“squilibrati affetti da sindrome del Vaticano mettono a ferro e fuoco la città”

09Set09

Omofobia è una parola fin troppo “colta” per poter essere intesa dalle persone che la vivono; da tempo immemore ci chiamano con nomignoli tutt’altro che raffinati, e giusto per renderci conto di cosa sto parlando provo a fare un breve elenco: froci, rottinculo, pederasti, ricchioni, culattoni. Sicuramente chi usa in senso dispregiativo parole di questo calibro non comprende la gravità del lemma omofobia. Questo gap culturale crea almeno due ordini di problemi. Il primo, e il più ovvio, è che usando questo termine politicamente corretto non ci facciamo intendere dai reali destinatari che soffrono di questo disturbo psichiatrico, con conseguenti problemi di efficacia del nostro operare. Il secondo, meno ovvio, ma che sta prendendo forma sotto gli occhi di tutti, è che a intendere il significato, nella sua forte carica socialmente problematica, è quella parte di cittadinanza che finora o ci ha preso in giro politicamente, socialmente ed economicamente, oppure gode di uno status immeritato basato sullo sfruttamento dell’ignoranza del popolo e usa a suo vantaggio l’intendere questo significato e che sotto sotto ci vorrebbe vedere bruciare ancor prima che ci brucino le fiamme del loro stupido inferno. Per inciso, è doveroso citare il continuo accostamento da parte delle gerarchie vaticane della nostra condizione a quella dei pedofili e addirittura degli zoofili. Questo si che è un livello di omofobia colto e organizzato, con terribili secondi fini ed effetti socialmente devastanti.
L’ultras o il naziskin di turno cosa capirà meglio, pedofilia o omofobia? Il suo braccio si arma contro di noi a difesa di quale superiorità? Sbandierata da chi? Legittimare qualcosa vuol dire anche offrire le parole giuste e i concetti giusti per alimentare l’odio o la pace.
E’ proprio sull’uso delle parole che si conquistano nuovi orizzonti. Le parole sono importanti. Le parole sono pietre. Potrei citare infiniti altri esempi di affermazioni che centrano sulla parola l’importanza della nostra vita nel costruire il senso della civiltà che ci sopravvive.
Per molti anni, come movimento, ci siamo concentrati nel far capire a tutti la differenza tra coming out e outing. Lo abbiamo fatto addirittura usando parole straniere. E’ probabile che la nostra amata lingua non ci avrebbe ritagliato un dignitoso spazio per distinguere tra “venir fuori allo scoperto” e “sputtanamento”. La complicazione nell’uso di queste due paroline inglesi è stata sicuramente la strada più breve per dare un nome a due situazioni specifiche che tutte le persone omosessuali vivono o riconoscono. E lo abbiamo fatto scegliendo il percorso che meno di tutti si prestava a sconfinamenti nel triviale italian style. Ma anche qui, le parole non hanno avuto facile fortuna. Basti pensare al fatto che i principali quotidiani italiani ancor oggi le riportano senza capirne la differenza. E sono trascorsi 40 anni da Stonewall.
Lo stesso, e forse peggio, si può dire dell’acronimo LGBT. Siamo malati di correttezza e inclusione. E facciamo di tutto per architettare soluzioni linguistiche omnicomprensive e internazionalmente accettate affinché la comunità che andiamo costruendo giorno dopo giorno non resti impantanata nel provincialismo italico. Ma nel frattempo, ci tocca prendere atto che l’Italia, insieme alla Grecia (che addirittura usa un’altro alfabeto), sono i due fanalini di coda nel riconoscimento dei nostri diritti. Eh si, facciamo un pò di retorica, proprio quei due territori in cui si praticava e decantava “l’innominabile vizio degli antichi”. Due paesi in cui vige ancor oggi il “si fa, ma non si dice”. E questo vale in tutti gli ambienti. Liberissimi quindi di scopare con un prete, con un nazi, con un politico di destra, con un politico cattolico o con un politico di sinistra. Ma nessuno parli di amore. E soprattutto nessuno lo dica a mia moglie o ai miei amici. Il frocio-bastardo-rottoinculo-culattone deve restare tale. E ogni volta che manifesta assurdi sintomi di riconoscimento della sua dignità, deve essere violentemente ricacciato negli inferi da cui proviene. E soprattutto dove posso pure ritrovarlo in caso di immediato bisogno.
All’origine delle democrazie moderne c’è stata una rivoluzione al grido di Liberté Egalité Fraternité. Alcuni secoli sono trascorsi, e qui sembra che nessuno abbia fatto sua questa grande lezione. Sono circa vent’anni che va avanti la pantomima del tira-e-molla sui nostri diritti con la sinistra. E non abbiamo ottenuto nulla. Ma il catalogo dei pateracchi bizantini per riconoscerci è cresciuto: Unioni Civili, Pacs, Dico, Cus, Didore. Tutto questo per dimostrare a noi una sostanziale ipocrisia e al mondo un’infinita incapacità politica, a partire dal non saper dare un nome alle cose. Un nome c’è, esiste, è comprensibile da tutti e tutte, nessuno può contraddirlo, nessuno può permettersi di attaccarlo senza precipitare nel ridicolo. Questo nome è Uguaglianza. Non parità, attenzione, uguaglianza! E’ da qui che il movimento vuole e deve ripartire. Uguaglianza incondizionata. Uguaglianza pura. Nessun particolarismo. Nessun compromesso. Siamo tutti uguali. Lo dice la costituzione. Lo deve dire anche la legge.
Si tratta di una parola comune, popolare. Un concetto di difficile storpiatura. Rivendicando l’uguaglianza avremo modo di segnare un solco netto tra ciò che è democratico e ciò che non lo è. Il movimento lgbt italiano si è dato appuntamento a Roma il 10 ottobre prossimo per ripartire da questo concetto. Per intraprendere la strada più diretta per il riconoscimento del nostro status di cittadini e cittadine uguali.
Prepariamoci a parlare una lingua più semplice, più diretta, sui nostri cartelli, sui nostri striscioni, dai nostri megafoni. Facciamo in modo che i giornali di domani al posto di titolare “naziskin omofobi aggrediscono omosessuali” escano con titoli tipo “squilibrati affetti da sindrome del Vaticano mettono a ferro e fuoco la città”. Sarà presto un mondo diverso: tutti uguali, davanti alla legge.

Bruno Pompa

editoriale magazine Cassero set-ott 2009

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3 Responses to ““squilibrati affetti da sindrome del Vaticano mettono a ferro e fuoco la città””

  1. spero che presto possa esistere davvero un mondo in cui ci ritroviamo ad essere tutti uguali, davanti alla legge soprattutto!

    ti segnalo questa recentissima vicenda, che di sicuro conoscerai già, in cui ancora una volta la chiesa dimostra andare contro ogni diritto umano . . .

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2009/8-settembre-2009/cacciato-curia-perche-cambia-sessoluana-si-veste-uomo-torna-duomo-1601744723284.shtml

    ciao bruno!
    a presto…

    • ciao Roberto,

      si, conoscevo già la vicenda;

      il problema non è più la chiesa, che purtroppo è chiamata a governare col suo potere in terra il regno dei cieli;
      il vero problema sono le persone che strumentalmente, in virtù di questa delirante visione del potere, assecondano questi uomini in gonnella, e addirittura arrivino a nominarli loro capi spirituali.
      La chiesa non ha argini, laddove il mondo le permette di agire indisturbata. Numerose e delicate questioni di noi esseri umani sulla terra soffrono di un veto o di una interpretazione religiosa che ci impedisce di regolare ciascuna cosa al meglio.
      Quando ce ne accorgeremo tutti… sarà troppo tardi… poiché già da troppi millenni questa manica di uomini corrotti (finti visionari) cerca di replicare il suo potere a spese dei più deboli.

      FUCK VATICAN SYSTEM

      b

      • purtroppo questo è vero . . .

        colpa delle persone che danno la possibilità al VATICAN SYSTEM di fare ciò che vogliono, e soprattutto in maniera indisturbata, è proprio questa la cosa più grave!


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