa dimensione per molti studenti o lavoratori è la prima esperienza di fatto di un contesto urbano ricco di varia umanità. Non si tratta proprio di multiculturalità, ma di certo ti tocca assaggiare la burrata e mangiare il pesto con un approccio più rispettoso e inevitabilmente di scambio. Essendo tu un autoctono, sapresti raccontare che esperienza hai avuto con i fuorisede e spiegare a chi non ha imparato l’abc e a far di conto da queste parti che tipo di interazioni si è perso (o risparmiato)?

In tempi in cui si millanta l’esistenza di un popolo padano di verde vestito e alabarda alla mano, in cui anche il più minuscolo campanile, dalla Romagna alla Sicilia, rivendica la sua indipendenza dallo stato-sbruffone-e-arraffone, non posso esimermi dal rimproverarti l’imprecisione geografica: sono nato e cresciuto a Budrio, non a Bologna! Se venti centimetri fanno la differenza, che dire di venti chilometri? :-D Il nome “Budrio” ha come etimo “Butrium”, ovvero “burrone”, parola d’origine umbra – nel senso della popolazione prelatina – . Il mio paesello è famoso per le ocarine, per le protesi artificiali, per i manicomi, per la patata budriese e per Quirico Filopanti, il matematico che ha inventato i fusi orari (che ci fanno impazzire di jet-lag) e per aver partecipato attivamente alla costruzione della Repubblica Romana, nel 1848, che ebbe come maggior merito l’aver deposto il Papa per decreto.

Ho abitato in paese fino a vent’anni, poi ho girato l’Europa in lungo e in largo e al ritorno ho acquistato un appartamento in città. Fin da piccolo sapevo che a Bologna c’erano “i busoni”. Erano mio nonno, mio padre, mio zio, con battute di varia natura, ad informarmi in proposito.

Nonostante la vicinanza della città che è considerata a ragione una delle capitali froce d’Italia, ho sempre avuto terrore ad espormi. Ero combattuto e afflitto. Dopo il liceo, viaggiare è stato un vero toccasana, per scoprire quanto grande e diverso sia il mondo attorno. Una pluralità che non mi spaventa più. Sono uno che s’adatta facilmente e che impara osservando.

In questi viaggi, che volevo e sapevo educativi e liberatori, non ho mai voluto fare vita gay, né ludica né impegnata. Certo, seppur imbranato e timido fino alla paralisi motoria, rimorchiavo e pasticciavo qua e là (e questo era anche uno dei motivi per cui giravo come una trottola), ma non ho avuto frequentazioni abituali,  relazioni stabili, progetti politici.

Avevo un debito da saldare. Volevo imparare, acquistare in serenità; infine tornare a Bologna, impegnarmi nella mia città, non all’estero. Non volevo fuggire dalla mia vita. Sapevo che era qui che avrei dovuto fare i conti con ciò che sono e con ciò che voglio, con me stesso e con il mondo.

Non è stato facile. La tentazione di scappare, di andare in un altro luogo (che poi coincide anche con “un altro tempo”) e costruire là una nuova vita è forte dentro ognuno di noi. E ognuno di noi ha diritto a realizzarlo dove e come vuole, sia chiaro. Nessun giudizio moralistico. Semplicemente, per me è diverso. E’ qui, in questa città, che desidero lasciare il mio segno, nel bene e nel male, nei buoni risultati quanto nei prevedibili  fallimenti che puntellano come un righello i miei 33 anni.

Dentro ognuno di noi coabitano due sensazioni opposte e credo sia illusorio appiattirsi ora sull’una, ora sull’altra. Da una parte siamo legati, sentimentalmente, emotivamente, culturalmente, ai luoghi e ai tempi che ci hanno cresciuti. La terra, i paesaggi, le strade, i colori, gli odori, i sapori, sono esperienze della memoria che non dimentichiamo e che ci regalano ogni giorno felicità o frustrazione (se inappagate). D’altra parte, siamo coscienti dei limiti delle nostre culture e dei nostri giorni, e tentiamo di realizzare il nostro desiderio di benessere e di tranquillità emigrando, cercando di vivere appieno, tutto e ora, quel tutto contraddittorio e famelico che sentiamo d’essere.

Credo che a questo punto, Bruno, non ti sia difficile immedesimarti nel duplice sentimento che provo nei confronti dei “fuorisede” – che costituiscono la maggioranza delle mie relazioni, amicali e non – . Ne ammiro il coraggio per aver sfidato il destino, per aver preso le valigie, letteralmente, ed essere emigrati, anche solo per uno, tre, cinque anni, a Bologna. O tutta la vita. Colgo altresì i segni di un “depaysement” – espressione francese della terminologia antropologica, che indica la perdita dei punti di riferimento sociali e culturali, che porta i migranti a chiudersi in sotto-comunità linguistiche, etniche; che porta ad astrarsi dal contesto sociale in cui si vive – . La prima e più pesante conseguenza è l’assenza di un impegno diretto dentro la società, per cambiarla, contestarla, sradicarla, rivoltarla. La delega, si può dire, è l’effetto del “depaysement”.

Per una persona come me, che crede fermamente che la felicità sia legata sia al lavoro personale su se stessi quanto all’impegno sociale e politico, è un nodo difficile da sciogliere. Crea tensioni e malintesi. Credo che Bologna, come città, farà un salto in avanti e regalerà più felicità ai suoi cittadini e ai “fuorisede” – che brutta parola: m’immagino qualcuno spodestato e mal alloggiato… ne possiamo scegliere un’altra? – quando aprirà ai migranti, di qualunque natura, studenti e lavoratori, le porte della partecipazione.

In questo, le associazioni come “Il Cassero” svolgono un ruolo importantissimo, in parte anche di supplenza al vuoto ideale che si respira nella politica istituzionale. Le associazioni possono dare a tutti e a tutte indistintamente, che siano cittadini votanti o no, la possibilità di contribuire alla crescita della società.

Mi chiedi un consiglio: cosa suggerire ai “fuorisede”, ai migranti, ai neo-bolognesi. Suggerisco questo: se possibile, prendete la residenza e votate in città; se il tempo e la voglia vi spingono a farlo, date una mano, non importa se piccola o grande, nelle associazioni e nelle realtà organizzate che vi sono idealmente vicine. Mescolate la vostra cultura e i vostri saperi a quelli altrui. Fateli giocare in quel calderone multiforme e caotico che risponde al nome di Bologna.

“E i tuoi bolognesi se esistono” – come cantava Guccini –  hanno il dovere di rompere il meccanismo perverso che vede una parte degli abitanti (la cittadinanza) vivere lucrando sulle fragili spalle degli studenti e degli immigrati, creando un’economia dopata, in cui gli affitti puntano alle stelle e le possibilità di crescita individuale diminuiscono drasticamente. E’ questo, credo, il primo e più disatteso compito della politica in città. A questo proposito, il recente intervento del Rettore dell’Università, Calzolari, mi è parso di una limpidezza unica per l’analisi della situazione in cui versa Bologna. E’ stato criticato duramente da chi è al governo in città, con argomenti pretestuosi e senza entrare nel merito delle analisi proposte. Un’altra occasione persa per ripensare nel loro insieme i rapporti di cittadinanza.

IL GIOCO, IL SESSO, GLI AMORI

L’iniziazione al divertimento avviene molto presto nella vita. C’è chi ha avuto solide attenzioni pedagogiche e ha giocato con trenini di legno e bambole di pezza. C’è chi ha risolto in poco tempo il cubo di Rubik e chi ha intrecciato collanine. Poi si scoprono solleciti più interessanti, si scrivono le prime lettere d’amore, si appendono poster in camera, fino alla scoperta di un altro sé, cresciuto, innamorato, corrisposto, idealista, divoratore di esperienze più complesse e appaganti. Com’è stata la tua stanza dei giochi? Con chi l’hai condivisa?

Nella mia infanzia e prima adolescenza ho avuto tre stanze dei giochi. La prima era una grande camera piena di balocchi per me e i miei fratelli e sorelle. Ci tenevamo i giochi e nient’altro. Era il nostro regno in casa. C’erano bambole scorticate dai vestiti e con azzardate acconciature punk: opera di mia sorella, una iconoclasta della barbie. Mio fratello ci teneva i camioncini, i lego, i bastoni raccolti nel parco. Io i soldatini che collezionavo, le automobiline e altri lego (che adoravo). Al centro della stanza avevamo steso una grande coperta imbottita, per poterci rotolare e restar seduti senza prender freddo (questa era la motivazione di nostra madre). Ai quattro angoli, montagne disordinate di giochi, a cui attingere secondo l’umore e i compagni presenti. Una volta alla settimana, la madre entrava e intimava: “Ordine!”, e noi traducevamo il comando nell’ammucchiare disordinatamente i giochi agli angoli. Ce n’erano così tanti e così incasinati che ricordo che alle volte recuperarne uno specifico richiedeva l’ingegno di un archeologo… Questa era la prima stanza. Ci ho trascorso giorni lunghissimi senza accorgemene, costruendo palazzi, strade di mattoncini e villaggi di contadini.

La seconda stanza richiede una spiegazione. Abitavamo una villa del settecento, distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, comprata per un tozzo di pane da mio nonno e restaurata e suddivisa in sei grandi appartamenti. La mia famiglia ne abitava uno. La famiglia della sorella di mio padre, un altro,  sopra di noi. Mio nonno aveva progettato di trasferirsi lì e portare i figli e i nipoti a condividere “la villa”, come la chiamavamo tra di noi. Non l’abitò mai e gli altri quattro appartamenti restarono disabitati per un decennio. Tutte le porte erano aperte a noi bambini e aprivano un immenso spazio in cui scorazzavamo allegramente, immaginandoci di volta in volta castellani, guerrieri, avventurieri e partigiani di ventura. Giocare a nascondino i quegli spazi era un’impresa eroica: impossibile scovare i rifugiati.

La terza stanza dei giochi era il parco della villa. Proverò a descriverlo: 9.000 metri quadri di aiuole, alberi, sequoia autoctona –  ne sono rimaste pochissime in Italia, una era nel nostro giardino ed era protetta dalla sovrintendenza dei beni artistici e culturali! -, un piccolo laghetto artificiale, un campo da calcio, orti, cortili per gli animali (oche, una capretta, galline, conigli, pavoni), grandi appezzamenti d’erba verde, massi giganti di roccia bianca artisticamente disseminati (dove giocando feci cadere mio fratello, che si ruppe un dente). Il mio passatempo preferito all’aperto era arrampicarmi sugli alberi. La sequoia era – dovrei scrivere è – cinta da rami grossi e scalabili fin quasi alla cima. La si poteva scalare senza fatica, come fosse una scala a chiocciola naturale. E lassù in cima venivi ricompensato da una vista spettacolare: avevi davanti la linea precisa della città di Bologna e dietro, le colline, sulla destra San Luca e il santuario. Mi sembrava straordinario che esistesse qualcosa al di fuori della mia casa e del mio giardino! Ero incantato da quell’orizzonte. D’estate, potevi star certo che, se non ero in casa o dalla capretta a giocare, ero lassù da solo o in compagnia di mio cugino.

L’unica altra considerazione che posso aggiungere è che, quando a tredici anni traslocammo e vendemmo “la villa”, provai il primo violento abbandono non voluto. Per anni ho sognato che un giorno sarei diventato ricco – ahahhahah – e l’avrei ricomprata per me solo. Non ci ho mai rimesso piede. Il mio fidanzato vorrebbe che gliela facessi visitare, almeno dall’esterno. Vedremo… Forse preferisco conservare intatto il ricordo che possiedo; oggi mi sembrerebbe diversa e… come dire: piccola.

Passiamo all’amore e al sesso. Fumo a causa loro. A sedici anni mi presi una cotta per L., coetaneo, rapper orfano e taciturno. Trascorrevamo ore seduti sulla ghiaia a lanciare pietrisco in strada. L. fumava Philip Morris Ultra Light. Talvolta inventava una parola che a me restava impressa e che entrava subitaneamente nel mio ristretto vocabolario d’uso. Il suo fascino su di me s’esercitava anche attraverso la lingua; era un fenomeno avvincente. Per imitarlo e darmi un’aria d’adulto pari alla sua, un pomeriggio d’agosto gli chiesi una sigaretta. La fumai tutta, con due soli colpi di tosse. Quando mi alzai, la testa mi girava che neanche la migliore skunk mi fa oggi un effetto eguale. Ogni tanto lo rivedo al Cassero, quando viene a ballare e ci salutiamo, impacciati e con affetto.

Al sesso non pensavo. Sono un tardone che ha la necessità di sbattere contro i muri per accorgersi della loro esistenza. Pensa che mi masturbai per la prima volta a quindici anni, con un fumetto “Squalo” lasciato in giro  da mio zio.

Poi a diciannove anni m’innamorai di M., di sette anni più grande di me e bisessuale. Fu una storia tormentata e dura, che finì con un feroce litigio causato dalla mia gelosia – e dalla mia incapacità a comprendere che una persona potesse desiderare sia gli uomini che le donne – . Oggi è sposato e con tre figli. E’ venuto in piazza il 28 giugno dell’anno scorso a salutarmi e, a modo suo, a riconciliarsi. Mi ha fatto piacere, anche se ero stranito dalla situazione e dall’assenza in me di qualunque sentimento per lui. Fu la prima persona a cui scrissi una lettera d’amore. Chissà se la conserva.

Ne ho scritte altre, forse migliori e più mature. Per la precisione, le ho scritte a S., ad A., a L. e a T… Forse esiste chi ne ha scritte più di me; qualcuno prima o poi m’accuserà d’essere un grafomane dei sentimenti.

***

Del sesso è difficile scrivere. Non a causa dei tabù, piuttosto perché si presta ad essere mascherato dalle emozioni. Quando mi dedico alla pagina vuota e racconto, m’ingegno a scrivere di sesso per il sesso. A osservare le scopate senza fronzoli. Una persona che si trova a novanta gradi dovrebbe essere descritta come una persona in posizione animalesca, un cazzo dovrebbe essere raccontato per i movimenti che esegue e un sedere per la calda accoglienza che offre. E non aver remore a chiamare le cose col loro nome: cappella, voglia, buco del culo, impudicizia: sodomizzami, inargentami di sborra e gemerò. Il sesso dovrebbe dare piacere per le qualità erotiche, altrimenti che sesso è? Se ci pensi, anche i migliori scrittori di narrativa omosessuale sul sesso si sono auto-contenuti: tutto è sfumato e velato. Non ricordo una scena di sesso degna di questo nome scritta da Tondelli. Occorre riconoscere che la narrativa inglese e americana è più spregiudicata. Per questo, temo che sarà difficile trovare un editore ai miei scritti, dove gli episodi sessuali espliciti sono elementi non secondari della narrazione. Avrò almeno la soddisfazione d’averli fatti leggere ai miei amici e alle mie amiche. E m’auguro che s’accendano di desiderio quanto me nello scriverli.

GLI ALTRI, IL PUBBLICO, LA POLITICA

“Mio”, “tuo”. “Io”, “noi”. Dalla scuola alla comitiva. Dalle gite ai raduni. Dalle letture consigliate a quelle necessarie per un confronto collettivo. I concerti e le mostre che lasciano un segno. Fino all’individuazione di un minimo comune denominatore che spesso chiamiamo comunità. Quanta razionalità e quanta emozione hai dosato in questi percorsi? Cosa resterà per sempre e cosa è scivolato già via?

“Mio” e “tuo” sono aggettivi possessivi che rappresentano linguisticamente la proprietà privata, al contrario di “nostro”. Li salto, per cominciare invece da “io” e “noi”, che sono i passaggi dall’affermazione di sé e dal protagonismo in prima persona all’agire collettivo e nell’interesse comune.

Sono un comunista eterodosso. Ancora prima di saperlo lo ero già inconsapevolmente, nella sete di giustizia che è la mia guida. Le disuguaglianze, le violenze, le falsità mi fanno incazzare come una pantera affamata. Col tempo ho compreso che per abbatterle, è più efficace tenersi la rabbia e usare la razionalità, studiare a fondo le ragioni che le generano, dare risposte chiare, non preoccuparsi di accontentare tutti, perché chi compie ingiustizie e mistifica “pro domo sua” ne sarà inevitabilmente contrariato. Meglio, molto meglio, abitare serenamente i conflitti, non negarli e minimizzarli. I passi collettivi in avanti si fanno se e solo se si risponde esplicitamente alle richieste di giustizia delle persone. Per questo, non mi ha mai spaventato sostenere una battaglia inizialmente di minoranza. L’esperienza mi ha insegnato che una giusta causa solo per breve tempo resta confinata a pochi sostenitori.

A diciotto anni sono stato un giovanissimo consigliere comunale. La vita politica dentro un partito non s’è rivelata la miglior scelta; troppi compromessi con l’attualità, troppe cambiali e interessi da pagare non permettono al partito stesso di possedere una visione a lungo termine sostenuta dal rigore e dall’equità.

Il luogo ideale per la politica delle idee e della giustizia credo sia nei movimenti, in quelle aggregazioni multiformi capaci di generare nuove domande, nuovi slanci ideali, nuove visioni, nuove inclusioni sociali. Qui ho trovato la mia dimensione. E qui vedo che l’intuizione di una netta separazione di funzioni tra chi fa politica nei partiti e nelle istituzioni e chi nei movimenti è per fortuna sempre più condivisa dai militanti del movimento lgbtq. Sta anche entrando nel senso comune di chi segue le vicende politiche legate all’inclusione sociale delle minoranze sessuali e questo è un altro segnale positivo del cambiamento in corso.

Parlando con una persona la cui intelligenza stimo molto, dopo una riunione politica di Arcigay, seduti al ristorante, ci scambiavamo qualche punzecchiatura sul carattere impolitico e collaterale ai poteri forti (Chiesa e Confindustria) del Partito Democratico. Lui dirigente di quel partito, io tanto affezionato all’umanità della sua gente quanto disincantato sulle reali possibilità di questa fallimentare “fenice” politica. Ci siamo chiesti perché stare in un partito e perché stare in un movimento. La mia risposta è stata: in un movimento disegni il futuro, in un partito eserciti il presente. Ne ha convenuto anche il democratico amico.

Il passaggio che sta avvenendo non sarà né lieve né indolore. Distaccarsi dalla comoda ombra fornita dall’albero del potere politico sarà dura. E’, però, la nostra sola speranza di ottenere la parità di diritti e di dignità per la quale combattiamo. Ci saranno rendite di posizione da abbandonare e capacità politiche e creative da reinventare. Qualcuno troverà rifugio nei partiti e a loro non possiamo che augurare che buona fortuna e di possedere molta tenacia. A noi che restiamo nei movimenti è affidato il compito di disegnare un orizzonte di giustizia capace di mobilitare il pensiero e le azioni di una parte sempre più consistente della società italiana, fino a renderla maggioritaria. Queste sono, come domandavi, le “cose” che restano e quelle che se ne vanno.

***

“Finora tutto ciò che è accaduto ha trovato la sua corrispondenza dentro di me. Questo è il segreto che mi attanaglia e mi sorregge, e non sono mai riuscita a parlarne con nessuno. Solo qui, sul limite estremo della vita, posso nominarlo: poiché c’è qualcosa di ognuno dentro di me, non sono mai stata completamente di nessuno, e sono arrivata persino a comprendere l’odio che provavano per me.”

E’ uno splendido passo sul dono profetico di “Cassandra”, il romanzo di Christa Wolf che mi ha insegnato la politica e la giustizia e mi ha regalato la forza di non rinunciare alla verità.

Aggiungo un paragrafo da “I quasi adatti” di Peter Høeg, la storia di due piccoli orfani, un bambino e una bambina, alle prese con la scoperta dei meccanismi che regolano il mondo; primo fra tutti, come si misura il tempo.

“Non si può mai abbandonare un bambino senza precipitare se stessi nella perdizione, mai. E’ una regola contro la quale non si può fare nulla. Lei lo sapeva. Prima ancora che lo dicessi, lei lo sapeva. Non eravamo mai stati in due, mai solo io e Katarina. Eravamo sempre stati in tre, anche prima che lui arrivasse e io lo conoscessi. Raccontai delle gallerie e del suo dossier. Non dissi molto, non ce n’era bisogno. Lei sedeva sulla cassa, chinata in avanti, e mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo li, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili.”

LA POESIA

Il metafisico è sempre un ambito fastidioso di cui parlare. Il monopolio ecclesiastico nella nostra cultura ci ha imposto un imprinting da cui si fa fatica emanciparsi. Eppure in noi fermentano molte idee e visioni non allineate. Alcune virali altre semplicemente intime. Ti andrebbe di cimentarti con un piccolo componimento poetico affinché sia possibile dare una sbirciatina all’infinito mondo metafisico che ti accompagna?

Accetto la sfida, anche se me la cavo meglio con la prosa. Lasciami però scrivere un paio di concetti “prosaici” prima del componimento poetico.

Il metafisico non è fastidioso né faticoso. Credo sia complementare al nostro rapporto con la realtà ed entrambi, da questa relazione dialettica, ci guadagnano.

Non condivido la tua opinione che la Chiesa possegga il monopolio della cultura in generale e, in particolare, della cultura cattolica. Quest’ultima appartiene a tutto il paese e a tutte le persone che ci sono cresciute. Possiamo, anche non essendo credenti, elaborarla e stravolgerla. Come disse Benedetto Croce (giusto per restare nel “metafisico”): non possiamo non dirci cattolici. Proprio per questo, abbiamo il diritto di lavorare su una cultura che ci appartiene e che sarebbe superficiale identificare esclusivamente con l’oppressione e la repressione. La cultura cattolica è anche la magnificenza dell’architettura gotica, la sensualità delle crocifissioni dei santi, la solidarietà e l’umanesimo. Alla Chiesa piacerebbe possederne il monopolio e lo rivendica spesso a gran voce. Come un disperato che urla. Ti ricordi le aspre polemiche che sono fiorite attorno alla mostra di CarniScelte “La Madonna piange sperma” e a quella di Arcilesbica che ospitava la rilettura dei dieci comandamenti? Tolte le ovvie considerazioni sulla pretestuosità di quelle critiche – che avevano come obiettivo l’oscuramento sia del successo del Pride appena svolto a Roma che della grande partecipazione bolognese alla manifestazione – , appunto, tolto questo rumore di fondo, di quelle critiche resta la pretesa di essere gli unici, veri, ortodossi interpreti della cultura cattolica; resta la rivendicazione di un monopolio, che uccide, prima di tutto, l’espressione di ogni dissenso dentro le comunità di credenti: “Sacrilegio la rilettura dei dieci comandamenti!”, “Offesa la Madonna di San Luca!” e giù lamenti e insulti agli artisti e ai movimenti e via a grottesche messe riparatrici e ad aspersioni di acque sante e alla diffusione di massa di ostie consacrate. Ci tengo a ribadirlo con forza: accettare questo monopolio è un errore, è un atto di masochismo politico. Dobbiamo dar voce ai dissensi – che esistono – e incentivare chi sulla cultura cattolica esegue un lavoro di ribaltamento e di liberazione. E come politici, rispettare l’autonomia dell’arte. Anche lei ha “qualcosa di politico” da comunicare. Ascoltiamola.

Infine è bene sottolineare che la cultura scientifica e umanistica, sociale e politica occidentale s’è da tempo emancipata dal giogo dell’oppressione ecclesiale e che ha prodotto e produce saperi di liberazione. Studiarli aiuta a cambiarsi e a modificare il mondo circostante. In questi giorni mi sto dedicando alla “Storia della castità” di Elizabeth Abbott. Un testo molto interessante che analizza la rimozione del sesso in diversi periodi della storia e in diverse culture del mondo.

Adesso mi tocca la poesia… Diobono! Sono anni che non ne scrivo una…

Vigor Mortis

Balla balla balla il valzer
L’oscura signora con la falce,
Balla balla un valzer il desio
Erezione in spalla e bastone alla mano,
Fino all’ultima pace l’amor villano.
***
[l’intervista è stata realizzata nel mese di agosto 2008]

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8 Responses to “intervista a MAURIZIO CECCONI”

  1. Brava la Pravda! Adoro.
    Ma solo un appunto in cui non mi trovi d’accordo (critiche alla letteratura italiana):
    un nome su tutti, Aldo Busi.
    Dimenticasti?
    In castigo sui ceci!
    tua
    L

  2. Bella intervista:una poesia in prosa La frese” Sono un comunista eterodosso. Ancora prima di saperlo lo ero già inconsapevolmente, nella sete di giustizia che è la mia guida” la utilizzerò in qualche mio intervento. Complimenti un fan Napoletano!

  3. @latavia: ma grazie!!! cmq, io i libri della busi li lessi e non li trovai sessualmente esplciti ;-)

    @salvatore: quando ascolterò la mia frase pronunciata con un lieve accento napoletano gongolerò di piacere :-D

  4. 4 flavia madaschi

    bravo? è riduttivo,mi sei piaciuto moltissimo un bacio flavia

  5. mattia, vendimi la tua mamma!!! :D

  6. 6 Aurora

    Ciao Maurizio, ti ricordo in giro per San Lorenzo, in quello splendido cortile cinto di colonne tristi e sgarupate… Tu ricordi? Mi fa molto piacere leggerti così maturo ed al contempo aperto a quello che il futuro potrà regalarti! Ti mando un abbraccio, sei sempre stato un grande!

    Aurora

  7. Ciao Aurora!!! Certo che ricordo… A modo loro sono stati bei giorni anche quelli di San Lorenzo… Ti va di scrivermi alla mia mail, così ci scambiamo due saluti e i nostri rispettivi contatti. La mia mail è maurizio@puta.it . Un bacione forte, m.


  1. 1 E i tuoi bolognesi se esistono | Intervista a Maurizio Cecconi | PUTA. A QUEER INVADER

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