AFFARI TUOI

27Mar09

Da qualche settimana ho deciso di seguire con attenzione la stampa italiana di destra. Si, quella stampa che solitamente si snobba come un caffè fatto male, oppure come un fastidioso viaggiatore con cui dividere lo stesso scompartimento. Ho deciso insomma di accontentarmi di altri sapori e di incuriosirmi a quelle argomentazioni capaci di fidelizzare molti lettori di questa italietta. Tra le varie testate ho iniziato ad acquistare tutti i giorni Il Giornale, e cerco di stare appresso anche agli aggiornamenti online attraverso i suoi RSS. A parte qualche appunto sulla nuova veste grafica della versione cartacea, che preferivo classica e austera com’è sempre stata, devo ammettere che alcune inchieste e gli svariati spunti che offrono le pagine culturali non mi hanno mai fatto rimpiangere finora l’euro investito. Conservando ritagli e salvando articoli in digitale, ho potuto constatare facilmente che un leitmotiv è sicuramente l’annichilimento sistematico dell’associazionismo italico, e in particolar modo di quello di sinistra. D’altronde cosa aspettarsi da un organo di informazione che nel suo colophon riporta Paolo Berlusconi, Luna Berlusconi e Alessia Berlusconi come vertici della gerenza? Ma nelle ultime ore le mie forbici si sono imbattute in un’intervista a Daniele Nardini sul bilancio consuntivo di Arcigay del 2008. Un argomento abbastanza tecnico, e soprattutto che mi aspetterei di trovare su una mailing list interna all’associazione, come di solito accade in questi casi, affinché il dibattito possa soddisfare le curiosità più sfrenate e i dirigenti possano essere interrogati su metodi e prassi poco accette. Leggo l’intervista e mi rendo conto che porta la firma di Paolo Beltramin, ovvero il nome più ricorrente della testata nel processo di annichilimento sistematico dell’associazionismo di sinistra. Di solito la firma la leggo prima di avventurarmi nel corpo degli articoli. Ma stavolta è stato irresistibile spulciare subito tra le risposte di un “Io, gay, vi racconto la casta Arcigay”. In un primo momento pensavo avessero ridato la parola a Povia. Peccato non si trattasse di questo. Mi son trovato per la prima volta di fronte alle parole del “direttore editoriale di gay.it”: un sito creato da militanti dell’Arcigay nel 1996, che ebbe la lungimiranza di concentrare in quel facile dominio, non una casta, ma un movimento. E che nel 2000 venne quotato in borsa, e nel 2001 si ritrovò a ospitare i banner per la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. In seguito a queste scelte politiche molti circoli e realtà del movimento per i diritti civili salutarono elegantemente l’esperimento e si collocarono su altri server e indirizzi. Ricordo un intervento dell’allora presidente del Cassero di Bologna Samuele Cavadini che tentava preventivamente di esternare lo sdegno di fronte a tanta pochezza. Ghei punto it, come molti suoi interlocutori commerciali la scriverebbero, si ritrovò a vendere il corrispettivo di tette e culi del mondo gay. Forti di una collocazione dominante nel panorama dei media, che ti vuole prono ai suoi disegni politici e di comunicazione, i gestori del sito si trasformarono da elementi importanti per la crescita del movimento, a un misto di bottegai di riviera, ma titolari di un circolo Arcigay e di un grande sito quotato in borsa. Questo si che fu un fallimento per il movimento gay. Quando in Parlamento i partiti ti concedono un solo seggio, che porta il nome di Franco Grillini, non possiamo lamentarci del fatto che lui poi non sia riuscito a portare a casa nulla, quando il portale-super-strafigo-di-sta-minchia punta a raccattare click mettendo in prima pagina il sondaggio “quanto ce l’hai lungo?”. Eppure sembra che la direzione editoriale di seconda generazione sia pronta a denunciare con un dossier e con un’intervista tutti i fallimenti di un’associazione, che in sintesi si riducono a una partita sfigata di Affari Tuoi (per i profani, il gioco dei pacchi su raiuno). Se vogliamo parlare di efficacia delle politiche per il riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, non possiamo farlo parlando dei rimborsi spese viaggio e hotel dei dirigenti di un’associazione, o meglio, lo si deve fare nei luoghi opportuni per la risoluzione di questo metodo gestionale, ma non certo utilizzando i media nazionali, mettendo in ridicolo, diffamando e dando giudizi da bar su un’associazione che conta al suo interno molte intelligenze, molti sforzi e molte speranze. Il panorama odierno è preoccupante, e su questo non voglio fare retorica, ma l’omofobia in cronaca e i preservativi in prima pagina li ho letti un po’ dappertutto. Dal direttore editoriale di un “grande” sito web mi aspetto idee, analisi appropriate, addirittura comparate con le esperienze di altri paesi. Mi aspetto un punto della situazione sulla questione comunicazione, e su come essa viene gestita all’interno di un movimento che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. E invece no. Mi trovo di fronte alla pochezza di cui sopra. Ad un incuriosirsi a vicenda tra media votati alla cultura della fuffa. Infondo, diceva Brecht “quando la stupidità dilaga, diventa meno visibile”. Nel 2001 smisi di digitare gay.it. Mi è venuto molte volte lo scrupolo di aver preso una decisione troppo drastica. Oggi finalmente ho avuto la conferma di aver fatto una scelta giusta. Continuerò a seguire la sua voce sulle pagine de Il Giornale.

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2 Responses to “AFFARI TUOI”

  1. 1 marco

    si, è stata una scelta giusta quella di prendere le distanze.
    allo stesso modo sarebbe opportuno non dedicare la serata del sabato sera a ragazzini omofobi e violenti che allontanano con le maniere forti gay e lesbiche dalla sede nazionale dell’arcigay, il Cassero. Sono un torinese da sei anni trapiantato a Bologna, e devo dire che la delusione nei confronti dell’arcigay di questa città è stata tanta.
    non solo per scelte discutibili come quella sopra citata, ma anche per la spiacevole sensazione di CASTA che avverto quando vengo in sede per partecipare a momenti associativi che non siano “l’andare a ballare”.
    siete chiusi nel vostro piccolo mondo e un filino troppo autoreferenziali, a parer mio.
    BacioLeMani
    Marco

  2. ciao Marco,

    io sono arrivato al Cassero poche settimane dopo il mio trasferimento a Bologna, non conoscevo nessuno, e sin da subito mi è stato possibile partecipare a tutte le attività cui ho desiderato prendere parte; se dopo sei anni non sei riuscito in alcun modo a intrecciare il tuo destino con quel posto, probabilmente non fa per te.
    Da anni ci confrontiamo con l’apertura del Cassero alla città, soprattutto relativamente alle serate di maggiore affluenza. Ci sono pareri discordanti: alcuni preferiscono un più comodo e omogeneo gruppo dalle stesse preferenze sessuali, altri invece preferiscono mescolarsi con chiunque scelga di varcare quella soglia. Probabilmente il Cassero preferisce la seconda ipotesi. D’altronde la prima è praticata in molti recinti cittadini. Al di là dei pareri, quel che conta è questa scelta. Aprirsi a tutti e a tutte per tanti anni continua ogni giorno ad essere un’esperienza di confronto complessa e stimolante per le persone che operano nel circolo. A mio avviso impagabile rispetto alla creazione e tutela dell’ennesimo battuage. Venire al Cassero per molte persone vuol dire mescolarsi, intrecciarsi, capirsi e convivere. Mi spiace sentirti dire che l’unica esperienza possibile sia l’incontro con violenti e omofobi. Posso solo consolarti facendoti presente che in tanti lavoriamo ogni giorno affinché questo non accada. E di solito chiediamo uno sforzo in questa direzione a chi crede nel valore di questo approccio.

    BacioLaMinchia
    Bruno


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