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12Lug08

Ed eccomi al secondo round di quella che io definisco “periodica pulizia della mia scrivania”. E’ una specie di rito. Stappo una bottiglia di buon vino, inizio a guardarla dall’alto, scatto anche due foto panoramiche e due dettagli (non si sa mai, dovessero mancare corredi iconografici per i propri deliri biografici), e cerco di costringere in 4 grandi pile tutto il materiale sparso. Questa operazione dura almeno metà della bottiglia. Il restante tempo è quello trascorso a spulciare e segnalare su questi post le curiosità più stimolanti. In pratica uno zibaldone incollato male, ma con le fonti rigorosamente citate. 

 

Nello scorso maggio nella campagna toscana si è tenuto un seminario di tre giorni dal titolo “Elementi di critica trans: il transito secondo i transitanti”. Uno dei temi più discussi è stato quello della storia del transessualismo e di una sua ricostruzione. La domanda da cui è scaturito il dibattito/riflessione era se esiste una prima volta dell’esperienza trans e a quando essa può risalire. La confusione nasce dal fatto che rispetto al transessualismo ci sono due approcci distinti: uno scientifico e uno culturale. Seguendo il primo il transessualismo nascerebbe in una clinica tra il 1949 e il 1952 quando viene coniato il termine specifico ed eseguito il primo intervento di cambio di sesso, quello su Cristin Jorghensen. Seguendo il secondo esso potrebbe nascere con la formazione delle prime comunità trans all’inizio degli anni ’60 o prima ancora nei cabaret di Parigi o Berlino agli inizi del secolo scorso. Sono due approcci distinti che rimandano a significati e significanti diversi, uno lo vede come patologia mentre l’altro come esperienza umana significativa. L’esigenza che emergeva dal seminario era quella di una costruzione o ricostruzione storica, una contro storia o storia dal basso e una relativa e non meno importante ricostruzione di senso. Fino ad ora la costruzione di senso rispetto al transessualismo è quella che hanno fatto gli studiosi che può dirsi scienza. Si tratta di ribaltare la questione, partendo dal soggetto e non dall’oggetto, in altre parole partire da noi, raccogliere le testimonianze, riprendere la narrazione, dirsi e riflettere sul proprio percorso e nel dare corpo a questa storia, nel suo svelarsi è implicita una ricostruzione di senso proprio, un senso Trans dell’esperienza Trans. E’ quello che mi sta a cuore ed è quello che cerco di fare attraverso i miei libri, Tra le rose e le viole prima, Antologaia dopo e ora Favolose Narranti, ricostruire il transito secondo i transitanti. Finora a parlare delle persone transessuali sono stati altri, altri che interpretano, spiegano, osservano e descrivono da fuori, aggiungendo un punto di vista, un giudizio, una lettura particolari. L’esperienza trans vista da fuori appare spezzettata, confusa, superficiale, ma se vista da dentro è una storia dotata di senso, con un suo percorso che passa dai roghi, dai manicomi, dai cabaret parigini e berlinesi, dai campi di sterminio, dalle carceri, dalla prostituzione, dallo spazio finto dei media fino alla breve ma visibile rappresentanza parlamentare. E’ la nuda vita di persone che faticano, gioiscono, sudano, sanguinano, profumano e … parlano! Alle dieci storie ho voluto aggiungere cinque saggi di cosiddetti testimoni privilegiati che approfondiscono alcuni temi legati a questioni problematiche come il rapporto con la scienza, con i media, con i servizi e le istituzioni, con il movimento glbtq, con il femminismo. Un contributo alla costruzione di un senso Trans alla propria storia. 

[Porpora Marcasciano, prefazione a “Favolose Narranti”. ed Manifestolibri]

 

E’ il vecchio saggio del punk-rock, il genere musicale anti saggezza per antonomasia. Ma se c’è di mezzo Lou Reed, alle apparenti contraddizioni non bisogna fare troppo caso. Come ha fatto il pubblico in delirio del recente South by South West Festival (Austin, Texas), quando Lou Reed ha urlato: “Io amo il punk-rock, e sono stato il primo”. Giù ovazioni, neanche fosse il profeta. Per forza, neanche un minuto prima aveva cantato da par suo “Take a Walk on the Wild Side”, in uno strepitoso duetto con Moby! Comunque, da profeta, hanno cominciato a trattarlo dal 1974, l’anno in cui per la prima volta è stato fotografato da L’Uomo Vogue (foto di Oliviero Toscani). E’ anche l’anno che vede la prima delle sue celebri resurrezioni professionali. Reduce dall’allora incomprensibile “Berlin”, l’album che gli sta pagando con gli interessi tutte le promesse mancate, Lou è pressato dai discografici. Gli chiedono qualcosa di più “ascoltabile” per uscire dalla bonaccia, e lui risponde con due botti a breve distanza, che non soltanto si venderanno bene, ma rimarranno nella memoria. Si tratta del supercult “Rock’n’roll Animal” e dell’altrettanto celebre “Sally can’t dance”. Fin dai tempi dei primi Velvet Underground, cui risale anche l’amicizia con Andy Warhol, Lou Reed vive una carriera dai movimenti sincopati, caratterizzati da successi clamorosi seguiti da inciampi e risalite. Tra balzi musicali anche troppo in là per quei tempi e impasse imbarazzanti farcite di alcool e droghe, Lou ha infine trovato l’equilibrio della maturità. Non ha certo perso in qualità, ma ora è un ricco signore pieno di interessi anche lontani dalla musica. E’ per esempio un ottimo fotografo e l’anno scorso con la mostra “Lou Reed’s New York” ha riscosso ottimi commenti della stampa e raccolto molti visitatori, sia in America sia in Europa. Ma la sua vera passione resta fatta di suoni. E devono essere di qualità. Per questo, a più riprese, se l’è presa pubblicamente con la sbrigativa usanza di massa del ricorso al formato mp3: “E’ terribile. La compressione non permette mai di ascoltare tutti gli strumenti impiegati in un pezzo”. Per il maturo signor Reed comunque, ogni pretesto è sempre buono per mettersi a fare musica, anche al di fuori dei circuiti tradizionali. Con la compagna Laurie Anderson e il sassofonista John Zorn ha da poco registrato “The Stone Benefit CD Volume 3”. Si tratta di una incredibile performance concessa per salvare dalla certa chiusura lo “Stone”, un piccolo locale newyorkese. In questi giorni però il rocker dalla voce di velluto si sta concentrando su “Berlin”, che ormai tutti indicano come il capolavoro di una supercarriera. Il 2007 aveva visto il riscatto del famoso “concept album” del ’73, che l’artista definisce “la mia opera da tre soldi”. In ogni città toccata il successo è stato strepitoso, e un bel ruolo divulgativo ha avuto anche il film di Julian Schnabel, che ha mietuto consensi al Festival del Cinema di Venezia. Proprio Schnabel cura l’allestimento scenico del “Berlin Tour 2008”, nato per festeggiare i trentacinque anni dell’album: da giugno partirà una cavalcata continentale che purtroppo, per via del mancato accordo con l’Arena di Verona, escluderà l’Italia. La direzione musicale è stata affidata a Bob Ezrin e Hal Willner. Per il resto, solita orchestra di archi e fiati e solito coro di bambini (New York Children). Per chi decidesse, la Svizzera è qui dietro l’angolo.

[Sergio Maggio - L’Uomo Vogue - N°391]

 

“Il senso di comunità più forte lo si ritrova probabilmente in quei gruppi che vedono minacciate le basi della loro esistenza collettiva e che per tale motivo erigono una comunità di identità che infonde un forte senso di forza e resistenza. Vedendosi incapace di controllare le relazioni sociali in cui si trova a vivere, la gente riduce il mondo alla dimensione delle proprie comunità e agisce politicamente su tale base. Il risultato, fin troppo spesso, è un ossessivo particolarismo come modo di far fronte o superare la situazione.”

[Jeffrey Weeks, “Making Sexual History”, Cambridge 2000]

 

Il rapporto 2008 sulla situazione dei diritti umani nel mondo è segnato da un’importante ricorrenza: il sessantesimo anniversario della dichiarazione universale dei diritti umani. Lo scarto tra quelle promesse e una realtà tutt’altro che soddisfacente è al centro del volume, che documenta lo stato delle cose in 150 paesi e territori.

[Amnesty International, Ed. Gruppo Abele, 592 pagine, 20 euro]

 

Considerato il parente povero dell’mp3, lo streaming fatica (spesso a ragion veduta) a liberarsi da questa etichetta. Suono compresso, cattiva qualità, interruzioni continue. Non sorprende che molte persone preferiscono scambiare brani illegalmente invece di ascoltarli in streaming. Eppure negli ultimi anni questa tecnologia ha fatto passi da gigante. Radioblogclub, un sito francese all’avanguardia, fino a poco tempo fa era come un grande juke-box in rete. Ci ha messo poco ad attirare l’attenzione degli editori ed è stato chiuso nella primavera del 2007, insieme a BlogMusik.

Quest’ultimo si è trasformato in deezer.com e si è imposto come il primo sito a chiudere accordi con etichette discografiche e detentori di diritti, proponendo un catalogo di milioni di brani, tutti ascoltabili legalmente. Un servizio simile è fornito da musicovery.com e lasfm.com, che tuttavia, a seconda dei paesi, hanno cataloghi più o meno limitati. Nessun problema di legalità invece per seeqpod.com, un semplice motore di ricerca che rimanda a video e audio sparsi in rete. Il problema è che non è poi così difficile scaricare i brani messi a disposizione in streaming. E questo implica problemi legali soprattutto per i creatori di siti.

[Diane Lisarelli, Les Inkorruptibles. da Internazionale N°746]

 

Lungo il centralissimo boulevard Theodor-Heuss-Strasse la notte di Stoccarda prende vita in locali che stanno rinnovando il volto della città, come il T-O12. Inaugurata nel 2006 e intitolata a Theodor-Heuss, primo presidente della Germania federale dopo la fine del secondo conflitto mondiale, la discoteca si trova al civico 12 all’interno dell’edificio che ospitava precedentemente l’Internationale Musikakademie. Per distinguersi dal rigore dei portici della grande facciata, l’ingresso del locale viene concepito come una quinta di uno spettacolo di Broadway: un pannello bianco retroilluminato in perspex cita lapidario le lettere T - O, la cui pronuncia in tedesco, Theo, sono l’abbreviazione di Theodor. Il potere evocativo della grafica e dei disegni a grandi campiture piatte sono alla base del concept decorativo di tutti gli ambienti interni, e si sviluppa tematicamente sui tre livelli del progetto al decrescere della luminosità. All’ingresso della discoteca, un grande bar allungato in Corian®, dalla forma fluida a U, scandisce la sequenza delle illustrazioni dipinte su pannelli in legno trattati con impregnante nero, in cui vengono stravolte le regole del positivo e negativo, della bidimensione e tridimensione. In fondo alla sala si aprono simmetriche, ma complementari, due piccole sale. Il privé di sinistra si caratterizza per le pareti sfaccettate e specchiate che creano vertigini proiettive e dilatano lo spazio; quello di destra, formalmente come contrappunto al primo,ha le superfici ovali completamente rivestite di tessuto imbottito opaco nero mentre il soffitto specchiato riflette il tavolo centrale. Il vano scala a chiocciola che conduce al piano inferiore accoglie frasi e aneddoti del Presidente. Al livello interrato si trovano una pista da ballo e un secondo bar, più piccolo di quello all’ingresso, il guardaroba e i servizi. Qui i motivi decorativi sono ispirati alle “sottoculture”: forme fito-zoomorfe ricordano insetti e piante carnivore che comunemente vivono in luoghi caldi e umidi. Mentre al piano superiore l’illustrazione macro di una fanciulla-ninfa si allunga su tutto il soffitto e accoglie gli ospiti disegnando il percorso verso il bar. Il banco, rigorosissimo nella sua linea orizzontale, è posto perpendicolarmente al vano scale e diventa fondale invitante grazie all’esposizione delle bottiglie su lunghe mensole cromate. Tutta l’area è occupata dalla pista da ballo principale, illuminata da giochi di luce filtrati da sette aperture circolari specchiate a soffitto. In verticale si svolge una panoramica a 360° dei profili degli edifici immaginari di Theodor-Heuss-Strasse animati da elicotteri, aquile e lampioni. Un ultimo piccolo privé permette agli ospiti di ritirarsi nel mondo vero, ritratto da fotografie. 

[Elena Vai, Ottagono N°210]

 

“Senza le utopie dei tempi andati, gli uomini vivrebbero ancora nelle caverne, infelici e nudi. Sono stati gli utopisti che hanno tracciato le linee della prima città. Dai sogni generosi nascono benefiche realtà. L’utopia è il principio di ogni progresso, il tentativo di un futuro migliore.”

[Anatole France]

 

Le forze politiche di sinistra, il cui spettro si dilata per poter accogliere tutti gli interessi ch le classi produttrici devono abbracciare per raggiungere un qualche controllo del potere statale, non hanno vissuto un momento così chiarificatore. La sinistra non è ancora consapevole di trovarsi di fronte a una scelta tra le nebbie dell’internazionalismo vettoriale e le identità fittizie del nazionalismo. Non ha ancora articolato una democrazia globale alternativa che possa assicurarle un sostegno popolare. Non ha ancora trovato la formula per disinnescare il particolarismo sciovinista e regionale. La sinistra, quando è al potere, zigzaga ansiosamente tra concessioni tattiche a una parte o all’altra, erodendo in un solo colpo l’ampio sostegno che aveva da entrambe. 

[Wark McKenzie, “Un Manifesto Hacker”]


E’ triste ascoltare il grido di dolore di un presidente che in lacrime implora i paesi occupanti di non bombardare i civili. E’ quello che si legge sulle prime pagine dei principali giornali di tutto il mondo occidentale, dopo l’ennesima strage compiuta in Afghanistan da truppe militari statunitensi. Le vittime stavano tutte festeggiando un matrimonio e improvvisamente sono state abbattute con bombe provenienti dal cielo. Ben 47 civili, tra cui 39 donne e bambini. Ovviamente i 1.000 punti per ottenere la medaglia al valor civile e militare in questo massacrante videogame senza fine in mano a scagnozzi iperdrogati e iperpagati consistono nell’aver fatto fuori la sposa. Sulle prime pagine di Repubblica e Corriere si legge di tutto, dalle deliranti ragioni autoriferite di una Sabina Guzzanti assetata di applausi, al fatto che internet aiuta a dimagrire. Ma del nostro consenso, assenso e partecipazione costante a massacri del genere nemmeno un accenno. Forse, se si fosse trattato di una “unione civile”, con magari tra gli invitati qualche travestita che fa colore per le photogallery del sito, chissà, c’avrebbero prestato attenzione. Vergogna.  


bambini

10Giu08

Provate ad essere come bambini. Non fate le cose perché sono necessarie, ma liberamente e per amore.

[Thomas Merton]


Mentre tutta la sinistra si arrovella sul perché e sul per come è stato possibile perdere le elezioni in modo così clamoroso, dubito che la maggioranza di italiani che ha votato l’attuale forza di governo sia in grado di fare analisi politiche capaci di andar oltre il “i politici sono tutti ladri, corrotti e collusi con la malavita”. Il signor Travaglio con il suo bel faccino e la sua spigliata parlantina ribadisce lo stesso concetto, ben noto alla maggioranza degli italiani, ma con maggior cognizione di causa (in tutti i sensi), con maggior senso del ritmo e con maggior padronanza della lingua e della legge (essendo egli un giornalista esperto in cronaca giudiziaria). Ebbene, l’attuale forza di governo ha deciso di farlo fuori, di metterlo a tacere e di colpire insieme a lui l’ultimo avamposto di una satira di sinistra incancrenitasi nelle coscienze e nelle antenne tv. Questo avamposto ha il nome di Fabio Fazio. La faccenda ha dei risvolti parossistici se si pensa che anche i quattro gatti che a sinistra hanno superato lo sbarramento per entrare in Parlamento si sono messi a gridare contro Fazio e contro Travaglio. Sono sicuro che queste grida le hanno fatte solo in direzione dell’orecchio del padrone, per mostrargli la sottomissione di cui sono capaci e la mansuetudine morale cui sono disposti a mantener il Paese nel caso in cui la terza rete venisse ri-affidata loro. Risultato? Travaglio riempirà come sempre i teatri e diffonderà il verbo tenendo alta la bandiera che oggi gli applaude solo l’Italia dei Valori, Fazio verrà licenziato e ridotto a scrivere un libro che nessuno leggerà in attesa di un nuovo Sanremo o di un miracoloso voto che gli assegnerà una nuova striscia tv. E la Littizzetto? Con meno lavoro garantito in Rai, e con meno spazio “libero” in cui arraffare simpatie nazionalpopolari, forse, magari, accetterà di passare a fare un saluto anche a The Italian Miss Alternative: infondo anche lei i suoi inizi li ha trascorsi al Cassero.


ghost 001

25Apr08

Cittadine e cittadini,
compagne e compagni omosessuali

di fronte a questa lapide,
che costituisce uno dei rari punti in cui la memoria di tanto orrore viene esibita,
è bene oggi ribadire a testa alta alcuni valori cui teniamo

l’Italia il 25 aprile 1945 riacquistò la dignità e una lunga serie di libertà
che vanno dal voto al poter dire ciò che si pensa,
dal costruire un partito o sindacato fino a poter essere ebrei senza finire in un campo di concentramento.

Da quella data finirono anche le persecuzioni per il proprio orientamento sessuale.

Ma questo i Padri della Costituzione dimenticarono di metterlo nero su bianco,
ed oggi, a distanza di più di 60 anni da allora, siamo ancora tutti intenti a cercare di colmare questo vuoto che sembra non essere solo un capriccio o un passaggio formale,
un vuoto assordante che continua a mietere vittime e segnare un solco tra cittadini di serie A e cittadini di serie B

nel celebrare collettivamente i significati legati al 25 aprile
ci sentiamo partecipi di un antifascismo
che secondo noi andrebbe manifestato con il recupero della dignità di tutti i membri della comunità che chiamiamo Italia
una dignità troppo spesso calpestata sia da ignoranti figli del ceto mediatico che da colte gerarchie confessionali privilegiate;

concentrare la nostra memoria, in questo giorno, solo su questi pochi concetti
vuol dire, per noi, tener ben presente che la fase politico istituzionale appena avviata è caratterizzata da grandi rischi di revisionismo
e da possibili beceri attacchi alla ricchezza di questa memoria che è stata il collante per tutte le azioni pubbliche dal dopoguerra ad oggi

le nuove generazioni saranno anche più fortunate per aver vissuto in tempi di pace e per non aver corso grandi rischi
cui l’abbrutimento nazi-fascista sottopose intere popolazioni,
ma il futuro non potrà avere lo stesso slancio ideale e le stesse certezze se lasciamo che la memoria possa essere raggirata con facili bassezze

la nostra memoria vigila sulle nostre azioni e sulle nostre rivendicazioni
laddove ci grideranno al peccato noi risponderemo “Diritti!”
a chi ci parlerà di sacramenti noi parleremo di contratti
e a chi ci impone distinguo noi ribadiremo la nostra uguaglianza

soltanto un’Italia laica e desta può garantire la salvaguardia dei principi del suo agire democratico;
di fronte a questa lapide dedicata alle vittime omosessuali del nazifascismo il prossimo 28 giugno ci porteremo il resto del movimento omosessuale italiano
non sarà un giorno solenne come questo, rosso sui calendari,
ma sarà rosso nei nostri cuori!

Emiliano Zaino
presidente circolo “il Cassero”
25 aprile 2008


Mi piace pensare che Mario Mieli fu un provocatore, un intellettuale che architettava continui attacchi a tutte quelle norme che regolano i comportamenti e le definizioni del nostro corpo e della nostra sessualità. I suoi scritti, la sua militanza, le sue performance e più in generale il suo pensiero hanno inciso profondamente sullo sviluppo del movimento omosessuale. Chi in quegli anni c’era, ed ara attivo sul fronte della lotta per la liberazione delle persone omosessuali, sa che la figura di Mario Mieli era un punto di riferimento forte e scomodo; un militante che ha spinto le sue azioni rivoluzionarie fino ai confini meno accettabili dal senso comune. Spesso i teorici rivoluzionari hanno immaginato mondi migliori e per questo le loro teorie inapplicate sono state definite utopie. Il pensiero di Mario Mieli, instancabilmente dedito alla lotta contro ogni ordine costituito, era fortemente orientato all’abbattimento dell’omofobia e alla valorizzazione della femminilità, fino al raggiungimento di un eros completamente libero e slegato da ogni castrante tabù o norma eterosessuale. Il suo mondo ideale era un mondo pansessuale, rappresentato più dalla sessualità indefinita dell’infanzia che dai goffi tentativi di normalizzazione omosex che i gay associati hanno sempre tentato di mettere in atto. Qualsiasi norma castra il desiderio. Qualsiasi norma è indesiderabile. La sua vita è costellata di gesti dissacratori contro la normalità. Un continuo corpo a corpo con le istituzioni, con i movimenti politici, con il pensiero dominante. Mario Mieli ha vissuto coraggiosamente la complessità di cui si faceva continuamente testimone e portatore. Lo abbiamo visto affrontare da solo e zittire un intero corteo operaio che mostrava sintomi di omofobia, lo abbiamo visto arrestato a Londra vestito da suora, lo abbiamo visto fatto di lsd denudarsi e gridare ad un poliziotto “fuck me”, lo abbiamo visto mangiare feci su un palcoscenico. Un misto di genio, avanguardia, militanza e intellettualismo. E’ stato capace in ogni momento di ricordare a tutti e a tutte che la nostra sessualità e il nostro desiderio sono vittime dell’educastrazione attuata da chi ci impone un modello monosessuale, sia esso etero o omo. Noi tutti siamo naturalmente transessuali. Un pensiero e una pratica caratterizzate da una carica rivoluzionaria che ancora oggi scuotono le coscienze.
E noi qui, oggi, a rivendicare i Dico, a cercare di salvare la legge sull’aborto, a cercare a tutti i costi di creare possibili canali di comunicazione con le istituzioni capaci solo di raggirarci per le nostre (scomode?) istanze e di sedurci quando si tratta di incassare voti e consenso.
A 25 anni dalla scomparsa, la vita e le opere di Mario Mieli restano un fecondo monito per tutti coloro che si sentono chiamati a migliorare le condizioni di vita delle persone omosessuali. Per rinvigorire e scuotere l’attivismo politico non bastano edulcorati discorsi al limite del compromesso, servono sane e decise provocazioni.

Bibliografia essenziale:

• Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale (a cura di Gianni Rossi Barilli e Paola Mieli), Feltrinelli, Milano 2002.
• Mario Mieli, Il risveglio dei faraoni, Centro d’Iniziativa Luca Rossi, Milano 1994.

mario mieli


Numerose sono state le azioni contro la comunità gay lesbica transessuale in Italia nel corso degli ultimi anni (circa venti) in cui si è cercato di alzare la testa e reagire ad un clima che tenta di costringerci alla vergogna. Cosa c’è da vergognarsi? Cosa dovremmo tener nascosto? Cosa dovremmo tacere?
Con la rabbia che ci corrode le risposte andrebbero tutte indirizzate verso chi si diverte con i nostri corpi e con le nostre vite. Senza preoccuparsi di lasciare anche solo una mancia in fatto di diritti. Anzi pronti a comprare qualche litro di benzina con qualche spicciolo e cercare di insabbiare con un falò i ricordi di una notte troppo spinta in cui ci si è ritrovati in una toilette con qualcosa di troppo in mano, o in bocca, o altrove. L’omofobia non è la sana preoccupazione di una mamma che spera che il suo pargolo le dia dei nipotini, l’omofobia non è l’inquietudine di un padre che non riesce a commentare le partite della domenica con il figlio finocchio. L’omofobia è una malattia che affonda le sue radici nelle persone che non riescono a reagire alle gravissime allusioni provocate da chi rappresenta quella parte di sé troppo poco accettata. Solo un frocio può voler scacciare un altro frocio. Un eterosessuale non avrebbe nessun interesse nel prendersela con un omosessuale. Una vera persona eterosessuale riconoscerebbe nell’omosessuale un differente orientamento sessuale, e stabilirebbe con esso un rapporto basato su un ovvio compromesso che esclude forme di seduzione e di coinvolgimento sentimentale. L’omofobia è esattamente l’incapacità di instaurare rapporti “normali” tra persone di orientamento sessuale diverso. Una malattia, ripeto, che colpisce chi in questa relazione accusa un difetto. Un difetto che ha origine, secondo me, nella non accettazione di impulsi che fanno vacillare la propria virilità, in caso di uomini. L’omofobia femminile devo ancora conoscerla. Proverò nel tempo a maturare un’opinione anche su questo particolare fenomeno.
Le esternazioni di questa malattia sono state delle più svariate. Si va dal semplice insulto verso il compagno di classe, all’incendio del locale in cui si ritrovano persone che troppe volte hanno rappresentato l’asterisco di rimando alla propria occulta diversità. Nell’elenco di queste virili bravate si possono leggere pestaggi, omicidi consumati dopo essersi concessi per qualche spicciolo, persecuzioni, ricatti, minacce, etc. Tutte reazioni elaborate da persone con un orizzonte ideale di poco conto. Tutte reazioni vissute sull’onda dell’impulso. Se tutte le vittime dell’omofobia potessero elencare i nomi e le biografie di chi si è dilettato anche per pochi minuti col proprio corpo, sono sicuro che la storia di questo paese assumerebbe tinte diverse. Invece, siamo costretti ad assistere ad un fuggi fuggi della sinistra in fatto di “legge contro la discriminazione”, e ad un pastorale rispetto nella non concessione di diritti alle coppie dello stesso sesso che vogliono veder riconosciuto uno stato di fatto, in quanto nucleo affettivo di contribuenti capaci di aggiungere denaro nelle casse dello stato garantendo i privilegi a quei pochi in grado di dichiararsi “professionisti della politica”, e pronti a nascondere la testa sotto la sabbia quando pescati a cercare sesso a buon mercato sui marciapiedi dove bazzicano transessuali senza permesso di soggiorno.
L’omofobia assume tinte forti quando inizia ad avere giustificazioni di altro genere. La dottrina della chiesa cattolica per esempio è sempre lì pronta a dirti che non devi masturbarti, figuriamoci masturbare il tuo compagno di banco. Le fiamme dell’inferno divoreranno te, peccatore, e tutte le pecorelle smarrite non in grado di far sosta al confessionale e regalare un racconto porno gratuito al referente di turno. L’omosessualità per la chiesa è un fenomeno tollerabile solo in caso di assenza di pratica sessuale. L’omosessualità nella chiesa è un fenomeno di cui nessuno deve parlare. E se ne parlano è per scherzare e sfottere quegli uomini “che hanno fatto voto di castità e che per pregare hanno scelto di sacrificare la figa”. Non mi risulta però che fenomeni di omofobia violenta si siano mai scagliati contro la chiesa. E’ evidente che quegli uomini in gonnella sanno il fatto loro e conoscono come tener separati certi impulsi da certi “affari”.
Finchè in Italia si continua ad assecondare questo clima e queste prassi, non andremo molto lontano in fatto di civiltà. E uso la parola civiltà non a caso: invito tutte le persone omofobe a tener presente la vita sessuale di tutti i principali artisti che costituiscono il patrimonio dell’umanità. Sarete costretti a sovrapporre continuamente immagini di madonne che tengono in braccio il loro cristo morto a immagini di fellatio tra uomini che provengono dal vostro inaccettato impulso. Provate a dar fuoco alla “Pietà” di Michelangelo, scoprirete che non brucia, e l’omosessuale che l’ha scolpita è morto da tempo, non per mano di un demente come voi, ma ricoperto d’oro da un gerarca della Verità capace di circondarsi delle migliori menti, oltre che delle migliori bocche.


L’ho ritrovata densa, operosa e ricca. Dal mio primo passaggio in questa capitale ad oggi sono visibilmente cambiate moltissime cose. Dagli aspetti più esteriori allo spirito che anima i suoi abitanti. Ovunque poso lo sguardo è possibile rincorrere ricordi e constatare come tutto sia vivo e in continua mutazione. Ho provato a considerare tutto ciò ovvio e normale, ma un paragone si impone ogni volta al mio pensiero: quello con la città dove vivo, dove ho scelto di vivere. Troppo dirompente e scontato contrapporre il divenire all’immobilismo, il contemporaneo al medioevo (non solo artistico), l’innovazione alla tradizione, la tolleranza al pregiudizio, il network all’isolamento, l’internazionalità al provincialismo. In un quotidiano fatto di connessioni sempre più sofisticate mi è facile scorgere come la partecipazione risulta essere incoraggiata. Circa il venti per cento delle persone che fruiscono di video via internet finisce per partecipare alla costruzione di contenuti. E così immagino la “vita” in una capitale come questa: un’alta percentuale di persone che vivono qui finisce per contribuire attivamente alla costruzione delle forme e dei contenuti di questa città. E in tal modo la cittadinanza sembra proiettarsi verso la più contemporanea definizione ovvero quella di rendere familiari degli estranei. Se l’uno per cento degli internauti pubblica on line propri materiali, allo stesso modo i consumatori (così vengono considerati e definiti i cittadini dell’occidente) si trasformano in produttori se viene data loro la possibilità. Ed è proprio questo ventaglio di possibilità che monopolizza l’attenzione di chi attraversa questa metropoli, anche solo per la prima volta. Nell’occidente industrializzato e avanzato possiamo scorgere una democrazia ancora viva solo laddove l’universo delle opportunità è reso intelligibile e condiviso. Quando lo spazio pubblico non teme di confrontarsi ed aprirsi agli interessi e alle proposte del privato, vuol dire che siamo di fronte ad una sintonia che permette di orchestrare con tutti gli strumenti a disposizione la migliore esecuzione possibile.
Senza una regolare esperienza di terreno coltivato in comune, è difficile essere una società.

Alta partecipazione significa anche precipitare nella banalità.


Radio America

22Gen08

Il funzionamento di “Democracy now” dipende soprattutto dall’attività dei volontari e dalle donazioni degli ascoltatori. Senza questo appoggio il programma non avrebbe potuto estendersi a tutto il territorio. Il passaggio alle immagini è stato reso possibile dal lavoro gratuito di tecnici specializzati; le trascrizioni delle trasmissioni disponibili su internet sono state realizzate all’inizio da volontari sparsi in tutto il mondo. In totale la redazione può fare ricorso a ottomila persone, di cui 1700 solo a New York. Questa gente si è iscritta per segnalare la propria disponibilità a lavorare per alcune ore o per un’intera giornata, il più delle volte per svolgere compiti amministrativi.
C’è chi organizza le conferenze che Amy Goodman, la principale giornalista di “Democracy now”, dà in tutto il paese. Mentre per assicurare la promozione del programma, i volontari possono distribuire prospetti e adesivi che scaricano dal sito www.democracynow.org. Un gruppo di militanti sulla costa ovest ha raccolto abbastanza denaro per affittare un grande cartellone pubblicitario dove si può leggere: “I media privati si sono ingannati sull’Iraq. Sostenete il programma che aveva visto giusto”.
In Giappone alcuni volontari hanno creato un loro sito, dove i principali argomenti del programma sono tradotti. A Phoenix (Arizona) e a Buffalo (stato di New York), di fronte al rifiuto delle radio pubbliche locali di trasmettere il programma, gli ascoltatori hanno raccolto dei fondi con i quali hanno comprato lo spazio su una radio privata. Un abitante di Baltimora (Maryland) registra tutti i giorni la versione video del programma diffusa via satellite e di reca in bicicletta alla vicina stazione televisiva locale per portare la cassetta; nel Massachusetts, poiché la radio pubblica si rifiuta di trasmettere il programma, un ottantenne ha montato un ripetitore pirata nel suo giardino. “Ci saranno sempre dei volontari per aiutarci”, afferma Karen Ranucci, direttrice generale di “Democracy now”. “Oggi potremmo realizzare il programma senza il loro aiuto, ma non saremmo mai arrivati qui senza di loro”.

[le Monde diplomatique]


religioni

22Gen08

“E’ perché il potere delle religioni non fa più paura che le si lascia parlare”

[Marcel Gauchet]


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20Gen08

Domenica pomeriggio. Decido di mettere in ordine la mia scrivania, ormai sommersa di scritti di ogni genere: fogli A4, riviste, materiali pubblicitari, elenchi, quaderni, ritagli, fotografie, giornali e libri. Approfitto di questo improvviso momento di buona volontà e provo a fare un esperimento. Un elenco di abstract delle scritture che si sono sedimentate sulla mia scrivania in queste settimane. Trascriverò qualche riga di testo tratta da ognuno degli scritti in questione. Un modo come un altro per fare un ritratto di se stessi. Un utile indice per fare un po’ di ordine.

“Sono fra quanti ritengono che la fine dell’artista non sia ancora il peggio, poiché sono convinto che nei tempi a venire l’arte non sarà la cosa più importante. Ma penso che sarebbe un danno per la cultura se sparisse chi è in grado di dire alle persone la verità in modo indipendente e disinteressato”. [Susanna Bohme-Kuby]

Surfing Torino, documentario firmato da Chiara Pacilli e Davide Dileo in arte Boosta, tastierista dei Subsonica. Trent’anni di viaggio attraverso una città che nel tempo sembra aver stravolto la sua identità di ferroso centro Fiat mirando ad essere un nucleo creativo plastico e possibilmente colorato. Surfando con leggerezza sul passato e prendendo l’onda buona per il presente, i due autori si muovono tra la narrazione e lo spot. Tra le voci: Luciana Lettizzetto, Steve Della Casa, Carlo Petrini, Luca Morino, Marco Mathieu, Davide Ferrario, gli Elkann e Carlo Fruttero.

La rivista culturale tedesca Kulturaustausch ha stilato la classifica delle parole più belle del mondo, e al primo posto ha messo la parola turca Yakamoz che in italiano vuol dire “il riflesso della luna sull’acqua”.

“La network society è solo un’opportunità per trovare una compensazione delle sconfitte e delle umiliazioni causate dalla vita o che si teme essa possa provocare” [Zygmunt Bauman]

Per mettere alla prova con la Columbia, Rubin ha fatto delle richieste strane. Non voleva essere costretto a indossare giacca e cravatta, viaggiare o andare in ufficio e ha insistito per far convertire la Columbia all’ecologia, proponendo di abolire le confezioni in plastica dei cd: “Hanno accettato. Questo mi ha fatto capire che mi avrebbero ascoltato ed è stato importante per sapere fino a dove potevo spingermi. In passato non avrei potuto contribuire in modo decisivo a cambiamenti così radicali.
Su suggerimento di Rubin, Barnett ha aperto un “dipartimento del passaparola” in cui lavorano decine di 20enni. Sarà il braccio promozionale della compagnia e favorirà il tam tam attraverso le chat e i contatti vecchio stile. Il loro lavoro è creare interesse. Il vero piano di Rubin in realtà è fare in modo che le multinazionali della musica si trasformino in grandi archivi accessibili attraverso un abbonamento pagato e la musica potrà raggiungere ovunque i suoi fruitori.

“Che cos’è uno stereotipo, se non un’espressione linguistica […] che tante persone hanno maneggiato e sporcato prima di noi, una miscela linguistica assolutamente inadatta a quella parte intima di quella vostra visione che volevate esprimere?
Usare uno stereotipo significa assecondare un’interpretazione scontata, prendere una scorciatoia, riproporre qualcosa di comodo e di familiare invece di osare qualcosa di vero e insolito. È un fallimento estetico ed etico: in parole semplici, significa non dire la verità. [Zadie Smith]

Michelangelo Volpi, milanese di nascita ma cresciuto culturalmente negli USA, è il numero uno di un progetto che da un anno sta cercando di rivoluzionare la fruizione della tv. Joost, questo è il nome dell’iniziativa, è il primo network televisivo globale online, a cui poter accedere gratuitamente, con la possibilità di costruirsi palinsesti personalizzati.

Scomparsa dall’agenda politica e dalle teopiazze per sfinimento e binettismo, la coppia gay sta trionfando da alcuni mesi sul mensile Linus a fumetti. La disegna una star tedesca del ramo, Ralph Konig, autore di romanzi grafici diventati anche film. Intraducibile, per pudicizia, il titolo molto espressivo, che non viene però occultato, ma solo lasciato in inglese. Lo capiscono tutti. La coppia è una coppietta qualsiasi. Casualmente composta da maschi; due omini fisicamente poco attraenti, in canottiera e barba lunga, bisticcioni, impegnati più nei fastidi della quotidianità che nelle gioie dell’amore. Vanno al mercato a far la spesa, comperano le olive all’aglio e le patate, invidiano i papà etero che però li deludono rivelandosi gay; oppure litigano con il transessuale peggio di Platinette che ferisce il loro perbenismo di coppia stabile che sta andando a registrarsi in comune (in Germania). E mentre uno si concede l’ultima baracconata, l’altro, professorale, commenta: “La mia coscienza storica dice che è tempo di dimostrare agli etero che non siamo degli alieni noiosi e sessualmente deviati”. Lettura molto pacificante anche per i più omofobi. [Natalia Aspesi]

Un ragazzo solo in un freddo appartamento da fantascienza del futuro prossimo: schermo al plasma alla parete, telecamera al posto dello spioncino, computer, videogiochi, un cane robot che gira per il salotto e un boa che gira nella vasca da bagno. E’ l’ambiente al centro di NeuroHabitat. Cronache dell’isolazionismo (dal primo febbraio in libreria per Coniglio editore), il nuovo fumetto di Miguel Angel Martin composto di brevi storie di cui è protagonista un ragazzo alle prese con la propria solitudine. Martin è un quarantottenne autore spagnolo di successo, spesso al centro di polemiche, e in Italia di sequestri e processi, per la violenza e il sesso espliciti nei suoi fumetti (per adulti), che spesso hanno per protagonisti adolescenti (da cui perfino l’accusa di istigazione alla pedofilia). Tratti salienti, la forza e talvolta la crudeltà delle sue storie narrate attraverso un segno essenziale, che lascia molto spazio al bianco, freddo e allucinato, della pagina. Però, al confronto con Brian the Brain, il bambino mutante senza calotta cranica, alle prese con l’emarginazione e la cattivaria dei suoi coetanei, questa nuova serie di storie di solitudine e di piccoli orrori quotidiani sembra roba da educande: quasi nessun raccapriccio e assenza di situazioni di voluta depravazione. Ma siccome il gioco in cui Martin è maestro rimane quello di esasperare le situazioni, ecco che la solitudine di un ragazzo in una casa del futuro genera la follia che annulla i sentimenti, l’apatia immorale e nichilista. Come dire, il genio maledetto non si smentisce. [Luca Raffaelli]

Tempo fa ho partecipato a un incontro sul futuro della carta stampata organizzato dal Pulp and paper products council, a Bruxelles. Secondo me il problema non è il mezzo, ma il messaggio. Dopo molte visite nelle redazioni di quotidiani statunitensi e del resto del mondo, mi sono convinto che il problema è proprio nelle redazioni e non nelle notizie. La maggior parte delle redazioni che ho visitato funziona esattamente come quando ci lavoravo io, come se nulla fosse cambiato: certo non si usano più le macchine da scrivere (erano gli anni settanta), ma ci sono ancora i lanci di agenzia e la divisione tra inviati, giornalisti e grafici.
Le separazioni territoriali all’interno delle redazioni sono vive e vegete e stanno spingendo i giornali nella tomba. Provate a dire a chi fa la cronaca locale di interagire con gli inviati degli esteri e guardate cosa succede. Provate a suggerirgli di ignorare le notizie del giorno prima perché i lettori le conoscono già.
Le redazioni devono imparare ad andare oltre la semplice notizia e i giornalisti devono fare lo stesso. Viviamo in un epoca in continuo mutamento tecnologico e dobbiamo concentrarci sul mezzo giusto. Ecco perché alcuni giornali hanno già creato delle redazioni focalizzate sui contenuti più che sull’attualità. Sono convinto che ogni quotidiano dovrebbe avere due redazioni: una vecchio stile per il giornale online, con dei reporter impegnati a scovare le notizie, e un’altra dove i giornalisti si concentrano sull’analisi de sull’approfondimento e fanno la vera informazione. Perché come dice il direttore del giornale olandese Nrc Next, Hans Nijenhuis, “la notizia è gratis, l’informazione no”. La tecnologia della carta non è più l’unico mezzo per diffondere le notizie, ma è certamente il modo migliore per diffondere un’informazione che leghi il nostro ieri al nostro domani.
La carta è in grado di fornire un approfondimento ch, per dirla con le parole di Bruce Brandfon, editore di Scientific American, “avrà un forte impatto sui lettori”. Dobbiamo cominciare a far sentire quel profondo impatto anche nelle redazioni. Il cambiamento deve cominciare dall’interno, o i profeti di sventura continueranno a predire la fine dei giornali. Un giornale è esattamente questo: un veicolo di giornalissimo di altissimo livello che ha un forte impatto nella vita dei lettori.
Non importa che si parli di politica, cultura, finanza, spettacolo o costume: la chiave per un giornalismo di successo è l’approfondimento. Ma non è certo una novità: il giornalismo non ha smesso di essere importante, è solo cambiato il modo in cui viene distribuito.
La carta è perfetta per un certo tipo di giornalismo, internet funziona bene per un altro.
Il segreto è adattarsi e cambiare. Ma il cambiamento deve venire da dentro le redazioni, altrimenti i giornali si estingueranno. Se un giornale non è fondamentale per i lettori, il suo editore può cominciare a fare il conto alla rovescia per la sua fine. E se state ancora parlando della necessità di cambiare, è già troppo tardi. I giornali potranno avere un futuro solo se liberiamo le redazioni e il modo in cui lavorano. I tagli al personale, i restyling grafici e la chiusura delle sedi all’estero sono solo dei cerottini du una ferita ben più profonda. E’ arrivato il momento di fermarsi un attimo e ripensare alla nostra intera strategia per il futuro. [Samir Husni]

La tv generalista è in crisi. Ma intanto c’è la tv in internet: contenuti alternativi, di nicchia, sperimentali. una tv che vuole lo spettatore più attivo, partecipe al programma. Queste da tempo le promesse, e forse da quest’anno la tv via internet prenderà forma matura. Il problema sono i contenuti disponibili. “Alcune cose sono già andate in onda sulla tv tradizionale” dice Adam Daum, analista del gruppo di ricerca Gartner. Il fenomeno riguarda le due categorie di tv via internet. La prima è visibile solo su computer, attraverso siti come YouTube o software come Joost o Babelgum (il cui lancio definitivo avverrà in aprile 2008). La seconda permette di vedere i contenuti nella tv di casa. In entrambi i casi è richiesto un collegamento veloce a internet (adsl). In questa seconda categoria c’è il tipo di tv che è più rivolta al grande pubblico: l’iptv, offerta da grandi operatori telefonici. In Italia ha raccolto solo 300mila utenti contro gli 1,8 milioni della Francia; ma è stata penalizzata dai contenuti: l’offerta di Telecom Italia e di Fastweb è stata centrata su canali tradizionali e su Sky. il valore in più rispetto alla solita tv è un catalogo con migliaia di contenuti che l’utente può vedere in qualsiasi momento, con un clic sul telecomando. La buona notizia è che sono arrivate anche le Iptv di Tiscali e di Wind. Cresce la concorrenza e, stando agli operatori, nel corso del 2008 ci si differenzierà di più dalla tv tradizionale: sia nei contenuti, sia nell’interattività. [Alessandro Longo]


Hollywood Stock Exchange è un mercato virtuale online che ci permette di giocare in borsa con le azioni dei nostri divi preferiti e dei loro film. I miliardi qui sono virtuali, ma tenendosi al passo con le news hollywoodiane è possibile rasentare la realtà di uno dei più dinamici mercati del mondo. Ciascun giocatore inizia la sua partita con 2 milioni di dollari a disposizione. Il fatto curioso è che le quotazioni presenti su questo gioco anticipano abitualmente i trionfi e i flop al botteghino. Per esempio gli utenti hanno indovinato il 92% dei vincitori degli Oscar. Per ciascun giocatore è un gioco divertente. Ma per gli Studios questo gioco è diventato qualcosa di cui tener conto seriamente ogni volta che ci si lancia in un’avventura produttiva. In questo mercato semiserio la saggezza collettiva di un gran numero di operatori è in grado di determinare il valore di ciascun prodotto in modo più efficiente rispetto a quanto saprebbero fare pochi addetti ai lavori. In pratica una moltitudine di opinioni tende ad essere esatta. Con questa pratica abbiamo raggiunto un’esattezza ben lontana da quello che potevano offrirci le varie arti divinatorie. E di questa forza dello sciame sono convinti anche dei ricercatori dell’Università della California, i quali hanno lanciato un analogo sito: eLab Panel. In questo contesto gli utenti collaborano dando il loro giudizio e partecipando con le loro ricerche, affinché sia possibile capire se un’idea imprenditoriale avrà o meno successo. Anche questo esperimento è volto a perfezionare pratiche di business. Ma possiamo facilmente immaginare come una società, in cui la vita sul web è sempre più intensa e quindi sempre più configurata come intelligenza collettiva, arriverà presto a poter determinare con facilità i risultati delle elezioni politiche piuttosto che la risoluzione di un conflitto. Per risolvere situazioni dove regna la complessità, il modello dello sciame intelligente sembra proprio la soluzione. Magari nessun singolo individuo avrà mai una visione d’insieme del contesto dove opera e del problema da risolvere. Probabilmente alcune risposte importanti agli interrogativi che suscita questo nuovo aspetto sociale, reso possibile dalle nuove tecnologie, risiedono nell’osservazione del comportamento degli animali.

Concludo segnalando due interessanti letture in merito:

- J. Surowiecki, “La saggezza della folla”
- Zygmunt Bauman “Le vespe di Panama - una riflessione su centro e periferia” scaricabile a questo URL >>> http://www.laterza.it/downloadx/fiera/bauman.pdf


GRANCHIO ROSA

22Nov07

GRANCHIO ROSA


Correva l’anno 1994. Estate. In un fresco appartamento di via San Felice a Bologna si consumava uno dei soliti deliri collettivi tra amiche che sognano e scimmiottano i modi e la mode che girano intorno al mondo delle Top Model. Il lungo corridoio che collegava il soggiorno con il salone diventò per qualche ora il palcoscenico di una pantomima divertentissima che consisteva in una specie di gara ad interpretare la modella preferita utilizzando i ciaffi contenuti nei vari armadi o nella “stanza schifo”. Era la casa di Stefano Casagrande. Per tutto lo staff Cassero, e per molti altri, quella era “la casa”: il luogo delle cene, delle riunioni, delle festività, dei brainstorming, degli amori, delle ospitalità, dei litigi, delle trame e soprattutto degli affetti, quelli inossidabili. Ed è stato proprio in quel momento che il pavimento di quel corridoio fu trasformato in una passerella all’aperto, dapprima in un’esibizione sulla terrazza del Cassero di Porta Saragozza con “Le Unioni Civili non ci coglieranno di sorpresa - sfilata di abiti da cerimonia” e subito dopo all’interno del grande contenitore bolognese estivo MadeInBo con la prima edizione di The Italian Miss Alternative. Due spettacoli realizzati in pochissimo tempo e a distanza di pochi giorni. Un’energia e un entusiasmo che poche volte hanno trovato pari nell’organizzazione di eventi prodotti dal Cassero. Fu l’inizio di un’avventura che ha saputo evolversi e coinvolgere un pubblico sempre più numeroso e tantissimi ospiti che hanno intravisto in quell’evento la genuinità di un’impresa messa in piedi per una nobilissima causa: raccogliere fondi per associazioni locali che si occupano di lotta all’AIDS.
Un gruppo di omosessuali scatenati che, oltre alla kermesse estiva, ha saputo contaminare con sfilate tematiche diversi luoghi aggregativi bolognesi, mostrando con disinvoltura come è possibile fare politica con tacchi e parrucca, utilizzando l’irriverenza come arma contro bigotti e benpensanti, e il sarcasmo contro le assopite intelligenze di sinistra.
Con i nostri slogan, con i nostri costumi e con i nostri temi abbiamo sempre cercato di tener alto il morale ad una città che sempre più spesso sceglie la rimozione e la delega di fronte a scomode identità.
Rimboccarsi le maniche e portare avanti questa manifestazione di successo è stato un obiettivo per tutti noi dopo la scomparsa di Stefano. Cambiano i tempi, le modelle, le mode, i pubblici, ma The Italian Miss Alternative ogni anno a Bologna resta un appuntamento fisso con la solidarietà e il delirio. Uno dei fiori all’occhiello della comunità glbt. Quest’anno lo spettacolo verrà inserito all’interno dei festeggiamenti per i 25 anni del Cassero.


hit & nicchia

25Apr07

Nell’industria dell’intrattenimento il potere è dettato dal successo. La tirrannia della hit. La dittatura della classifica. L’impero dello share. Negli anni ‘70 e ‘80, ognuno aveva a disposizione mezza dozzina di canali televisivi, in ogni città la musica leggera veniva trasmessa dalle solite tre o quattro emittenti, e solo i più ricchi potevano permettersi di comprare dischi a profusione spaziando tra generi ed esplorando novità da tutto il mondo. La videoteca cittadina aveva sempre i soliti titoli per tutti. E solo chi curiosava tra gli scaffali delle biblioteche aveva modo di costruirsi percorsi culturali originali.
A quei tempi la hit era un fenomeno importante per tutti. Soprattutto per l’industria: una hit rappresentava cifre astrononiche per il business. Oggi le cose stanno cambiando. Basti pensare che la più seguita trasmissione televisiva di oggi non sarebbe rientrata nemmeno nella top 10 delle trasmissioni più seguite negli anni ‘70 e ‘80. Oggi il pubblico sta cambiando. Il passaggio epocale è caratterizzato dal nuovo approccio tecnologico ai contenuti. Si può dire che stiamo spostando l’asse dalla hit alla nicchia. Portare un solo programma a milioni di persone era cosa facile, specie quando non c’erano alternative, ma portare un milione di programmi a una sola persona era cosa ben più difficile da pensare con la tv. Internet ha reso questo possibile.


casi planetari

23Mar07

Il copione affinchè si crei nel mondo un caso planetario è sempre lo stesso. Il giornalismo fiancheggia gli interessi di una grande multinazionale che ha intenzione di immettere sui mercati un prodotto X. La multinazionale sborsa danaro affinchè vengano creati eventi volti a parlare del bisogno che questo prodotto appagherà. E il gioco è fatto. Una strategia tanto stupida quanto efficace.


Le Ore

21Mar07

Alle ore 2:30 un club è maturo. Lo si può cogliere, assaporare e, volendo, anche condire. Sono i condimenti che spesso esaltano i nostri sensi. In un club le sensazioni sono sempre protagoniste. Le riflessioni e le strategie sono inevitabilmente succubi delle dinamiche, che oserei definire fisse, immutabili, preconfezionate. Il club è un gioco. Un gioco complesso, ma con le sue regole e le sue mosse ormai codificate da decenni. I giocatori cambiano. I novelli si contraddistinguono da un sorriso inebriato e attento a non sbagliare. I veterani, più seriosi, si muovono decisi verso mete che non tutti riescono a comprendere, o addirittura a vedere.

Alle 4:00 un club è in piena agonia. Si consuma a quell’ora l’ultimo tratto. L’eccitazione massima di chi vuol prolungare il più possibile il suo orgasmo collettivo si mescola all’affanno di chi non è riuscito a trovare nè una sintonia nè una connessione. Si iniziano a intravedere le prime spolverate di giacche, i primi sguardi su telefonini che si riaccendono e gli ultimi scontrini acquistati di corsa. I condimenti possono essere ancora tanti. Ma il tempo per gli assaggi è terminato. Il club a questo punto somiglia a molte altre situazioni di emergenza. Negli occhi e nei gesti degli irriducibili si leggono palesemente i segni di una ricerca di qualcosa che possa prolungare la scadenza.


doccia

21Mar07

Ho un amico che si lava continuamente. Adesso che ci penso, ho più di un amico che ha questo vizio. Lo chiamo così perchè credo che qualcosa di negativo ci sia in questa abitudine. Una forma di peccato contro la natura. Uno spreco di energie. Un semplice atteggiamento anti-ecologico. Chi si lava spesso, a questi dettagli da nevrotici non presterà sicuramente attenzione. Ma credo che una forma di piacere risieda anche nel lavarsi un pò meno. E non è il piacere derivante dall’aver sprecato meno acqua e di conseguenza meno energia, ma è un fatto di ritenzione. Trattenersi per godere di più. Ho provato a lavarmi più volte al giorno. E l’ho fatto per periodi anche lunghi. Era diventato un gesto pari a quello legato a un vizio qualunque, come accendersi una sigaretta o bere una tazzina di caffè. Blandi gli effetti sulla psiche e morale lievemente sollevato dal calore in grado di supplire anche a carenze di abbracci e tucci tucci. Ho provato anche il gusto di ritrovare il piacere di lavarmi dopo qualche giorno di assurda e inspiegabile sospensione. Non c’erano più gli aspetti rituali. E con difficoltà sono stato in grado di contenere l’entusiasmo derivante da quella scodinzolata sotto una cascatella d’acqua fatta di spruzzi irregolari. La scelta del detergente fatta in modo più oculato. Ho scoperto che l’armadietto del bagno diventa una miniera di contenitori ricchi di suggestioni. Rilassanti, eccitanti, avvolgenti, dirompenti. Il vapore. Lo specchio. La crema pre. La crema post. Un rinnovamento psicofisico che non può certo accadere più volte al giorno. E lasciatemelo dire, nemmeno tutti i giorni.


br3in

19Mar07

Ha appena superato la gioventù anagraficamente, e dedica ancora gran parte del suo tempo allo svago. Questo direbbero di lui padri di famiglia, datori di lavoro, responsabili di produzione. Eppure questo svago è fonte continua di ispirazione. A volte arriva ad essere analisi introspettiva. Altre volte confronto collettivo nell’interpretare il mondo politicamente e filosoficamente. L’approccio di Br3in al quotidiano è fatto di abitudini, di costanti. Ho sempre pensato che chi corre lontano dalla gabbia delle regole, finisce sempre per costruirsi proprie gabbie a maglie regolabili dalle quali svolgere i propri compiti. Diventare migliori sembra comunque essere il motto che più spesso ricorre nei suoi discorsi e nelle sue azioni. E’ la direzione che conta. Anarchico per convinzione. Poeta per ambizione. Autodidatta per rifiuto di ogni autorità, anche solo scolastica. In bilico tra la maniacale precisione che l’universo grafico e tipografico possono suscitare in un cultore, e la totale libertà necessaria alla sperimentazione degli stati di coscienza. Altruista radicale cresciuto nella difficile realtà di una provincia scarsa di stimoli e destrosa di mentalità. Attento esteta e rispettoso giudice, è impegnato nel più ampio movimento per l’emancipazione dai vincoli legati alle differenze di genere. Possiede le conoscenze necessarie a definirlo un web designer, ma preferisce che questa definizione sia solo un momentaneo passaggio della sua più complessa identità e personalità.




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