Sono appena tornato da una vacanza trascorsa a Madrid. Ci sono andato per rilassarmi insieme al mio compagno Alex. Come in ogni viaggio che faccio, mi son caricato la zavorra di un pò di carta: libri, riviste, poster, cartoline e materiale vario. Abbiam dovuto pagare anche un extra al check-in per il sovrappeso dei nostri bagagli. Non tutto ciò che ho raccattato valeva la pena di esser trasportato fin qui, ma il feticismo è una malattia che si cura con lunghe e costose frequentazioni di psicanalisti che spesso si divertono, retribuiti, a curiosare tra i tic altrui senza risolvere proprio nulla. Per cui cercherò di convivere col mio feticismo, almeno, come dice Alex, finché il pavimento del nostro appartamento al primo piano lo sosterrà.
Il prodotto editoriale che pesa di più, e che non avrei lasciato nella capitale spagnola per nulla al mondo, è un libro patinato, ben rilegato e di ottima presentazione grafica. Il titolo è molto eloquente: “Libro de huelgas, revueltas y revoluciones” (Libro di scioperi, rivolte e rivoluzioni). Un vero e proprio catalogo storico di uomini e donne che affrontano il potere che li sottomette. Un’antologia che insegue un unico filo conduttore: la rabbia. Persone che cercano in modi diversi di ottenere uno stesso risultato: vivere in un mondo più giusto.
Ero quasi commosso quando l’ho sfogliato in libreria. Un mercato editoriale come quello spagnolo, che non eccelle in edizioni pregiate e che spesso risparmia sui costi di confezione dei libri, riesce a dedicare ad un excursus così passionale uno dei migliori sforzi editoriali. In questa libreria non distante dalla residenza reale, ho trovato un ottimo caffè Lavazza e una intelligente selezione di titoli, oltre che un programma di iniziative di tutto rispetto. Tutti i libri in Spagna non recano stampato il prezzo. Probabilmente questo è dovuto all’ampio mercato sudamericano cui possono far riferimento, in cui ci sono valute di vario tipo. Mi sono recato alla cassa e dal mio bancomat hanno prelevato 22,50 euro. Una cifra equa se tengo conto della quantità e qualità delle evocazioni che mi ha suscitato anche solo sfogliarlo per un pò.
In rigoroso ordine cronologico si susseguono le più esemplari proteste della storia, a cominciare dalla ribellione di Lucifero, riportata in una versione in prosa del “Paradiso perduto” di John Milton, con le illustrazioni di Gustave Doré.
Un passo di “Spartaco” di Howard Fast testimonia la rivolta degli schiavi contro Roma. Da questo stesso romanzo storico è stato tratto l’omonimo film di Stanley Kubrick. Il passo è illustrato da alcuni dettagli di opere di Andrea Camassei, che sono visibili presso il Museo del Prado, a Madrid.
La rivoluzione inglese e quella francese sono descritte rispettivamente da Mark Twain e da Stefan Zweig.
Un capitolo è dedicato a Madrid contro Napoleone: una punta di orgoglio non guasta. A celebrare questa pagina di storia un frammento di Benito Pérez Galdòs.
Si arriva ai giorni nostri con la ribellione degli schiavi neri d’America; il testo scelto è quello di William Styron.
E’ “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert a celebrare l’immenso sforzo collettivo del movimento operaio. Mentre Jules Vallès narra le vicende de La Comune di Parigi: grande impresa governativa insurrezionale sfociata nel sangue.
Il movimento delle Suffragette che ha lottato per il riconoscimento del voto alle donne viene ricordato con il discorso di Clara Campoamor del 1931 davanti alle due Camere riunite (las Cortes).
Sarà l’espressione di Lenin, che si rivolge alla folla attenta, che reca cartelli scritti in cirillico, a ricordarci quella stagione di inizio Novecento che segnò per molti decenni la storia del mondo occidentale: la rivoluzione sovietica. Sofia Casanova ne scrive un diario di un testimone.
Le commoventi parole di Wladyslaw Szpilman de “Il Pianista” ci ricordano la terribile ribellione nel ghetto di Varsavia.
Non mancano l’indipendenza d’Algeria, il maggio ’68, e soprattutto non potrebbero mai mancare le lotte antifranchiste.
L’Intifada e il movimento anti-globalizzazione chiudono questa antologia di emozioni ormai atrofizzate nel corpo e nell’anima di tutti gli italiani.
Nonostante la regione iberica non necessiti di alcuna propaganda in tal senso, riesce a dare dignità editoriale a quell’umano istinto di migliorare le condizioni rispetto a ogni sottomissione. Nello stivale questa dignità sembra essere stata dimenticata il giorno stesso in cui penzolava in piazzale Loreto il corpo di Mussolini. Questo tipo di editoria non può essere liquidata come anticaglia estetica. Viviamo in un mondo in cui ci sembra normale che un puttaniere miliardario colluso con la mafia governi un paese civile, e che la morte per fame di milioni di persone sia considerata un evento naturale.
Poggerò questo prezioso catalogo sul comodino e cercherò di alimentare sogni di cittadinanza, di giustizia e di (vana)gloria.

edicion de costantino bertolo

edicion de costantino bertolo


Omofobia è una parola fin troppo “colta” per poter essere intesa dalle persone che la vivono; da tempo immemore ci chiamano con nomignoli tutt’altro che raffinati, e giusto per renderci conto di cosa sto parlando provo a fare un breve elenco: froci, rottinculo, pederasti, ricchioni, culattoni. Sicuramente chi usa in senso dispregiativo parole di questo calibro non comprende la gravità del lemma omofobia. Questo gap culturale crea almeno due ordini di problemi. Il primo, e il più ovvio, è che usando questo termine politicamente corretto non ci facciamo intendere dai reali destinatari che soffrono di questo disturbo psichiatrico, con conseguenti problemi di efficacia del nostro operare. Il secondo, meno ovvio, ma che sta prendendo forma sotto gli occhi di tutti, è che a intendere il significato, nella sua forte carica socialmente problematica, è quella parte di cittadinanza che finora o ci ha preso in giro politicamente, socialmente ed economicamente, oppure gode di uno status immeritato basato sullo sfruttamento dell’ignoranza del popolo e usa a suo vantaggio l’intendere questo significato e che sotto sotto ci vorrebbe vedere bruciare ancor prima che ci brucino le fiamme del loro stupido inferno. Per inciso, è doveroso citare il continuo accostamento da parte delle gerarchie vaticane della nostra condizione a quella dei pedofili e addirittura degli zoofili. Questo si che è un livello di omofobia colto e organizzato, con terribili secondi fini ed effetti socialmente devastanti.
L’ultras o il naziskin di turno cosa capirà meglio, pedofilia o omofobia? Il suo braccio si arma contro di noi a difesa di quale superiorità? Sbandierata da chi? Legittimare qualcosa vuol dire anche offrire le parole giuste e i concetti giusti per alimentare l’odio o la pace.
E’ proprio sull’uso delle parole che si conquistano nuovi orizzonti. Le parole sono importanti. Le parole sono pietre. Potrei citare infiniti altri esempi di affermazioni che centrano sulla parola l’importanza della nostra vita nel costruire il senso della civiltà che ci sopravvive.
Per molti anni, come movimento, ci siamo concentrati nel far capire a tutti la differenza tra coming out e outing. Lo abbiamo fatto addirittura usando parole straniere. E’ probabile che la nostra amata lingua non ci avrebbe ritagliato un dignitoso spazio per distinguere tra “venir fuori allo scoperto” e “sputtanamento”. La complicazione nell’uso di queste due paroline inglesi è stata sicuramente la strada più breve per dare un nome a due situazioni specifiche che tutte le persone omosessuali vivono o riconoscono. E lo abbiamo fatto scegliendo il percorso che meno di tutti si prestava a sconfinamenti nel triviale italian style. Ma anche qui, le parole non hanno avuto facile fortuna. Basti pensare al fatto che i principali quotidiani italiani ancor oggi le riportano senza capirne la differenza. E sono trascorsi 40 anni da Stonewall.
Lo stesso, e forse peggio, si può dire dell’acronimo LGBT. Siamo malati di correttezza e inclusione. E facciamo di tutto per architettare soluzioni linguistiche omnicomprensive e internazionalmente accettate affinché la comunità che andiamo costruendo giorno dopo giorno non resti impantanata nel provincialismo italico. Ma nel frattempo, ci tocca prendere atto che l’Italia, insieme alla Grecia (che addirittura usa un’altro alfabeto), sono i due fanalini di coda nel riconoscimento dei nostri diritti. Eh si, facciamo un pò di retorica, proprio quei due territori in cui si praticava e decantava “l’innominabile vizio degli antichi”. Due paesi in cui vige ancor oggi il “si fa, ma non si dice”. E questo vale in tutti gli ambienti. Liberissimi quindi di scopare con un prete, con un nazi, con un politico di destra, con un politico cattolico o con un politico di sinistra. Ma nessuno parli di amore. E soprattutto nessuno lo dica a mia moglie o ai miei amici. Il frocio-bastardo-rottoinculo-culattone deve restare tale. E ogni volta che manifesta assurdi sintomi di riconoscimento della sua dignità, deve essere violentemente ricacciato negli inferi da cui proviene. E soprattutto dove posso pure ritrovarlo in caso di immediato bisogno.
All’origine delle democrazie moderne c’è stata una rivoluzione al grido di Liberté Egalité Fraternité. Alcuni secoli sono trascorsi, e qui sembra che nessuno abbia fatto sua questa grande lezione. Sono circa vent’anni che va avanti la pantomima del tira-e-molla sui nostri diritti con la sinistra. E non abbiamo ottenuto nulla. Ma il catalogo dei pateracchi bizantini per riconoscerci è cresciuto: Unioni Civili, Pacs, Dico, Cus, Didore. Tutto questo per dimostrare a noi una sostanziale ipocrisia e al mondo un’infinita incapacità politica, a partire dal non saper dare un nome alle cose. Un nome c’è, esiste, è comprensibile da tutti e tutte, nessuno può contraddirlo, nessuno può permettersi di attaccarlo senza precipitare nel ridicolo. Questo nome è Uguaglianza. Non parità, attenzione, uguaglianza! E’ da qui che il movimento vuole e deve ripartire. Uguaglianza incondizionata. Uguaglianza pura. Nessun particolarismo. Nessun compromesso. Siamo tutti uguali. Lo dice la costituzione. Lo deve dire anche la legge.
Si tratta di una parola comune, popolare. Un concetto di difficile storpiatura. Rivendicando l’uguaglianza avremo modo di segnare un solco netto tra ciò che è democratico e ciò che non lo è. Il movimento lgbt italiano si è dato appuntamento a Roma il 10 ottobre prossimo per ripartire da questo concetto. Per intraprendere la strada più diretta per il riconoscimento del nostro status di cittadini e cittadine uguali.
Prepariamoci a parlare una lingua più semplice, più diretta, sui nostri cartelli, sui nostri striscioni, dai nostri megafoni. Facciamo in modo che i giornali di domani al posto di titolare “naziskin omofobi aggrediscono omosessuali” escano con titoli tipo “squilibrati affetti da sindrome del Vaticano mettono a ferro e fuoco la città”. Sarà presto un mondo diverso: tutti uguali, davanti alla legge.

Bruno Pompa

editoriale magazine Cassero set-ott 2009


Mi sono imbattuto in un soliloquio e quindi lascio che l’autore continui a parlare coi suoi fantasmi. Userò questo mio spazio per organizzare una replica, destinata ad un pubblico altrettanto immaginario.

Conosco una signora, una di quelle altolocate, piena di titoli nobiliari che non credo abbia mai nominato in vita sua. Vive, veste, mangia, si muove e parla con estrema eleganza. E quando usa la parola frocio nessun essere umano se ne sentirebbe offeso. Eppure, la stessa parola usata da un provinciale, bacchettone, ultraquarantenne, che ha bisogno di nominare le marche dei vestiti che indossa per sventolare la sua eleganza, suona in modo diverso. Soprattutto se accostata ai suoi mocassini. Ecco, in quel caso direi che si tratta proprio di istigazione alla violenza contro le persone omosessuali. Solo un giornale come Il Foglio poteva pubblicare quello sproloquio. Noi omosessuali maschi quando facciamo sesso ci sporchiamo sempre un po’ di merda. E le femminucce, invece, da quelle parti, in molti sanno di cosa puzzano. Ognuno fa i conti col proprio modo di stare a letto. Ma non sono le puzze o gli escrementi a fare la differenza. Tantomeno gli orifizi. Infilare un pisello in un buco. Fare in modo che un buco abbia il proprio “pisello”. Questa mi sembra la pratica naturale cui molti animali si dedicano. Eterosessuali, omosessuali, bisessuali o transessuali. La differenza è altrove. E consiste nel sapersi godere la vita. E quando la tua vita gode per aver allontanato dai tuoi candidi tessuti (tra l’altro solitamente cuciti da mani che spesso si dilettano con un pisello e non con una gnocca) un vocabolo e tutto ciò che esso comporta, vuol dire che la vita te la godi poco. E l’assembramento di persone con le quali ti ritrovi, e che condivide questa tua attitudine, non fa altro che replicare uno schema trito e ritrito, volto solamente a mantenere il proprio status. Una società basata sull’adorazione della minchia. Verticale. La differenza tra chi può essere considerato parte di questo assembramento e chi no sta solo nel verificare la presenza di un pisello tra le gambe e un dichiarato disprezzo per tutto il resto, donne comprese. La mia società non funziona così. Il mio assembramento di persone non gode di così beceri artefatti psicotici, bensì gode di impulsi primordiali. Tutti sappiamo cosa vuol dire procurarsi piacere. Annullarsi l’uno nell’altro. Godere di un amore anche solo accennato, anche solo per un istante, anche solo per una notte. O per tutta la vita. Un amorevole istinto che è ben diverso dal progetto fallito che si capisce perfettamente dagli abiti che indossi. Dal progetto tradito da parole di odio. Dal progetto insulso di trasmettere alla prole attitudini violente. Nemmeno il tuo peregrinare di città in città ti ha insegnato qualcosa di buono in tal senso. Di solito un prolungato soggiorno nella città di Bologna lascia alle persone qualcosa in più dei souvenir da stazione dei treni. Qualche mese fa il Cassero ha tappezzato la città con un manifesto che recitava “W Bologna busona”. Era il periodo della campagna elettorale. La forza di quel messaggio risiede nella sua ironia, autoironia e nel consapevole confronto con le radici, anche linguistiche, di questa città. Un luogo godereccio, che fa meno figli di Napoli, ma più di Trieste. Figli che ormai parlano diverse lingue e che nessun neurobiologo ha mai bollato come dislessici, semmai più pronti di chiunque altro ad affrontare il nomadismo che contraddistingue la nostra epoca: starsene accanto a chi ti insulta mostrandoti il suo lucido mocassino è un orizzonte un po’ perverso, che nemmeno la vecchia e stupida psicanalisi saprebbe curare. Meglio spiccare il volo e lasciar marcire nella noia un comune stronzo della palude parmense.


I fatti accaduti l’altra notte all’uscita dal Gay Village di Roma sono noti a tutti. La stampa ne ha abbondantemente parlato. Pochissimi tra i fatti riportati possono suscitare dubbi di correttezza. A parte il movente che ha scatenato la violenza del cerebroleso A.S. di 40 anni. Non si sa bene chi e non si sa bene come ha fatto a venir fuori la giustificazione della presenza di un quattordicenne, che la stampa ha prontamente commentato come presenza fuori luogo data la tarda ora. Io credo che sia alquanto azzardato dare voce a un assassino fuggiasco, riportando le motivazioni del suo gesto disgustoso quanto animalesco. Cercare di inquadrare il suo gesto in una logica che prevede la difesa di un candido quattordicenne esposto a scene raccapriccianti come quella di un bacio tra maschi, è da considerare un’azione discriminatoria. Non c’è giustificazione alcuna al gesto del misero assassino, ricco di precedenti penali. Anzi, credo  proprio che se i fatti violenti da lui scatenati non fossero accaduti, la normalità della scena era la seguente: galeotto privo di scrupoli, rapinatore e spacciatore si intrattiene nello stesso spazio in cui si aggira un quattordicenne. Voleva vendergli della droga? A me sembra il minimo. E poi, tanta voglia di tutela nei confronti di questo quattordicenne da dove scaturiva? da un improvviso senso di paternità? dal voler proteggere un suo cliente? dal cercare di segnare un territorio in cui poi si è liberi di agire come si vuole? Questo è quello che sarebbe accaduto se la lama non fosse stata spinta a fondo. Una zona conquistata da un malvivente. Magari il gesto non sarebbe nemmeno stato denunciato, e lo spacciatore avrebbe potuto continuare ad agire indisturbato. Invece no, la bottiglia si è fracassata su una testa e una lama è stata conficcata in un addome. Si chiama violenza assassina. Un ottimo esempio da offrire alla vista di un quattordicenne, i cui genitori rispondono comunque di tutto ciò che riguarda il suo essere incapace di intendere e volere. Vedo già i milioni di persone che covano un fastidio, se non una vera e propria omofobia, nei confronti delle persone omosessuali, cercare una giustificazione e una compartecipazione al dramma vissuto dall’assassino a piede libero. Vedo già le discussioni nei bar o sulle onde di alcune radio libere tentare la carta dell’assoluzione, ben supportati dalla presenza del giovane quattordicenne. Vedo l’assenza di una controparte in tali discussioni. Vedo la denuncia generica da parte delle istituzioni di ogni tipo. E magari immagino anche una possibile condanna come se tutto questo fosse un caso isolato e frutto di una mente bacata che in quel momento (non si sa come) era in libertà. Con le leggi che ci ritroviamo oggi in Italia sarà comunque una pena lieve. Nessuna aggravante che tenga conto della discriminazione per orientamento sessuale. Questo tipo di considerazione della dignità della persona il nostro codice non lo prevede. Abbiamo addirittura dovuto assistere allo sclero di Alemanno contro la procedura che ha permesso di lasciare un pericoloso criminale a piede libero. Ma, comunque, anche se di un sindaco, si tratta di uno sclero isolato. Si provi ad immaginare quanti arresti sono stati effettuati dopo un’accusa di stupro per evitare che lo stupratore venisse linciato dalla folla. In questo caso, non solo non si è rischiato un linciaggio, ma nessuno ha mosso un dito durante e dopo gli accadimenti. E non c’è stata alcuna convalida di fermo dopo che l’assassino è stato rintracciato. Uso volutamente la parola “assassino” dal momento che dopo aver conficcato la lama, A. S. di 40 anni è fuggito, omettendo eventuale soccorso e non conoscendo alcun esito preciso del suo affondo: questo si chiama uccidere. Se qualche credente dell’ultim’ora preferisce pensare alla vittima come miracolato, faccia pure, vorrà dire che i santi in paradiso non si scandalizzano di fronte a un bacio tra maschi. Tutto questo continua a passare come un fattaccio di cronaca, con tanto di cronisti corsi in ospedale a strappare dichiarazioni alle vittime e ai genitori delle vittime. Nel frattempo un assassino gode di un privilegio legale inaudito. Non si è mosso alcuno sdegno da quelle poltrone che godono di immunità totale, ovvero dalle più alte cariche dello stato. Secondo loro questo è un episodio di nessun valore, da abbandonare alla confusione mediatica in modo tale da sostenere l’ondata xenofoba che fa tanto comodo alla strategia della paura e del viagra dei festini in villa. Stiamo vivendo una profonda crisi di civiltà. Ormai se ne iniziano a rendere conto più cittadini di quanto si possa immaginare. E l’impotenza che ne deriva è dovuta al fatto che ci vorrà troppo tempo e troppo sforzo per aggiustare il tiro di una tendenza simile. Il prezzo da pagare per tutta questa pochezza civile, per tutto questo disimpegno, per tutto questo orrido modo di costruire lo “stare insieme” è diventato davvero troppo alto. La vittima scampata alla morte ha detto “vado via dall’Italia”. Credo sia un segnale d’allarme per la nostra civiltà. Non era così solito ascoltare reazioni del genere dopo una coltellata. Così come non era possibile ascoltare in radio commenti e reazioni di questo tipo. Tra l’altro da una radio che sostiene la stessa ideologia del nostro attuale ministro dell’interno, colui che dovrebbe garantire la pace sociale e la tolleranza tra i cittadini. Probabilmente siamo in attesa che accada qualcosa di grave, di molto grave. “Per scuotere la gente non bastano i discorsi ci vogliono le bombe” recitava così Bennato in una canzonetta scritta quando i boati non erano le urla contro le persone omosessuali.


Trascorrere il mese di agosto in città, e per città intendo una di quelle località che si svuotano per assenza di corsi d’acqua o prossimità al mare, è un’esperienza unica. Il clima, la socialità, i ritmi, i servizi di base, l’intrattenimento, tutto assume caratteristiche che sarebbe impossibile ritrovare in altri periodi dell’anno. E dubito che qualcuno abbia tutta questa voglia di sperimentarle. Basta sfogliare uno a caso degli infiniti diari intimi scritti in queste località e in questo periodo, e ci si accorge subito dei temi ricorrenti che accomunano le sopravvivenze in contesti tanto avversi all’edonismo estivo.
Un aspetto in particolar modo mi ha lasciato stupefatto: il traffico. La quasi totale assenza di automobili che permette in alcuni casi di camminare per strada in tutta tranquillità. Riappropriarsi, passeggiando, di quell’enorme fetta di città che abbiamo dato in concessione ai trasporti può essere appagante ed estraniante al tempo stesso. Non ho la patente di guida, non amo i motori, ma per ovvi motivi anche io calco questo asfalto a bordo di automezzi pubblici o privati. Nell’afa estiva d’agosto, però, salire su un automobile significa correre via dalla città per raggiungere qualche periferica frescura. Venti, trenta, quaranta minuti di percorso e intorno si staglia un panorama totalmente diverso. E dentro il nostro animo di prigionieri estivi metropolitani si fa strada un desiderio. “Vado a vivere in campagna”. Detta così, può sembrare un’esagerazione da colpo di sole, ma in realtà sono sempre più le persone che si allontanano dalla città, pur mantenendo con essa un contatto quotidiano, soprattutto lavorativo. Attratti dall’idea di una casa più grande e più silenziosa, dalla possibilità di avere un fazzoletto di terra e dall’aria più salubre, si affronta questo cambiamento senza tener conto di un fattore determinante: il traffico. Sempre lui. Quello che in estate risulta essere il grande assente, durante il resto dell’anno può rivelarsi letale per la nostra salute psicofisica. Ritrovarsi a fare il pendolare su un percorso che è sempre lo stesso, ma che ogni giorno muta il suo aspetto sfinente è una considerazione da mettere sul piatto della bilancia. Il traffico è imprevedibile e questo aspetto lo rende una vera e propria tortura. Studi psicologici hanno accertato che anche il peggiore dei traffici con ingorghi continui è sopportabile se costante, sempre uguale a se stesso, puntuale, rispetto al solito imprevedibile caos stradale che ci rovina pianificazioni e nervi. Ogni giorno un inferno diverso. E ci si ritrova a bestemmiare e a non sapersi spiegare il come ed il perché di un fenomeno così inafferrabile. In realtà una spiegazione logica c’è, e la forniscono numerosi studi, i quali concordano nell’affermare che ogni strada ha una sua densità critica, che corrisponde al numero di automobili che la strada stessa è in grado di accogliere in modo efficiente. Quando si va oltre questo limite il flusso inizia a crollare. E ogni piccolo gesto, come ad esempio un piccolo tocco di freni, scatena una cascata di luci rosse degli stop. E improvvisamente la strada si trasforma in un grande parcheggio. Un team di fisici dell’Università di Nagoya sostiene che un ingorgo si forma come un cubetto di ghiaccio: in questo caso la soglia critica è la temperatura, che innesca un rallentamento di gruppi di molecole fino a formare un reticolo cristallino, che si estende poi alle molecole vicine.
I tentativi per mantenere un buon livello di accoglienza delle strade sono numerosi, tra questi i semafori, oppure le luci rosse in autostrada che ci segnalano in anticipo i momenti critici. Anticipare la criticità è l’unica soluzione. Le formiche, ad esempio, che si incolonnano per trasportare cibo nel formicaio, di fronte ad un ingorgo reagiscono mettendo in campo alcune unità che fungono da vigili urbani e impediscono ulteriore afflusso in quella via, costringendo le altre a trovare strade alternative. Con i nostri potenti mezzi tecnologici dovremmo essere in grado di anticipare situazioni critiche con un semplice monitoraggio GPS. Alcune compagnie telefoniche in accordo con le società di gestione delle strade offrono questo tipo di servizio. E tutto pare funzionare meglio. Anche se il traffico sembra governato da una casualità assoluta, in realtà non c’è nulla di inevitabile in una paralisi. Non impareremo a guidare come le formiche, ma è anche vero che non è un caso che nel mese di agosto è possibile passeggiare sulle carreggiate cittadine. Ma io insisterei sul fatto che rendersi pendolari ha senso solo se si guadagna almeno il doppio di quello che si guadagnava raggiungendo il posto di lavoro comodamente a piedi.


Il settimanale Alias, allegato all’uscita del sabato de Il Manifesto, resta per me un appuntamento imperdibile da anni. Prima di Alias la stessa testata aveva altre iniziative mensili e settimanali tra le quali mi piace ricordare quella titolata SUQ, l’esperimento più simile all’Alias dei nostri giorni. Un quotidiano che si definisce comunista, che non riceve finanziamenti pubblici, che si è organizzato in forma di cooperativa, che sfugge alle logiche della stampa corporativa, riesce con questo gioiellino settimanale a mostrare angoli della nostra cultura, italiana ed internazionale, di altissimo valore morale, letterario, musicale, artistico in generale. E lo fa continuamente in molti modi diversi, dalle monografie cinematografiche volte a snocciolare un immaginario magari ormai poco praticato, alle intere bibliografie capaci di riempire preziosi vuoti nelle nostre librerie o ricerche. Le recensioni sono sempre molto curate. Le firme si susseguono numerose e riescono nel tempo a restituirci un’immagine di un’Italia editoriale connessa e attenta a ciò che più di tutto la cultura è chiamata a fare: sedimentare esperienze di valore nelle migliori forme possibili.
L’ultimo numero di Alias (1 agosto 2009) si sofferma su consigli di lettura (ma anche di interessanti mostre da “leggere”) compilando il più classico dei clichè: cosa mi porto da leggere in vacanza. La sfida culturale è altissima. Per verificarla basta dare uno sguardo all’elenco dei titoli proposti:

– Jean Fallot, un autore da scoprire attraverso un percorso selezionato dei suoi diari e di un’opera che racchiude tutto il suo pensiero “Il pensiero dell’antico Egitto” (Bollati Boringhieri).

– Nicolò Carmineo, “Nei mari dei pirati” (Longanesi), un libro inchiesta che ci illumina su aspetti di questa silenziosa e costante guerra che avviene al largo delle coste, molto diversa dalla romantica pirateria romanzesca cui tutti siamo abituati.

– Ma Jian, “Pechino è in coma” (Feltrinelli), un romanzo scaturito da una coraggiosa penna capace di denunciare gli orrori della storia comunista e della successiva mercificazione forzata.

– Mo Yan, “Le sei reincarnazioni di Ximen Nao” (Einaudi), cinquant’anni di storia cinese vista sia attraverso le esperienze di un ricco possidente ucciso dai rivoluzionari e rincarnatosi sei volte, sia attraverso i casi dei familiari e degli abitanti del villaggio.

– Nicolai Lilin, “Educazione siberiana” (Einaudi), un romanzo antropologico e autobiografico tutto teso a divulgare i saggi insegnamenti del popolo Urka basati su una visione della vita autonoma e anarchica rispetto a qualunque sistema di potere.

– William Gaddis, “JR” (Alet), a trentacinque anni dalla pubblicazione negli USA arriva in Italia l’opera che mancava per completare il quadro della letteratura postmoderna americana. Un romanzo difficile che trova qualche facilitazione nel sito web dell’autore.

– D. H. Lawrence, “Classici Americani” (Adelphi), viene riproposto un testo del 1923 in cui l’autore scatta un’istantanea di tutto ciò che in America fosse degno dell’appellativo Letteratura. Una trattazione sopraffina che ebbe la sua influenza in tutti i circuiti letterari internazionali.

– Edmund White, “Caos” (Playground), ennesimo atto di fiducia della casa editrice romana nei confronti di un autore gay, la cui narrativa va ben oltre questa semplice etichetta. Si tratta di una raccolta di scritti, cui Caos dà il titolo al volume ed è il racconto della vita di una marchetta di fine Ottocento a New York. (Luca Scarlini)

– Jean-Luc Nancy, “Sull’amore” (Bollati Boringhieri), breve conferenza che tratta un tema profondo e delicato come il sentimento amoroso. Il filosofo si interroga sulle modalità di vivere l’amore in un mondo in cui il desiderio sembra mutarsi in obbligo igienico e risorsa commerciale.

– Diane Middlebrook, “Suo marito” (Mondadori), biografia matrimoniale di due poeti d’eccezione come Sylvia Plath e Ted Hughes. L’autrice arriva a mettere un punto su una storia già raccontata altre volte, mostrando un marito adultero, un marito colpevole e infine il marito di lei Sylvia.

– E. E. Cummings, “Poesie d’amore” (Le Lettere), cinquanta poesie in cui è riconoscibile lo stile cummingsiano, la sintassi stralunata, la punteggiatura espressiva, la poesia tipografica. Per quel che riguarda i temi Cummings tratta i più antichi del mondo: caducità, carpe diem, l’amore a cospetto della morte.

– Robert Pinsky, “Un’America” (Le Lettere), un poema narrativo di oltre mille versi, scritti dall’autore di un’ottima traduzione dell’Inferno di Dante in inglese.

– Alan Bennet, “L’imbarazzo della scelta” (Adelphi), esrcizio di critica d’arte, aneddotica, umoristica e popolare. Un autodidatta non autorizzato che dispensa interpretazioni spesso paradossali, ma sempre coinvolgenti.

– Roal Dahl, “Tutti i racconti” (Longanesi), una nutrita serie di racconti orchestrati con ritmo impeccabile da una mente stregonesca che si muove con agio nella zona di intersezione tra umano, meccanico e animalesco.

– P. G. Wodehouse, “La mossa del Vescovo” (Guanda), leggerezza, buonumore, ilarità raffinata e cristallina, senza macchia e senza tempo; un’intramontabile raccolta di racconti.

– Miklòs Rdnòti, “Mi capirebbero le scimmie” (Donzelli), ricostruzione di una biografia poetica scansionando la breve e tragica vita del maggiore poeta antifascista ungherese.

– Danilo Kos, “Homo poeticus” (Adelphi), raccolta di saggi e interviste memorabili dalla quale viene fuori l’immagine di uno strenuo combattente che ha preparato per i posteri un territorio aspro, inospitale. Sfidare tutto e chiunque: se stessi, i critici, i lettori, la letteratura, i maestri. (Enzo di Mauro)

– François Feito, “Ricordi” (Sellerio), ebreo, ungherese, visse quasi cent’anni tra gli epicentri del Novecento: la breve adesione al comunismo, l’esilio a Parigi nel ’38, le simpatie per De Gaulle e Aron. Storico “di archivio”, la sua etica fu sempre quella di testimoniare il male. (Massimo Raffaeli)

– Albert Cossery, “La violenza e il riso” (Barbès Editore), dalla seconda patria Parigi, dove visse sempre in una stanza d’albergo, si limitò a narrare la desistenza contro il potere dei fannulloni del Cairo natale. (Stefano Gallerani)

– Boni de Castellane, “L’arte di essere povero“, manuale su come gestire la rovina con stile, frutto della cultura dandistica della belle époque: lo scrisse un personaggio squisito immortalato da Proust, su cui ragionare a partire da Baudelaire.

– a cura di Angela Maria Andrisano e Paolo Fabbri, “La favola di Orfeo” (UnifePress), raccolta di lavori eterogenei sul mito di Orfeo, distribuiti nelle tre sezioni Letteratura, Immagine e Performance. (Roberto M. Danese)

– Marc Fumaroli, “Chateaubriand. Poesia e Terrore” (Adelphi), un libro reazionario e contro-rivoluzionario, pesante un chilo, che imita i piaceri di una volta con una prosa da Académie française.

– Racine, “Teatro” (Mondadori – Meridiani), nuova traduzione integrale dell’opera del drammaturgo francese. (Raffaele Manica)

– a cura di Andrea Alessandri, “Filottete” (Marsilio), la collana “variazioni sul mito” ideata e diretta da Maria Grazia Ciani si riconferma con questa uscita tra le più vitali e rilevanti del panorama italiano, in materia di classici antichi e moderne riscritture.

– [mostra] Parigi, al D’Orsay, “Une semaine de bontè” di Max Ernst – “Ecco che cos’è il delitto: un poco di materia disorganizzata, qualche cambiamento nelle combinazioni, molecole rotte e nuovamente sommerse nel crogiolo della natura, che le restituirà alla terra in pochi giorni, sotto altra forma” (Juliette, Sade)

– [mostra] Londra, alla Royal Academy la prima monografica di John William Waterhouse – “Waterhouse ha dipinto forse le più belle immagini che siano mai state fatte in Inghilterra, ma te ne vai senza aver visto niente di più di quanto vedevi in precedenza: la risposta è nell’immaginario” (Ezra Pound)

– [mostra] Milano, a Palazzo Reale, “Monet. Il tempo delle Ninfee“, venti grandi tele provenienti dal Museo Marmottan. “Monet non è che un occhio, ma che occhio!” (Cézanne)

Alias resta un settimanale unico, al quale confermo tutta la mia ammirazione per il lavoro svolto finora e incoraggiamento per quello che verrà in futuro.


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19Lug09

E’ inutile, devo ammetterlo: la mia scrivania è un ricettacolo ingestibile di prodotti culturali di vario tipo che vive di vita propria. E devo anche completare questa confessione/arresa dicendo che spesso mi capita di passare del tempo a osservare le forme che riesce ad assumere. Periodicamente tento di illudermi che con un atto di forza e coraggio io possa riuscire in un tempo umano a riordinarla tutta. Ed eccomi qui, pronto all’ennesimo tentativo. Come ogni volta cercherò di estrapolare una breve antologia del presente.

Pochi giorni fa Frédéric Lefebvre, un politico dello stesso partito di Sarkozy, si è beccato una dura reprimenda da re Nicholas per aver suggerito di rimettere al lavoro malati e donne incinte in modo da non farli cadere nella tentazione dell’ozio. Si è parlato di attentato ai diritti dei lavoratori. Ma paragonate ai metodi in vigore nell’industria discografica, le sue proposte non sembrano poi così scandalose.
Già, perché nel meraviglioso mondo della musica sono i cadaveri a tirare la carretta. Da Kurt Kobain a Elliot Smith, da Nick Drake a Ian Curtis, i musicisti morti tornano sempre a riempire gli scaffali dei negozi di dischi. Nella categoria degli stacanovisti dell’oltretomba, Jeff Buckley è senz’altro quello che merita la palma dell’impiegato del decennio. Dopo la sua morte nel 1997, il cantautore prodigio, già spompato quando era in vita dai ritmi del mercato discografico, non ha mai avuto tempo di godere il riposo eterno. Dal mondo delle tenebre sono sbucati ben otto album di Buckley, tra best of, edizioni deluxe e raccolte di inediti. Con l’ultimo Grace: live around the world, Buckley conferma di essere il campione della categoria. Un cd e due dvd che meritano senz’altro elogi (funebri), ma che arrivano dopo un tale sfruttamento del suo cadavere che è impossibile ascoltarli senza sentire una fitta alla bocca dello stomaco.
[Richard Robert – Les Inrockuptibles – su Internazionale n°803]

un decalogo su come guadagnare meglio (rivolto a grafici e visual in genere):
1) tenetevi in forma per gli affari
Tenete sotto controllo clienti e scartoffie, assicuratevi che i pagamenti vengano effettuati tempestivamente e registrate tutte le spese per essere certi che il fisco non di porti via più del dovuto. Chiedete consiglio agli enti che seguono le piccole imprese, cercate di tagliare i costi pianificando le vostre attività in anticipo e cercate di strappare ai vostri fornitori gli accordi più convenienti.
2) investite per fare colpo
Cavalcate le tendenze e investite nel vostro futuro impiegando tattiche di marketing originali, per esempio un opuscolo piccolo ma lussuoso, magliette o stampe in tiratura limitata. Spedite creazioni degne di essere conservate a riviste e blog influenti, clienti consolidati e potenziali e a tutti coloro con i quali vi piacerebbe collaborare.
3) siate adattabili
Se non avete tempo da buttare, è possibile che esitiate a cercare una fonte di reddito temporanea che vi aiuti a pagare le bollette, per timore di trascurare le vostre ambizioni principali. La vostra priorità, tuttavia, deve sempre essere il conseguimento di stabilità e successo a lungo termine, anche qualora questo significhi accettare lavori non troppo entusiasmanti o redditizi nel breve termine.
4) acquisite nuove competenze e rispolverate quelle vecchie
Offrendo un servizio multi-disciplinare avrete modo di intraprendere progetti estesi a più settori creativi senza il timore di sbagliare e senza la necessità di ricorrere ad altri per colmare le vostre lacune. Affinate le capacità già acquisite e apprendetene di nuove. E’ il momento giusto: Adobe e altri stanno contribuendo a ridurre la distanza che separa le varie applicazioni creative.
5) guardate oltreconfine
Non tutti i clienti abitano alla porta accanto. Cercate occasioni fuori dalla zona che conoscete meglio, perlustrando paesi esteri e individuando nuovi potenziali clienti on-line. Lavorando con clienti internazionali potrete affrontare sfide del tutto nuove ed elevare il vostro profilo a livello mondiale.
6) elevate il vostro profilo
L’autopromozione può essere un compito impegnativo ma non costa un gran che se non in termini di tempo ed è un’attività che paga, in termini creativi come in termini finanziari. Investite nei blog, inviate dichiarazioni alla stampa, tenete informati sulle vostre novità i portali di progettazione che più amate, collaborate, esponete le vostre creazioni, partecipate a concorsi e premi e cercate di avere visibilità sulle riviste e sugli annuari che si occupano di progettazione. In poche parole: impegnatevi, partecipate, informate e fate rete.
7) aggiornate il vostro sito
Via il vecchio, avanti il nuovo. Iniziate il nuovo anno mostrandovi pronti a fare nuovi affari. Mettete in evidenza i vostri lavori più nuovi e interessanti, togliete di mezzo quelli più invecchiati e assicuratevi di mettere in luce nella vostra homepage tutte le vostre professionalità, dall’illustrazione alla grafica in movimento.
8) a caccia di sponsor
Promuovere la vostra carriera attraverso mostre o collaborazioni con altri può essere costoso, perciò cercate degli sponsor disposti ad aiutarvi a finanziare le vosre sortite creative fuori dallo studio. Alle grandi aziende piace ancora essere associate con i nuovi talenti emergenti e innovativi e vari enti possono aiutarvi a trovare finanziamenti.
9) in vendita
Tutto ciò che create può potenzialmente fornirvi un guadagno. Molte creazioni possono servire al di là del loro impiego immediato: poster, stampe, spille, magliette e perfino immagini di repertorio. Prendete in considerazione l’ipotesi di creare un negozio (o di trovarne uno esistente che si presti ad aiutarvi) per generare introiti extra. Optando per il fai-da-te potrete risparmiare sui costi stampando su ordinazione.
10) pensate positivo
Cercate il lato positivo di ogni cosa. Se è vero che solo i forti sopravvivono, allora duro lavoro e dedizione faranno la vostra fortuna. La prosperità economica e quella creativa sono anzitutto nelle vostre mani, perciò guardatevi allo specchio prima di dare la colpa agli altri e lavorate per costruire il vostro successo.
[Computer Arts – Luglio 2009]

“Le società intermedie sono le associazioni e le organizzazioni in cui l’individuo entra e di cui fa parte con gradi diversi di intensità, come i sindacati ma anche molti tipi di associazioni; mentre il termine istituzione, sociologicamente parlando, è un pò più forte e robusto perché si riferisce a qualche tipo di sistema sociale in cui si integrano dei valori, delle credenze, delle regole di comportamento, delle regole normative, oltre che delle motivazioni personali. Anche le istituzioni, come le società intermedie, stanno tra l’individuo e gli strati alti del potere e le autorità massime della società.
A tal proposito è in atto già da alcuni anni e tuttora in corso un processo politicamente preoccupante di erosione sia delle istituzioni che delle società intermedie. Ad esempio, i consumi di massa sfrenati e largamente superflui necessitano di una sorta di rapporto diretto con qualche modello, con qualche entità singola come ad esempio le star o altre figure pubbliche riconoscibili che saltano sia le istituzioni che le associazioni intermedie. Anche da un punto di vista produttivo e politico, per avere tanto produttori che consumatori non troppo irrequieti, più o meno adagiati nella loro condizione sociale e umana, è necessario avere un rapporto diretto tra l’individuo e qualche tipo di capo, di figura carismatica o di personaggio dominante. Gli autoritarismi e le dittature del secolo scorso hanno giocato esattamente su questo: uno dei primi interventi che sono stati fatti tanto in Italia quanto in Germania, ad esempio, quando i dittatori hanno preso il potere è stato quello di eliminare il più possibile istituzioni sociali intermedie affinché si configurasse il rapporto diretto tra l’individuo e il suo capo. In Germania, per ricordare che il 30 gennaio 2008 è stato il 75° anniversario della presa del potere da parte dei nazisti di Hitler, i primissimi interventi dei primi anni del potere consistettero nella demolizione della maggior parte delle istituzioni giuridiche, politiche, economiche che si frapponevano tra il capo e il singolo, che non aveva più nessun tipo di legame (non parliamo nè di famiglia nè di realtà locali), ma doveva obbedienza al Führer, al capo. In forme più miti, edulcorate e non così drammatiche, questo si ritrova anche in altri contesti. Nel contesto tedesco c’era una componente politica, militare e di razza, ma una formula abbastanza simile viene utilizzata per assicurare produzione e consumi di massa: il consumo di radio e televisione protratto per ventiquattro ore al giorno è un elemento importante del rapporto che fa saltare le società intermedie e le istituzioni. Il rapporto diretto con la fiction, l’intrattenimento o la telenovela è il passo, il segmento di un processo che collega il singolo individuo a autorità più o meno impersonali e talvolta impersonate che intrattengono il grande circo dei consumi e della produzione in tutto il mondo.
E questo è il peggior regalo che l’occidente abbia fatto al resto del mondo: incanalare, cioè, miliardi di persone sugli stessi modelli di vita e di consumo che noi abbiamo inventato e che fino a un certo momento erano fattori di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita, ma che al di là sono diventate forme di infantilizzazione e anche di asservimento politico.”
[tratto dall’intervista a Luciano GallinoComunicazione punto doc N°1 – Lupetti editore]

“Non ho mai avvertito la necessità di comunicare al mondo qualcosa. Solo dopo essere stato in Europa e negli Stati Uniti ho capito che il popolo giapponese vive in un sistema che isola le persone. Se non fai parte di un’impresa non sei nessuno. Quando sono tornato a Tokyo ho pensato che le persone sono come uova che si rompono contro un muro invincibile: il sistema”.
[Haruki Murakami – tratto dall’intervista su Il Venerdì N°1099 – 10 aprile 2009]

Da sempre compaiono parole che significano tutto e il contrario di tutto. Sono di moda. Tutti le usano. Il loro successo sta nella loro stessa ambiguità. “Mash-up”, per l’appunto, vuole dire “poltiglia”. Di origine musicale, forse giamaicana, la parola denota la pratica di campionare da brani differenti le linee del basso, degli alti o gli effetti sonori, per poi miscelarli in qualcosa che suoni in modo totalmente nuovo. L’hip hop fin dai primordi è una pratica mash-up. Oggi con questo termine si intendono anche applicazioni informatiche che traggono dati da più fonti poi accorpate in un tutto unitario. Non solo grazie a feed come Rss, ma anche ad applicazioni quali Google Mashup Editor. Non si tratta solo di una pratica tecnologica, ma anche e soprattutto sociale, a cui con sempre maggior interesse guardano anche i produttori di contenuti multimediali. Di rilievo pertanto, l’uscita di Link7, rivista di riflessione teorica di Mediaset, tutta dedicata alla questione del mash-up nella programmazione televisiva: da Blob al riutilizzo dei prodotti e delle immagini d’archivio, al loro uso selettivo su YouTube, tra repliche e remake di grandi classici. Una lettura importante, soprattutto se temperata con il saggio di Henry Jenkins, “Cultura Convergente” (Apogeo, 2008) che allarga lo scenario alle comunità online di fan, che si organizzano creativamente attorno a prodotti quali Matrix, Harry Potter, Star Wars, Lost, in una continua contaminazione di ruoli e significati.
[recensione tratta da WIRED – N°3 – maggio 2009]

Da pochi giorni mi trovo in Senegal. Il sole è una meraviglia e un forte vento dall’oceano tempera il caldo. […] Tutti i rappresentanti delle istituzioni, gli opinionisti, gli intellettuali e gli scrittori fanno a gara a chi denuncia con più crudezza i responsabili accertati dell’epidemia di Aids in Africa… vale a dire gli omosessuali e le lesbiche. Una ong, che si chiama Jamra, capitanata dall’imam Massamba Diop, ha denunciato la presenza, alla 15^ conferenza sull’Aids, che si è tenuta in città nel dicembre scorso, “di lobbies omosessuali che si sono attivate per fare proselitismo malsano per un ennesimo tentativo di promuovere pratiche contro natura, le quali nemmeno gli animali, i più ripugnanti, oserebbero fare”. […] Gli imam sono alla testa delle proteste contro l’aumento delle bollette dell’elettricità e contro la corruzione dei politici. Spesso, insomma, sono i protagonisti delle rivendicazioni più avanzate (denunciare le ingiustizie in Senegal può essere estremamente pericoloso…). Ma allo stesso tempo sono portatori di mentalità arcaiche, violente e strapiene di pregiudizi ignoranti e vergognosi: alcuni di loro hanno innescato un’aspra protesta per impedire che un gay dichiarato fosse seppellito con rito musulmano al cimitero. Certo, un coro di intellettuali, dalle pagine di Wal Fadjri, il quotidiano più accreditato del Senegal, si è levato contro i dignitari religiosi. Ma non facciamoci troppe illusioni. Lo scrittore Moumar Gueye, nell’argomentare, ha finito comunque per raccontare una storiella omofobica: “Da piccolo mia madre mi ripeteva: hai osservato le capre? hanno tutti i giorni il buco all’aria, ma non vedrai mai un montone montarne il culo”.
[Maurizio Polenghi – Diario – aprile 2009]

“Ma perché bisognerebbe cooperare? Gli studi sulla cooperazione hanno messo in luce che ogni qualvolta i soggetti in competizione (stakeholder con interessi differenti) hanno la possibilità di cooperare il risultato della cooperazione avvantaggia entrambi. La Game Theory ha provato a fornire le spiegazioni di tale comportamento e ha dimostrato che anche in un contesto altamente competitivo come quello del “dilemma del prigioniero”, la cooperazione basata sulla reciprocità sia sempre la strategia vincente. Questa strategia, denominata tit for tat, presuppone infatti di iniziare a cooperare e poi di replicare il comportamento del proprio partner, massimizzando il risultato della cooperazione.
Mentre nella Game Theory la cooperazione è una scelta “economica” intesa a massimizzare un risultato individuale, l’economia del dono, variamente intesa, presuppone la cooperazione solidale subordinata a un insieme di obblighi sociali e fattori non economici di cui si fa garante la comunità che dalla cooperazione si arricchisce. Al dono non è tanto associata un’idea di gratuità ma quella di un diverso modello di scambio, basato sulla reciprocità. La reciprocità è l’anello di congiunzione fra la cooperazione competitiva e la cooperazione elargitiva.
La reciprocità nel dono comporta una triplice obbligazione: dare, ricevere, restituire. Il dono presuppone una restituzione, quindi esiste una convenienza non immediata, nel donare. Esiste una obbligazione al dono quanto un interesse a donare.”
[Arturo Di Corinto – in “Parole di una nuova politica” – transform!Italia]

In una società della comunicazione i temi sensibili non possono che essere inquinati di troppe parole, di ragionamenti fuorvianti, di opinionismo dilagante, di espertismo da salotto televisivo. Quasi sempre la prima operazione da fare è liberarsi delle cornici nelle quali il tema è posizionato, evitare il ricatto dello schieramento fra punti di vista già confezionati, mettere in crisi tutto ciò che è dato come vero, interrogarsi sistematicamente su quale rapporto diretto col tema ha chi parla, confrontare il racconto con il proprio vissuto. Dopo questa azione ecologica, resta ben poco, emerge altro. Prendiamo gli adolescenti, meglio la loro rappresentazione in tre grosse casse di risonanza, coglieremo il rumore.
In questo momento in Italia ci sono continue serate di genitori, organizzate da loro associazioni, scuole o altri, che si interrogano sui figli. E’ un fenomeno endemico, molto diffuso e molto partecipato, singolare perché sono genitori (molto spesso madri) che rinunciano a stare a casa con i figli pur di seguire l’incontro con l’esperto, titolo che è capitato anche a me. Il paniere di domande che stanno attraversando le famiglie italiane con adolescenti è più o meno lo stesso: chi sono, cosa sono diventati, che possiamo fare. E’ una domanda onesta, molto sentita, il disorientamento è evidente, in alcuni casi drammatico. Il problema è che a seguire l’ordine del discorso si finisce per stigmatizzare, elencare ciò che i ragazzi non sono più o non fanno più, smarcare la propria adolescenza dai facili tempi attuali. E invece il nodo sono gli adulti, il ragionamento rimbalza su di loro, sulla loro crisi di magistralità, sulla loro debole esemplarità, sulla loro stessa fatica a reggere la corruzione (morale, nei consumi, nelle scelte di ogni giorno) di questi tempi, sulla loro indisponibilità a transitare dalla fatica del ruolo adulto, attratti come lo siamo tutti, adolescenti compresi, dalla soluzione immediata.  (…)
[di Stefano Laffi – tratto dalla rivista Lo Straniero – N°104 – febbraio 2009]