VADO A VIVERE IN CAMPAGNA

21Ago09

Trascorrere il mese di agosto in città, e per città intendo una di quelle località che si svuotano per assenza di corsi d’acqua o prossimità al mare, è un’esperienza unica. Il clima, la socialità, i ritmi, i servizi di base, l’intrattenimento, tutto assume caratteristiche che sarebbe impossibile ritrovare in altri periodi dell’anno. E dubito che qualcuno abbia tutta questa voglia di sperimentarle. Basta sfogliare uno a caso degli infiniti diari intimi scritti in queste località e in questo periodo, e ci si accorge subito dei temi ricorrenti che accomunano le sopravvivenze in contesti tanto avversi all’edonismo estivo.
Un aspetto in particolar modo mi ha lasciato stupefatto: il traffico. La quasi totale assenza di automobili che permette in alcuni casi di camminare per strada in tutta tranquillità. Riappropriarsi, passeggiando, di quell’enorme fetta di città che abbiamo dato in concessione ai trasporti può essere appagante ed estraniante al tempo stesso. Non ho la patente di guida, non amo i motori, ma per ovvi motivi anche io calco questo asfalto a bordo di automezzi pubblici o privati. Nell’afa estiva d’agosto, però, salire su un automobile significa correre via dalla città per raggiungere qualche periferica frescura. Venti, trenta, quaranta minuti di percorso e intorno si staglia un panorama totalmente diverso. E dentro il nostro animo di prigionieri estivi metropolitani si fa strada un desiderio. “Vado a vivere in campagna”. Detta così, può sembrare un’esagerazione da colpo di sole, ma in realtà sono sempre più le persone che si allontanano dalla città, pur mantenendo con essa un contatto quotidiano, soprattutto lavorativo. Attratti dall’idea di una casa più grande e più silenziosa, dalla possibilità di avere un fazzoletto di terra e dall’aria più salubre, si affronta questo cambiamento senza tener conto di un fattore determinante: il traffico. Sempre lui. Quello che in estate risulta essere il grande assente, durante il resto dell’anno può rivelarsi letale per la nostra salute psicofisica. Ritrovarsi a fare il pendolare su un percorso che è sempre lo stesso, ma che ogni giorno muta il suo aspetto sfinente è una considerazione da mettere sul piatto della bilancia. Il traffico è imprevedibile e questo aspetto lo rende una vera e propria tortura. Studi psicologici hanno accertato che anche il peggiore dei traffici con ingorghi continui è sopportabile se costante, sempre uguale a se stesso, puntuale, rispetto al solito imprevedibile caos stradale che ci rovina pianificazioni e nervi. Ogni giorno un inferno diverso. E ci si ritrova a bestemmiare e a non sapersi spiegare il come ed il perché di un fenomeno così inafferrabile. In realtà una spiegazione logica c’è, e la forniscono numerosi studi, i quali concordano nell’affermare che ogni strada ha una sua densità critica, che corrisponde al numero di automobili che la strada stessa è in grado di accogliere in modo efficiente. Quando si va oltre questo limite il flusso inizia a crollare. E ogni piccolo gesto, come ad esempio un piccolo tocco di freni, scatena una cascata di luci rosse degli stop. E improvvisamente la strada si trasforma in un grande parcheggio. Un team di fisici dell’Università di Nagoya sostiene che un ingorgo si forma come un cubetto di ghiaccio: in questo caso la soglia critica è la temperatura, che innesca un rallentamento di gruppi di molecole fino a formare un reticolo cristallino, che si estende poi alle molecole vicine.
I tentativi per mantenere un buon livello di accoglienza delle strade sono numerosi, tra questi i semafori, oppure le luci rosse in autostrada che ci segnalano in anticipo i momenti critici. Anticipare la criticità è l’unica soluzione. Le formiche, ad esempio, che si incolonnano per trasportare cibo nel formicaio, di fronte ad un ingorgo reagiscono mettendo in campo alcune unità che fungono da vigili urbani e impediscono ulteriore afflusso in quella via, costringendo le altre a trovare strade alternative. Con i nostri potenti mezzi tecnologici dovremmo essere in grado di anticipare situazioni critiche con un semplice monitoraggio GPS. Alcune compagnie telefoniche in accordo con le società di gestione delle strade offrono questo tipo di servizio. E tutto pare funzionare meglio. Anche se il traffico sembra governato da una casualità assoluta, in realtà non c’è nulla di inevitabile in una paralisi. Non impareremo a guidare come le formiche, ma è anche vero che non è un caso che nel mese di agosto è possibile passeggiare sulle carreggiate cittadine. Ma io insisterei sul fatto che rendersi pendolari ha senso solo se si guadagna almeno il doppio di quello che si guadagnava raggiungendo il posto di lavoro comodamente a piedi.

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2 Responses to “VADO A VIVERE IN CAMPAGNA”

  1. 1 louise camioneuse

    pendolare e campagnola sogno di camminare al lavoro, e che città accaldata sia pure.
    il traffico certo, ma l’impossibilità di soluzioni tipo park and ride rendono le grandi città d’italia un incubo per l’automobilista incallito, se poi si pensa alla rete di trasporto urbano…

    se solo potessi tornare a genova…treno regionale, fermata a pontetto, scogli e bagno prima di cena.
    e forse passerebbe la paura :)

  2. 2 lol

    cia louise resta a fare la hippie sposata di nascosta finta designer in valle..


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