chi sono

bruno pompa

Bruno Pompa

art director

classe 1968

residente a Bologna

Sono nato a Pescara il 17 ottobre del 1968. Fino ai 19 anni, età in cui sono approdato a Bologna, ho vissuto a Modena, Pescara e Milano, distribuendo in tutte queste città stralci dell’infanzia, della pubertà e dell’adolescenza. Un inizio decisamente nomade rispetto alla media nazionale, ma quando in famiglia serpeggiano divorzi e trasferimenti per lavoro, i figli seguono i genitori senza fare troppe storie, nonostante si ritrovino ad abbandonare amicizie, amori, insegnanti e abitudini di ogni tipo. Sin da piccolo collezionavo riviste e di conseguenza ogni trasloco era un trauma, dovendo rinunciare ad ampie fette del mio amato fardello. Quando i miei decisero di trasferirsi definitivamente in Cile avevo 16 anni. E in quel momento feci una delle mie prime grandi scelte: andate pure, io rimango qui!
Fu una scelta che mi costò tanto, dato che i miei reagirono semplicemente in forma di ricatto: se vieni con noi avrai tutto, se resti in Italia ti arrangi. E di conseguenza da quel giorno ho dovuto fare tutto da me. In questi casi o si cresce molto in fretta oppure si soccombe al destino che in un’età così turbolenta si presenta di solito in forme crude e complesse. Per quel che mi riguarda posso dire che da adolescente ero già abbastanza maturo da capire quel che volevo e da desiderare un’indipendenza rispetto ai capricci di una famiglia pronta a soddisfare solo le sue esigenze. Conseguito il diploma di maturità scientifica, con venticiquemila lire in tasca sono arrivato a Bologna in autostop. Adesso che ci ripenso, guardo con affetto a quel gesto: ero proprio deciso a costruirmi un percorso tutto mio. Settembre 1988. Non avevo ancora compiuto 20 anni. Trovai subito una sistemazione, un lavoro e un discreto giro di amicizie molto variegato: studenti fuorisede, attivisti del Cassero, bolognesi nottambuli, artisti internazionali, preti avanguardisti e politici con una stoffa ormai introvabile. Un misto di solidarietà e stimoli urbani che nel giro di poche settimane ha fatto si che io mi sentissi a casa, o meglio finalmente nel miglior posto possibile.
Gli studi universitari sono stati un po’ un trambusto: ero un giovane curioso e volubile, preferivo approfondire gli spunti che il quotidiano mi offriva piuttosto che seguire un rigido piano di studi. Così son passato dagli studi in scienze politiche a quelli in filosofia. Ho collaborato con diverse realtà: il Link Project, il Livello 57, Babilonia, il Conchetta e altre. Erano gli anni dell’avvento della telematica, quella fatta di modem rumorosi e nessuna interfaccia grafica. Frequentarsi in rete era una modalità del tutto nuova e praticata da un numero di utenti davvero esiguo. Eppure nel 1992 riuscii ad arrotondare le mie entrate offrendomi come animatore in una chat erotica testuale. Al tempo le connessioni costavano molto e avere la possibilità di accedere gratuitamente per sperimentare era per me un privilegio straordinario. Le BBS diventarono i nuovi spazi in cui frequentare gli amici. Ero circondato da un entusiasmo collettivo che aveva trasformato molte persone in videomaker. Stavano accadendo troppe cose importanti per noi e per la Storia in quel periodo, per cui l’atteggiamento più diffuso era quello di usare le videocamere come blocchetti per gli appunti. Si registravano flussi quotidiani, ma anche imprese eroiche. Ne cito una in particolare che mi ha coinvolto direttamente. Una collega di lavoro immigrata dal Perù voleva completare la riunione della sua famiglia e mi ha chiesto se potevo andare a prendere suo figlio 17enne a Budapest (unico paese qui vicino ad avergli concesso il visto) e cercare di farlo entrare in Italia in qualche modo. Victor si ritrovò in aeroporto circondato da stravaganti personaggi poco più grandi di lui con telecamere e microfoni, pronti a registrare questo ingresso clandestino che, tra l’altro, dovevamo anche progettare. Fu una rocambolesca e audace avventura finita bene. E la spontaneità con cui fu messa in atto credo sia un segno dei tempi: immaginate oggi un ventenne che con una telefonata riunisce mezzi e persone al fine di filmare l’ingresso clandestino di un minorenne in Italia per riunirlo alla sua famiglia? Qualcosa è cambiato. Nelle persone, nelle città, nelle leggi. Noi non avevamo paura.
La città di Bologna era pervasa da una forte apertura alle sperimentazioni e alle culture capaci di coinvolgere e declinare in modo ampio il concetto di cittadinanza. In quegli anni la città è stata protagonista indiscussa di un fermento giovanile impensabile in altri contesti italiani. Dalla Biennale Giovani Artisti del Mediterraneo, che aveva trasformato radicalmente i modi di fruizione di molti spazi pubblici, ai rave party, collocati in precise aree periferiche, in grado di attirare l’attenzione e la partecipazione sia di compagnie come la Mutoid Waste Company che di famigliole col passeggino. Dagli spazi e dai cantieri sociali che sorgevano come funghi moltiplicando l’offerta culturale complessiva della città, alle programmazioni costanti e provocatorie del Cassero, primo spazio gay pubblico in Italia. L’elenco delle iniziative permanenti e occasionali di quegli anni sarebbe troppo lungo. Mi limito a queste sporadiche citazioni. E i miei “vent’anni” li ho vissuti immerso nel tessuto di una città tollerante, ricca, capace e colta. Anche la borghesia cittadina andava fiera di tale fermento, aveva ben presente che la qualità della vita non si ferma alla bella lampada in salotto o al sonno tranquillo della novantenne di turno secondo cui l’intera città dovrebbe spegnersi dopo carosello. Le iscrizioni all’Università cittadina erano in perenne crescita. Il carovita tipico di questa città pesava il giusto di fronte a tanta offerta.  I commercianti non lamentavano le sciocchezze che invece hanno imparato ad esternare oggi. I sindaci giravano in bici, entravano nelle osterie, salivano sui palchi del Gay Pride, partecipavano alle iniziative promosse dalle varie realtà cittadine: saranno stati anche dei cattivi manager, ma è indimenticabile lo sguardo compiaciuto e la stretta di mano fiera di Renzo Imbeni.
Dopo una breve esperienza milanese in un’azienda che, come tante in quel periodo, tentò di speculare sbarcando sul web, sono tornato al Cassero. E ho iniziato a occuparmi di programmazione, ovvero dall’ideazione alla produzione di eventi serali funzionali alla socialità e alle casse del circolo. Mi scelse Stefano Casagrande, e amava chiamare questo ruolo “direzione artistica”, manco fossimo un ente lirico o una mega agenzia di comunicazione. Era un cultore del trionfo, non certo un funzionario mediocre. Dopo la sua improvvisa e dolorosa scomparsa, mi ritrovai a far crescere anche una sua cara creatura, The Italian Miss Alternative. Un evento benefit che ogni anno lancia in passerella un turbinio di improbabili modelle di dubbia provenienza e buon gusto alle prese con il loro concetto di haute couture. Lo spettacolo ancora oggi riesce a stringere intorno a quel palco una grande fetta della Bologna solidale: un piacevole rito che riesce anche a mettere qualche soldo in tasca ad alcune associazioni che si occupano di lotta all’AIDS.
E’ difficile in poche righe riuscire a trasmettere il vissuto e il senso di un epoca, soprattutto ora che sembra così distante. Qualcosa è cambiato. E’ presto per dire se in meglio o in peggio, poiché siamo tutti disposti a pensarci in una continua fase di passaggio. Ma l’arte di governare la città è l’unica che porta il peso e la responsabilità di una guida e dei risultati, siano essi piccoli o grandi.
Ho assistito in questi ultimi anni alla grande fuga dalla città. Il meglio della scena colta e creativa nella quale sono cresciuto ha preso il volo. Fior fiore di registi, architetti, grafici, esperti di nuovi media, tecnici, attori, artisti e laureati in genere hanno abbandonato questo luogo, in alcuni casi espatriando. I pochi rimasti hanno dovuto relazionarsi con politiche del compromesso cui non erano abituati: è estremamente difficile portare avanti un dialogo quando capisci che il tuo interlocutore non ti considera una risorsa. E in quest’ottica le ultime amministrazioni di destra e di sinistra che si sono succedute hanno ridimensionato tutto ciò che stonava con il “loro” progetto di città. Quando le parole della politica si limitano ad appalti, edilizia, grandi opere, parcheggi, people mover, ordine, sicurezza e degrado, resta poco spazio per condividere sogni e slanci ideali.
Ho trascorso venti anni in questa città. L’ho vissuta densamente e attivamente. Sfogliando un qualsiasi quotidiano locale oggi avverto un senso di inadeguatezza. Omofobia, Violenza, Straniero, Povero, Decoro, sono parole che primeggiano in tutte le pagine. Fino a dieci anni fa non le praticava quasi nessuno. Qualcosa è cambiato. Sarà per le politiche nazionali che accentuano il divario tra le diversità di cui è costituita la popolazione, sarà per una precisa volontà politica che ci preferisce chiusi in casa che in relazione gli uni con gli altri. Senza arrivare ad una teoria del complotto credo sia sufficiente che nell’amministrazione pubblica siano presenti voci e teste capaci di ricordare quando un disegno, un’ordinanza o un progetto politico si allontanano troppo dall’umanità cui si rivolge. Dopo vent’anni vissuti a Bologna, mi rendo conto che questa città oggi può definirsi conquistata dagli alieni: se proprio non riusciamo a mandarli via, cerchiamo di insegnare loro il nostro linguaggio e le nostre esigenze.


3 Responses to “chi sono”

  1. I love your site! :)

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    Experiencing a slow PC recently? Fix it now!

  2. 2 serge

    Grande Bruno!Ho letto la tua bio-esperienza, avrei voluto scrivere di piu’ ma mi sono accorto che non ne sono piu’ capace. Mi ritrovo assolutamente d’accordo sulle tue valutazioni circa i cambiamenti che sono avvenuti nelle citta’,nei singoli, negli ideali. Una sorta di cinismo perverso sembra essere sceso sopra ogni cosa come una nebbia padana. Tutto deve essere cristallizzato. Fermo.
    Nessun rumore di fondo deve disturbare. Anche le idee in movimento spaventano. A Genova citta’ in cui ahime risiedo c’e’ sempre stato poco, ora il nulla. Ovviamente tra il poco ed il nulla il salto e’ meno doloroso. Ora una breve parentesi direi personale che pero’ mi sento di lasciare pubblica. In questi ultimi 3 anni della mia vita ho viaggiato spesso e conseguenzialmente ho conosciuto molta gente sia per circostanza sia per caso. Tante persone differenti alcune interessanti altre meno. Tra le tante conoscenze casuali anche la tua. In rete, parlando di musica, di vita, di momenti, di silenzi, di faccette luminose, accorgendoci che e’l’alba. Nutro una stima indubbia per cio’ che dici, per cio’ che fai, per la tua grande sensibilita’ed intelligenza. Merce rara in tempo di saldi.
    forza Bruno. un abbraccio vero.
    serge

  3. 3 LaManu

    Brù sei proprio capace!
    :-D


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