Articolo 3

23Gen09

Anche se nell’articolo 3 della nostra Costituzione manca ancora la specifica sull’orientamento sessuale, possiamo dire che l’essenza della nostra democrazia sta tutta concentrata in quelle poche parole “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Concepita nel secondo dopoguerra da persone con un’idea profonda dello Stato, la Costituzione Italiana è il sunto dei contributi di area cattolica, confrontati e modulati con i contributi dell’area di sinistra. La giustizia sociale è stato il vero ambito in cui è nata e cresciuta la cultura di sinistra. Le più grandi lezioni di sinistra ricordo di averle avute leggendo don Lorenzo Milani al liceo e Noberto Bobbio nei primi anni di università. Sono loro ad avermi infuso un forte senso di giustizia, di ripudio di ogni discriminazione e di rispetto dei diritti civili e politici. In tutti questi decenni di vita democratica, l’articolo 3 della Costituzione resta un miraggio: non si è riusciti nemmeno a farne una bandiera per il proprio agire politico, tanto al centro quanto a sinistra. Porre l’accento su quelli che comunemente in tutto il mondo chiamano diritti umani dovrebbe essere al primo posto nella graduatoria dei valori condivisi all’interno di tutti i partiti che fondano la loro esistenza sulla giustizia sociale. E invece così non è, e non è stato. C’è voluto un cambio di guardia oltreoceano per sentir parlare di punizione della tortura per la prima volta dopo tanti anni. Quello che è considerato uno strumento barbaro al servizio di una legge marziale che considera nemico chiunque sia tacciato di sospetto, è stato ripudiato in accordi internazionali, quando il lume della ragione pose fine agli orrori della Seconda Guerra mondiale. Eppure ancor oggi in Italia non c’è una legge che dichiaratamente punisca la tortura. Nemmeno dopo gli episodi di “macelleria messicana” messi in atto durante il G8 di Genova. E, purtroppo, nemmeno nella coscienza dei nostri governanti è valso a qualcosa il grido di richiesta di asilo politico nei molti casi in cui abbiamo rispedito nelle rispettive patrie soggetti che sicuramente sarebbero stati torturati. A macchiarsi di azioni di questo tipo sono stati anche governi di sinistra e a testimoniarlo ci sono gli accreditati monitoraggi realizzati da Amnesty International. Una politica che prenda sul serio queste istanze, che indichi la strada per un mondo privo di discriminazioni, in questo momento è totalmente assente. Non costerebbe nulla da un punto di vista economico. Resta solo la macroscopica superficialità con cui questi aspetti di primaria importanza vengono trattati. Come può dirsi democratico un paese che non garantisce un rapido processo? Come può dirsi democratico un paese in cui il sovraffollamento carcerario riduce parte della popolazione in condizioni spaventose, contro ogni accordo internazionale? Come può dirsi democratico un paese in cui l’approdo continuo di clandestini viene gestito in modo raffazzonato e spesso con coloriture razziste da far venire i brividi? In tutti questi decenni di vita democratica, le strizzate d’occhio all’articolo 3, per porre rimedio a queste impressionanti problematiche, sono state solo due: una fantomatica Commissione per i diritti umani messa in piedi da Craxi nel 1984, che avrebbe dovuto guidare il governo elaborando idee e piani d’azione e addirittura confezionare una legge organica; e una legge del 2001 a firma Michele Pinto che avrebbe risarcito le vittime di processi troppo lunghi. Entrambe si sono rivelate soluzioni di facciata, che non hanno risolto un solo problema di fondo. Sarebbe tempo di riforme di grande respiro, di cose fatte con la consapevolezza con cui quei signori dopo la guerra si sono messi ad un tavolo e hanno immaginato il futuro di questo paese. C’è bisogno di un grande senso di responsabilità e di serietà per ridare a tutti e a tutte la speranza in una politica che oggi non ha più senso chiamare di sinistra o progressista. Al presenzialismo spettacolare della destra, la sinistra sa opporre un presenzialismo istituzionale in organismi sterili. Sempre la solita routine della corsa al potere, che una volta raggiunto non si sa farne un buon uso. I vecchi nomi della sinistra, trattati oggi come scheletri in un armadio da una cultura mediatica di basso profilo, hanno sempre saputo anteporre l’interesse collettivo alle proprie carriere.

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