E’ mancata a Bologna, negli ultimi anni, qualsiasi forma intelligente di intervento a favore della creazione di spazi sociali intesi come luoghi di aggregazione. Il bilancio dell’amministrazione uscente, targata Sergio Cofferati, porta sul groppone anche la chiusura di due importanti esperienze giovanili cittadine: il Livello 57 e il Link Project. Alcuni accordi, sempre in nome della legalità (questo è stato il filo rosso che ha caratterizzato questo mandato – lavavetri, degrado, proibizionismo, coprifuoco, spazi pubblici vietati alle manifestazioni, etc) hanno portato a trasferimenti di altre realtà, poiché occupavano spazi privati. Una gestione che può essere paragonata a un qualcosa che sta a metà tra il padrone di casa (o padrone della città) e il gendarme che ti sculaccia, ti processa, ti punisce. Questo è il riassunto in breve di quelle che possiamo chiamare politiche pubbliche per gli spazi di aggregazione giovanile in città. Bisogna considerare che la delega “ai giovani” è stata mantenuta dal sindaco fino al 2008, quando fu deciso di aggiungerla ad un’assessora, la quale è stata solo in grado (a detta sua) di fare un censimento dell’esistente. In pratica in cinque anni di governo cittadino, per i primi quattro anni si chiude, si punisce, si desertifica, e nell’anno finale si assume qualcuno che stili il nuovo elenco di ciò che è rimasto.
Costruire percorsi culturali e sociali in ambito giovanile è un’attività molto complessa e delicata. Ci vogliono anni di sperimentazione perché un modello possa prendere piede e funzionare coinvolgendo un gran numero di utenti. E’ molto facile puntare una pistola e gridare “tutti fuori di qui”, e lasciarsi dietro il nulla. Un’amministrazione comunale non può essere il nemico da cui difendersi. Non è possibile in ambito locale attivare dinamiche di antagonismo tra i diversi attori in un settore come questo. E’ assurdo trattare con i centri sociali usando il manganello. Se si è degli incapaci, nonostante si è stati eletti dal popolo alla carica più alta della città, bisognerebbe avere l’accortezza di tacere o lasciar fare a chi in qualche modo ha dedicato la sua vita al funzionamento di iniziative e progetti in tale ambito. Invece no, si è preferito il polso duro con alcuni e la viscida delazione e connivenza con le forze dell’ordine per annullare in pochi minuti esperienze irripetibili.
Livello 57 chiuso per spaccio. Link Project chiuso per spaccio. Nel primo caso l’accerchiamento che il centro sociale ha subìto è stato vergognoso. Come da copione, si presenta l’esercito all’improvviso e attiva lo sgombero, facendo in modo che il loro avvocato, presente in loco, venisse arrestato per possesso di stupefacenti ritrovati sul pavimento sotto la sua finestra. Neanche la fantasia di Andrea Pazienza è riuscita a dipingere una situazione così imbarazzante di fronte agli occhi di tutti. Nel secondo caso, durante un inizio serata, con pochissime persone presenti, un giovane si sente male. In ospedale gli verrà estorta una confessione di acquisto all’interno del Link Project di sostanze stupefacenti non identificate. Risultato: fine dell’esperienza Link.
Per la memoria collettiva è giusto ricordare anche l’esperienza unica del periferico Ca.Cu.Bo., ovvero una serie di impianti di refrigerazione industriale inutilizzati da tempo, che settimanalmente venivano adibiti a location per un evento che coinvolgeva migliaia di giovani. Anche lì scattarono i sigilli a causa di una ragazza che si sentì male “per aver bevuto da una bottiglietta trovata lì per caso”. Un luogo che per mesi è riuscito a costruire un network nazionale che vedeva arrivare in città frotte di persone per partecipare a quell’esperienza, è stato demolito affinchè non potesse più essere riutilizzato. Pur di evitare di occuparmi ancora di questo luogo, lo demolisco. Diabolico direi.
Questa la lungimiranza e l’approccio degli ultimi anni di amministrazione pubblica locale. Questa la famosa intelligenza, tolleranza e apertura della rossa Emilia. Di rosso, secondo me, a questo sindaco uscente sono rimaste solo le mutandine che indossa a capodanno, sperando che lo festeggi poco rumorosamente, con poco alcol e a letto presto come il suo pargolo.
Il coraggio di tenersi la delega alle politiche giovanili, tra l’altro denominata “Pace e politiche giovanili” affinché la presa in giro diventasse totale, sarà materia di studio psicanalitico nei prossimi tempi: infondo l’irrisolto problema del padre/padrone in quale altro ambito andrebbe risolto?
E’ nauseante ricordare ogni volta che i giovani sono il futuro, che i giovani rappresentano l’investimento più significativo che si possa fare, che i giovani sono gli eredi di ciò che è stata la nostra idea di società. Per questo i giovani devono avere la possibilità di creare, sperimentare, confrontarsi, osare, disobbedire, costruire. Per fare tutto questo c’è bisogno di spazio. Fisico e mentale. In entrambe le declinazioni lo spazio è stato arginato, laddove non disintegrato. L’amministrazione pubblica non può nascondersi dietro il dito mozzato della mancanza di fondi, perché per molte azioni non c’è bisogno di denaro. E l’amministrazione non può nemmeno continuare a progettare senza il coinvolgimento diretto di esperienze giovanili significative.
Vivere la città come organismo è quello che mi hanno insegnato da quando ho iniziato le elementari in Emilia. Ad esempio è da sconsiderati non tener presente che alla chiusura di grandi e coinvolgenti spazi come quelli che ho citato prima, non corrisponda una reazione in città tale da mettere a disagio la gestione degli spazi rimanenti. Cito l’esempio del Cassero – gay lesbian center – il quale in poco tempo si è ritrovato, durante l’amministrazione Cofferati, ad essere l’unico spazio sociale aperto dentro le mura. E quindi a diventare punto di riferimento per chiunque, ovvero anche per quelle persone che non hanno scelto di andarci, ma ci vanno per via dell’effetto oasi nel deserto. Questo ha creato notevoli disagi al Cassero, in termini di gestione della sicurezza, di accoglienza di un pubblico privo di rispetto nei confronti delle persone omosessuali, e soprattutto di totale assenza delle istituzioni su questo fronte. L’unica figura pubblica con cui il Cassero si è ritrovato a fare i conti regolarmente è il gendarme di turno che arriva a comunicare che c’è troppa gente o troppo casino. Fine. Secondo la logica cittadina di gestione degli spazi sociali potremmo aspettare la fine dell’esperienza Cassero al primo utilizzo esagerato di droghe del primo arrivato. E ventisette anni di esperienza collettiva vanno a farsi friggere. Vogliamo parlare poi delle persone che si riversano al Pratello? Dove pensano possano andare i giovani, anche solo a bighellonare (perché i posti attrezzati a fare dell’altro sono stati addirittura demoliti)? Troppo vociare, troppe bottiglie rotte, troppa droga. I proprietari delle case acquistate anni fa con due lire, ora si sentono cittadini promossi ad un buon livello di borghesia rispettabile, quindi la zona dedita storicamente al trascorrere tempo per strada diventa la zona in cui bisogna rispettare il riposo degli altri. Chi ha assecondato questa trasformazione di quella via? Con quale idea organica della città?
C’è un problema di fondo, e coincide con il saper leggere le esigenze di un’intera generazione. Trovo scandalosa la distanza che c’è tra il linguaggio della politica e quello delle nuove generazioni. Il divario è talmente grande che l’unica cosa significativa che l’amministrazione locale riesce a fare è delegare all’Università l’analisi di questo stesso divario. Se uno spazio aggregativo contiene al suo interno nuovi linguaggi e il suo interlocutore col manganello non li capisce, il finale è prevedibile. Se i giovani vanno indirizzati verso percorsi sani, quali sono gli strumenti messi in campo per comunicare con loro? Il signor Giuseppe Paruolo, assessore alla sanità e alla comunicazione, è riuscito a spendere denaro pubblico per una campagna (nel mese di agosto) sulla prevenzione hiv, che consisteva in un manifesto che riportava un preservativo in una scatola poggiato su una spiaggia con la scritta proteggetevi. Evitando accuratamente l’utilizzo esplicito della parola “preservativo”, nonostante le associazioni con cui si era consultato premessero per un messaggio più diretto. Risultato: qualche giorno in una città vuota, un manifesto, che doveva parlare soprattutto ai giovani, si è confuso tra le pubblicità delle creme abbronzanti. Intanto il 25 maggio 2009, sul fronte accademico, sarà l’Università di Modena e di Reggio Emilia a interrogarsi sul rapporto tra “Danza, Neuroscienze, transmedialità”. Il buon senso consiglierebbe all’amministrazione locale una via di mezzo tra questi due modi pubblici di parlare ai giovani. Ricordiamoci che i giovani sono in grado di sviluppare idee e mettere in piedi progetti concreti capaci di scardinare il normale corso della nostra confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-società.
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santino elettorale
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SINISTRA PER BOLOGNA
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BOLOGNA. GAY E LESBICHE AL VOTO.
Questa sera si terrà al Cassero – gay lesbian center - un incontro politico speciale: quattro dei numerosi candidati lgbt presenti nelle varie liste del prossimo election day (amministrative ed europee) si mettono a confronto sui temi e programmi che li riguardano. L’incontro sarà moderato da Franco Grillini, il quale essendo stavolta fuori dai giochi elettorali sfodererà la sua pungente curiosità nelle vesti di direttore di gaynews. La stampa locale oggi non si è degnata di riportare l’appuntamento nemmeno tra le righe dedicate all’agenda cittadina. Sono riusciti a pubblicare di tutto. E riguardo i candidati sindaci riescono a costruire notizie di apertura in prima pagina anche con vere e proprie non-notizie, come ad esempio oggi il fatto che Guazzaloca per distrazione non si è aggiudicato tutti gli spazi pubblicitari che poteva ottenere e dovrà quindi accontentarsi della metà. Machissenefrega. Ma sappiamo bene che l’omosessuale fa notizia solo quando riesce a scatenare la pruderie nazionalpopolare sempre pronta ad entrare in azione alla vista di un trucco eccessivo, di un tacco, di una coscia o di ambigue e patinate immagini che sono “quelli lì” possono arrivare a concepire. All’interno di un quotidiano locale che importanza possono avere un Sergio Lo Giudice, una Cathy La Torre, un Maurizio Cecconi e il sottoscritto (Bruno Pompa) intervistati da un Franco Grillini? Probabilmente gli omosessuali che parlano tra loro è meglio che resti un evento a porte chiuse. La vera notizia oggi la dà il Sole 24 Ore: Fini incontra le associazioni gay nazionali, perché ha deciso che oltre a essere diventato partigiano, laico, femminista, multirazziale, ora è il momento di diventare il paladino dei diritti civili e quindi confezionare sta benedetta legge sulle unioni civili che nessuno al governo finora è stato in grado di far approvare. Eh si, i tempi cambiano. Gli operai votano a destra, il perbenismo si è impadronito della sinistra (paralizzandola) e i mass media ormai riescono solo a vedere il sensazionale, il sopra le righe e la quotidiana stravaganza della battuta del giorno. Le analisi, quelle vere e tediose, vanno relegate sulla stampa specializzata. E l’incontro di stasera si preannuncia carico di tedio e specializzazione, stando al trattamento che ci hanno riservato i giornali. Non sarà certo un tracollo economico per questi quotidiani, ma da oggi leggerò solo testate che non hanno la cronaca locale. Un lettore rompicoglioni in meno non può che far bene al sistema dell’informazione da queste parti. Il voto dei gay e delle lesbiche in questa città non si forma certo su quelle pagine, cariche di indicazioni politiche esplicite, di slogan che inneggiano all’ultimo sondaggio, di notizie cariche di insulti-scazzottate-violenze (l’arena politica degna di nota ormai passa anche da queste manifestazioni di banale demenza). I gay e le lesbiche forse non hanno alcuna rilevanza politica, ma restano una minoranza attiva, capace di individuare nella società odierna ricette in grado di migliorare la convivenza civile. Forse siamo così demodé, e lo siamo a tal punto da dover continuare a raccontarcele da soli in privato certe cose. Il pubblico ha bisogno di altro: veline, lasagne, cartelle cliniche di candidati, numeri, grafici, marci e bboni.
“Il nostro programma è all’insegna dell’ovvio: vogliamo pensioni piu’ alte per i nostri anziani e un futuro migliore per i nostri bambini. Chi vorrebbe il contrario?” recitava così Alessandro Fullin in un comizio spettacolo scritto per The Italian Miss Alternative. Ora che c’è Fini a darci le unioni civili e ora che tutti i media recitano lo stesso mantra, attenderemo con ansia l’annuale occasione di travestitismo estremo per riavere quel riflettore pubblico che ci vuole animali da palcoscenico o militanti in provetta.
La registrazione dell’incontro sarà disponibile da domani sul podcast del Cassero. Buon ascolto.

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MY DESKTOP (4)
Chill out domenicale spulciando tra il materiale presente sulla mia scrivania.
Il numero di maggio della rivista musicale tedesca Groove. Non parlo tedesco, l’ho presa solo per il cd allegato. Ottima selezione musicale al prezzo (rivista inclusa) di 3,90 euro. In Germania sanno cos’è una politica dei prezzi per favorire il mercato e disincentivare la pirateria. Qui i nostri addetti ai lavori sanno solo aprire la bocca per prendere aria, sostenendo demagogiche strategie, infarcite di stronzate legate alla pedofilia. Infondo, l’effetto velina-bionda-che-non-vuol-dir-nulla da qualche parte doveva farsi sentire. Se avete amici che tornano dalla Germania, vi consiglio di commissionare l’acquisto. Non ve ne pentirete.
Il Corriere della Sera ha confezionato un prodotto editoriale in vendita in allegato al quotidiano ogni martedì. Si tratta delle Fiabe Sonore. Un tuffo nella memoria collettiva infantile. Le fiabe che ci hanno insegnato e raccontato il mondo per la prima volta. Sempre uguali. Dove il bene e il male sono distinti nettamente. Capaci di rassicurare la confusione di qualsiasi bambino, che le ascolta e le riascolta. Un rito orale che ci ha insegnato a prestare attenzione ad una complessa casistica e che dovrebbe continuare ad essere tramandato nelle generazioni con massimo rispetto. La prima uscita è stata Il gatto con gli stivali, la storia di un anziano signore che lascia un mulino e un asino ai suoi primi due figli, e al terzo solo un gatto. “Tu caro mio, devi fare solo due cose, procurarmi un paio di stivali ed affidarti al mio ingegno, altro che fame! Fra tre mesi saremo a corte!”. A mille ce n’è. Ultima uscita il 20 ottobre.
La scorsa settimana a Berlino ho fatto un salto nella mia libreria preferita; è difficile stabilire un primato del genere in una capitale ricchissima di offerte per gli amanti dell’editoria in genere. Ma questa libreria ha qualcosa di speciale, sarà l’atmosfera, l’attenzione ai temi contemporanei, il saper dosare perfettamente i topic che frequento di più. Non so dirlo esattamente. Comunque ho acquistato due riviste a tematiche omosessuali. La prima è la quinta uscita di “The Shoot Homos. Don’t They?”, questo è il titolo della rivista. Ed è un monografico dedicato ad artisti omosessuali sieropositivi. Una carrellata di articoli, interviste e foto di opere e installazioni davvero impressionante nonostante siano solo un centinaio di pagine. La rivista include un cd audio confezionato ad hoc, contenente 16 brani musicali di musicisti gay, tutti concessi gratuitamente alla rivista per questa monotematica confezione. La seconda è il numero primavera / estate di “Fantastic Man“. I cultori di “Butt” sapranno che quegli snobissimi redattori producono anche questa rivista più patinata rivolta all’omosessuale in carriera o arrivato. Professionisti di ogni genere si susseguono negli articoli, che sembrano dei veri e propri redazionali di moda. Insomma, due prodotti editoriali che nel nostro panorama italiano non riusciamo nemmeno a concepire, figuriamoci a realizzare e distribuire.
In una busta traslucida che pubblicizza lo shopping museale è contenuta una nutrita rassegna stampa che io e il mio amico Vincenzo abbiamo selezionato a Perugia nei giorni del Festival del Giornalismo. Ogni mattina compravamo circa sei o sette quotidiani. Abbiamo imparato così a conoscere la stampa locale (che tra l’altro ha un prezzo di copertina inferiore all’euro nazionale per il fatto di essere una zona ex-terremotata). Non potendo descrivere ogni articolo per questioni di spazio, mi limiterò a fare un breve elenco e a rimettere tutto il malloppo nella busta, spedendolo a futura memoria: così almeno ricorderemo cosa c’è lì dentro.
Maurizio Costanzo che si indigna sull’ennesimo episodio di omofobia. Alessio De Giorgi che sostiene che il movimento gay dovrebbe essere politicamente più a 360°, ovvero aprirsi alla destra. Inserto del Riformista “le nuove ragioni del Socialismo“. Una recensione di Michele Bellucci sull’arrivo a Perugia del dj Rampa direttamente da Berlino. Stefano Di Michele che parla di un ritorno della contestazione sottoforma di caccia al ricco, sulle pagine de Il Foglio. Gaia Cesare, sempre su Il Foglio, sostiene che la pornografia tra i rimborsi spese dei politici non aiuta certo a risollevare l’economia. Il Corriere dell’Umbria riesce a far passare la tragedia degli oltre 200 dispersi in mare come un successo “Nave italiana salva 350 naufraghi”. E nelle pagine interne il titolone è “Salvati dalle acque”. Il buffo di questo quotidiano è che riesce anche a raggiungere picchi di cronaca che solo in provincia sono possibili: “Trans tradito dalla fede” ovvero un transessuale ricercato si reca in pellegrinaggio a Santa Rita da Cascia e viene riconosciuto e arrestato. Repubblica intanto dedica una pagina a una cubista diventata suora, e che continua a ballare insegnando danza contemporanea. Sempre da Repubblica un pessimo esempio di giornalismo che punta al sensazionalismo razzista: il caso del bus per soli immigrati di Foggia. Donald Sassoon in un’intervista all’Unità sostiene che la crisi riporterà xenofobi ed estremisti in scena. Repubblica e Corriere riportano una cronaca dell’elezione di Gustavo Raffi a Gran Maestro della massoneria. Ci siamo incuriositi a questo fatto, perché non si è capito come, ma il suo nome era legato al Gay Pride. Indagheremo. Corriere dell’Umbria e Libero per simil vocazione danno risalto alla notizia relativa all’evoluzione delle corna, ovvero che un coniuge su due tradisce e sempre più spesso con omosessuali. Peccato poi che la percentuale di questi tradimenti gay che fanno notizia si assestino solo intorno al 7%. La Stampa recensisce un pamphlet di Paolo Fores D’Arcais, ovviamente contro la Chiesa. Il massimo invece appare in prima pagina sul Corriere: un’analisi delle gaffe e delle battute del nano di Arcore interpretati da Francesco Verderami come strategia premeditata dai suoi spin doctor; sentire i retroscena delle sue posizioni da un’amica che lavora nella stessa redazione è davvero esilarante. Il festival di giornalismo è anche questo. Un Beppe Severgnini che recensisce una collana in allegato al Corriere sulle città d’arte, incitando al microturismo. E L’Unità che punta a una conversazione con Giorgio Bocca sulla carta stampata in crisi. Il Giornale punta invece su una delle migliori veline della politica, Gabriella Carlucci, che stavolta ci intrattiene con una proposta di legge sul teatro. Valentino Parlato in prima pagina sul Manifesto ci ricorda che il capitalismo fatto di padroni invisibili è un segno di indebolimento del sistema; infatti la rabbia si sta scatenando contro i manager. Sempre sul Manifesto un’intervista a Armand Mattelart sulla società del controllo e della sorveglianza. Dalle pagine riservate alla cultura di Repubblica Luce Irigaray analizza il diffuso sentimento di paura nella società contemporanea. Infine Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, rilascia un’intervista a Il Giornale come reazione e risposta alla vicenda che ho già trattato qui. Insomma abbiamo trascorso quei cinque giorni a Perugia trasformando la nostra stanza in albergo in una piccola emeroteca (ho tralasciato l’elenco dei numerosi mensili e settimanali di cui ci siamo ingolfati). Quanto meno siamo riusciti a mantenere informati gli addetti alle pulizie di quel jazz hotel.
Si è fatto tardi, continuerò a mettere in ordine un’altra volta.
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CANDIDATURA
E’ la prima volta che mi candido. O meglio, che lo faccio a livello istituzionale, con tutte le formalità del caso e in riferimento ad una cittadinanza così allargata. Finora le mie esperienze di candidatura sono state quelle durante gli anni del liceo, per il consiglio d’Istituto, e quelle all’interno del Cassero, per il consiglio direttivo del circolo.
A scuola, ricordo che la prima prima volta fu davvero precoce, frequentavo il secondo anno di liceo scientifico, e la prof di latino apprese della mia candidatura dai manifesti appesi nei corridoi. Entrò in classe e mi fece avvicinare alla cattedra. Iniziò la sua lezione spiegando che nell’antica Roma i candidati alle elezioni si presentavano vestiti con una lunga toga bianca (candeo = biancheggiante, candido), più bianca di tutte quelle che circolavano in città, per distinguersi e farsi riconoscere in quanto tale. Fu una lezione che non dimenticherò, ma che non ho mai applicato alla lettera.
Lo scenario contemporaneo delle elezioni politiche, amministrative ed europee non contempla questo livello di comunicazione. Oggi si tende a comunicare attraverso tutti i media a disposizione, cercando di rispettare la par condicio. E così la distinzione tra uomo comune e uomo candidato sta solo nella presenza del proprio faccione su stampe e schermi.
Certo, andare in giro per la città di bianco vestiti sarebbe stato più divertente, e avrebbe dato la possibilità a tutto il popolo di avvistare e avvicinare i candidati. La politica vis a vis avrebbe comunque comportato una serie di scorrettezze, prima tra tutte quella di ingozzare il pubblico investendo in pranzi e cene luculliane: lo svantaggio della vecchia democrazia più diretta pare sia stato appunto quello di avvantaggiare i candidati ricchi.
Che orrore! Molto meglio la mediatica democrazia odierna!
Tra qualche giorno metterò online il mio sito elettorale, sperando che l’approccio offerto dalla rete risulti davvero la nuova frontiera democratica e egualitaria. (Digital Divide a parte)

SINISTRA PER BOLOGNA - lista per il Comune di Bologna
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[lancio di agenzia passatomi poco fa da un'amica giornalista]:
(DIRE) Bologna, 15 apr. – Una situazione di “violenza visiva
anche sui minori”. Con queste parole Maria Cristina Marri,
consigliera comunale della Tua Bologna e segretario provinciale
dell’Udc, denuncia oggi in Consiglio comunale a Bologna un caso
di prostituzione omosessuale al Navile. In via Faccioli e in via
Guarducci, spiega Marri, diversi cittadini hanno segnalato
un’attivita’ di “prostituzione omosessuale, anche in pieno
giorno. E’ una situazione inaccettabile- protesta in aula Marri-
perche’ visibile a qualsiasi ora del giorno e da qualsiasi
persona. E’ una violenza visiva, anche sui minori”. Dopo aver
segnalato il caso in Consiglio comunale, aggiunge Marri,
“informero’ gli assessori competenti del Comune e chiedero’
l’intervento di Questura e Prefettura”.
18:11 15-04-09
Credo che Maria Cristina Marri abbia passeggiato poco lungo quelle vie. Io le ho percorse in lungo e in largo, e ho potuto scambiare qualche saluto con amici incontrati per caso. Con alcuni mi sono anche fermato a bere un caffè. Eppure, nonostante io sia dichiaratamente gay, nessuno di loro mi ha fatto proposte di carattere economico. Le persone omosessuali hanno sviluppato nei millenni un’attitudine affinché sia possibile incontrarsi e riconoscersi in qualsiasi posto, metropolitano o provinciale. In alcuni casi, per tradizione, esistono luoghi appartati in cui incontrarsi, così come esistono analoghi luoghi specializzati nello scambio di coppie eterosessuali; ma tutto questo avviene lontano dagli occhi sia della consigliera Marri che dei suoi bambini. Non si tratta di prostituzione. E laddove dovessero esserci scambi di denaro nei rapporti interpersonali in corso, non capisco come tutto questo possa turbare il “buon costume”: sfido chiunque a parlare di decoro, indecenza o di oscenità nei luoghi in cui le persone omosessuali si incontrano. Le affermazioni diffamanti della Marri riconducono inevitabilmente alla morbosità propria della cultura politica cui appartiene, capace di affrontare la questione solo con precetti e imperativi come quello di far dormire i propri figli con le mani fuori dalle lenzuola per evitare il contatto col proprio sesso. Se la Marri vuole conoscere meglio il mercato dello scambio di sesso omosessuale per soldi, ha sbagliato indirizzo. Ma se non riuscisse a frenare la morbosa curiosità, sarò lieto di indicarle anche i luoghi più reconditi dove bravi padri di famiglia sono soliti consumare il proprio vizio lontano da sguardi indiscreti. Quello che accade alla luce del sole non puo’ essere ricacciato nell’ombra per puro bigottismo. La Marri se ne faccia una ragione.
Bruno Pompa
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AFFARI TUOI
Da qualche settimana ho deciso di seguire con attenzione la stampa italiana di destra. Si, quella stampa che solitamente si snobba come un caffè fatto male, oppure come un fastidioso viaggiatore con cui dividere lo stesso scompartimento. Ho deciso insomma di accontentarmi di altri sapori e di incuriosirmi a quelle argomentazioni capaci di fidelizzare molti lettori di questa italietta. Tra le varie testate ho iniziato ad acquistare tutti i giorni Il Giornale, e cerco di stare appresso anche agli aggiornamenti online attraverso i suoi RSS. A parte qualche appunto sulla nuova veste grafica della versione cartacea, che preferivo classica e austera com’è sempre stata, devo ammettere che alcune inchieste e gli svariati spunti che offrono le pagine culturali non mi hanno mai fatto rimpiangere finora l’euro investito. Conservando ritagli e salvando articoli in digitale, ho potuto constatare facilmente che un leitmotiv è sicuramente l’annichilimento sistematico dell’associazionismo italico, e in particolar modo di quello di sinistra. D’altronde cosa aspettarsi da un organo di informazione che nel suo colophon riporta Paolo Berlusconi, Luna Berlusconi e Alessia Berlusconi come vertici della gerenza? Ma nelle ultime ore le mie forbici si sono imbattute in un’intervista a Daniele Nardini sul bilancio consuntivo di Arcigay del 2008. Un argomento abbastanza tecnico, e soprattutto che mi aspetterei di trovare su una mailing list interna all’associazione, come di solito accade in questi casi, affinché il dibattito possa soddisfare le curiosità più sfrenate e i dirigenti possano essere interrogati su metodi e prassi poco accette. Leggo l’intervista e mi rendo conto che porta la firma di Paolo Beltramin, ovvero il nome più ricorrente della testata nel processo di annichilimento sistematico dell’associazionismo di sinistra. Di solito la firma la leggo prima di avventurarmi nel corpo degli articoli. Ma stavolta è stato irresistibile spulciare subito tra le risposte di un “Io, gay, vi racconto la casta Arcigay”. In un primo momento pensavo avessero ridato la parola a Povia. Peccato non si trattasse di questo. Mi son trovato per la prima volta di fronte alle parole del “direttore editoriale di gay.it”: un sito creato da militanti dell’Arcigay nel 1996, che ebbe la lungimiranza di concentrare in quel facile dominio, non una casta, ma un movimento. E che nel 2000 venne quotato in borsa, e nel 2001 si ritrovò a ospitare i banner per la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. In seguito a queste scelte politiche molti circoli e realtà del movimento per i diritti civili salutarono elegantemente l’esperimento e si collocarono su altri server e indirizzi. Ricordo un intervento dell’allora presidente del Cassero di Bologna Samuele Cavadini che tentava preventivamente di esternare lo sdegno di fronte a tanta pochezza. Ghei punto it, come molti suoi interlocutori commerciali la scriverebbero, si ritrovò a vendere il corrispettivo di tette e culi del mondo gay. Forti di una collocazione dominante nel panorama dei media, che ti vuole prono ai suoi disegni politici e di comunicazione, i gestori del sito si trasformarono da elementi importanti per la crescita del movimento, a un misto di bottegai di riviera, ma titolari di un circolo Arcigay e di un grande sito quotato in borsa. Questo si che fu un fallimento per il movimento gay. Quando in Parlamento i partiti ti concedono un solo seggio, che porta il nome di Franco Grillini, non possiamo lamentarci del fatto che lui poi non sia riuscito a portare a casa nulla, quando il portale-super-strafigo-di-sta-minchia punta a raccattare click mettendo in prima pagina il sondaggio “quanto ce l’hai lungo?”. Eppure sembra che la direzione editoriale di seconda generazione sia pronta a denunciare con un dossier e con un’intervista tutti i fallimenti di un’associazione, che in sintesi si riducono a una partita sfigata di Affari Tuoi (per i profani, il gioco dei pacchi su raiuno). Se vogliamo parlare di efficacia delle politiche per il riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, non possiamo farlo parlando dei rimborsi spese viaggio e hotel dei dirigenti di un’associazione, o meglio, lo si deve fare nei luoghi opportuni per la risoluzione di questo metodo gestionale, ma non certo utilizzando i media nazionali, mettendo in ridicolo, diffamando e dando giudizi da bar su un’associazione che conta al suo interno molte intelligenze, molti sforzi e molte speranze. Il panorama odierno è preoccupante, e su questo non voglio fare retorica, ma l’omofobia in cronaca e i preservativi in prima pagina li ho letti un po’ dappertutto. Dal direttore editoriale di un “grande” sito web mi aspetto idee, analisi appropriate, addirittura comparate con le esperienze di altri paesi. Mi aspetto un punto della situazione sulla questione comunicazione, e su come essa viene gestita all’interno di un movimento che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. E invece no. Mi trovo di fronte alla pochezza di cui sopra. Ad un incuriosirsi a vicenda tra media votati alla cultura della fuffa. Infondo, diceva Brecht “quando la stupidità dilaga, diventa meno visibile”. Nel 2001 smisi di digitare gay.it. Mi è venuto molte volte lo scrupolo di aver preso una decisione troppo drastica. Oggi finalmente ho avuto la conferma di aver fatto una scelta giusta. Continuerò a seguire la sua voce sulle pagine de Il Giornale.
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Per combattere le eresie la Chiesa ha da sempre adottato metodi censori e proibizionisti nei confronti della libera circolazione delle idee, proibendo di leggere o conservare opere considerate eretiche a suo insindacabile giudizio. In questo lungo e triste filo conduttore, rintracciabile in molti periodi della storia, la Chiesa è giunta addirittura a proibire anche la lettura e il possesso della Bibbia ai laici, ovvero al popolo. Stando all’etimologia, eretico è colui che compie una scelta in genere contrapposta ai dogmi su cui si fonda una religione. Una scelta che fa dell’eretico una fazione da combattere. E trattandosi di fede e di pensiero, il libro rappresenta il terreno privilegiato per questa battaglia. Se la Chiesa si fosse limitata a pubblicare un Indice ricco di recensioni negative e consigli per la lettura destinati al buon cristiano, probabilmente in questo momento gran parte dell’umanità avrebbe già da tempo assimilato i principi base di ogni possibile progresso. Purtroppo, la Chiesa, non solo non ha svolto alcuna attività culturale in tal senso, ma si è proprio accanita con ogni mezzo contro chiunque mettesse in discussione la sua verità e il suo potere. E’ riuscita a devastare con prepotenza ogni forma di diversità che ha incrociato sul suo cammino, avvalendosi dell’aiuto sanguinario di molti eserciti ad essa devoti. Sarebbe solo inutile retorica mettersi qui ad elencare le sciagure umane cui la Chiesa ha orgogliosamente contribuito. Nessuno oggi è disposto a pensare a quelle vite e a quelle menti come martiri di un processo evolutivo che potrà dirsi libero solo “quando l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduta sull’ultimo prete” (Emile Zola). Una delle più importanti istituzioni religiose che l’uomo abbia mai conosciuto si è rivelata nel corso della storia una delle più grandi palle al piede per la crescita e lo sviluppo della civiltà. Ad essa possono essere imputati tutti i ritardi che ancor oggi sono evidenti sotto gli occhi di tutti, dall’analfabetismo all’affermazione dei diritti umani, dall’emancipazione femminile al superamento dell’odio interreligioso ed interrazziale. Un’istituzione che si professa portatrice del messaggio cristiano e che ha consapevolmente partecipato allo sterminio di esseri umani non allineati in moltissime occasioni nella storia. E dove la storia è riuscita a punire le organizzazioni politiche che hanno commesso reati contro l’umanità, la Chiesa l’ha sempre fatta franca. Solo in alcuni sporadici, anzi spudorati casi è riuscita a chiedere scusa. E stando all’attualità più sfrenata possiamo leggere su qualsiasi quotidiano del mondo quali sono le priorità della Chiesa oggi: cellule staminali, procreazione assistita, eutanasia, terapia del dolore, unioni civili, aborto, contraccezione, uso del profilattico. Sarebbe troppo difficile oggi proibire la lettura della Bibbia o strizzare un occhio a regimi totalitari che torturano e uccidono i propri avversari. Oggi è necessaria una certa cautela. Anche il più stupido dei cittadini del mondo si accorgerebbe da che parte sta il Bene. L’unico terreno rimasto oggi è quello dove il buon senso non riesce a formarsi, quello in cui si annidano paure e pregiudizi: la libertà scientifica e la libertà personale. Peccato che ormai sempre meno persone continuino a credere alle favole. E se un pontefice cerca di varcare la soglia di un Ateneo per un saluto alla comunità scientifica, anche in Italia si ha il coraggio di rispedire al mittente una serie di affermazioni in pieno stile oscurantista medievale, come quelle che fece Joseph Ratzinger nel 1990, quando dirigeva l’ultimo baluardo dell’Inquisizione, chiamata Congregazione per la dottrina della fede. Chissà se oggi hanno imparato a recensire come si deve qualche libro o se hanno ancora quella vocazione che ogni piromane che si rispetti conserva nel suo DNA. In ogni caso qui potete farvi un’idea di quel che l’Inquisizione oggi ritiene degno del suo intervento.
Nel mio piccolo, provo a dare un’indicazione libraria. Fresco di stampa per i tipi di Laterza, Vladimiro Polchi ha pubblicato un vocabolario laico “da Aborto a Zapatero”: un’utilissima rinfrescata ad alcuni concetti che sembrano aver perso smalto nelle nostre coscienze, e che invece rappresentano proprio il terreno su cui fondare una sana idea di progresso. Da questo libro è nato anche un blog “la Breccia.it” che si pone come obiettivo quello di allargare l’ampiezza delle definizioni e delle testimonianze cui tutti possono contribuire. Buona lettura a tutti e a tutte.
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CRISI ECONOMICA E TEMPO LIBERO
E’ tempo di crisi. Lo si legge ovunque e se ne sente parlare sempre più frequentemente. Abbiamo anche imparato tutti che questa crisi ha dapprima colpito i vertici del capitalismo (alta finanza, speculazioni e anfratti ad altà densità di liquidità lontani dalla comune esperienza economica), e tra poco, come fosse una vendetta capricciosa, toccherà a tutti pagarne le conseguenze, come se le conseguenze della suddetta prosperità non ci toccassero già abbastanza. L’immediata reazione dell’uomo comune, e non quella dei superman dell’economia, è stata di frenare il più possibile i consumi. Meno carburante, meno automobili, meno cibi in eccesso, meno arredi. Sembra quasi la descrizione di un mondo migliore, e soprattutto più consapevole del proprio vizio smodato di dare fondo a ogni barile, e sempre più spesso raschiarne il fondo. Intanto le previsioni economiche assomigliano ogni giorno di più alle previsioni del tempo. Si, al meteo. Variazioni minime, valori nella norma. Si parla di pessimismo, di recupero di una serenità a partire dalla seconda metà del 2010. Le minime all’estero sono più basse di quelle nostrane solo in alcuni sporadici casi localizzati nell’Europa dell’Est. Ma anche le strategie per venirne fuori, dettate dai più illustri specialisti e istituti del settore, appaiono un pò come il ricettario di Nonna Amelia. Se il mercato impazzisce come una maionese non si può far altro che sperare che si riprenda aggiungendo altre uova. Gli intramontabili luminari di Confcommercio arrivano anche a lamentare che la colpa è delle mancate liberalizzazioni di alcuni settori strategici se l’Italia non riparte.
Eppure in questo clima minaccioso per le nostre tasche e per il nostro futuro, un segnale di speranza ci arriva forte e chiaro: i consumi per il tempo libero sono in rialzo di circa il tre per cento. Tutto crolla miseramente e si fa fatica a capire come se ne verrà fuori, ma i libri, i giornali, il cinema, i corsi multimediali, i viaggi e i giochi continuiamo a comprarli instancabilmente. Mi sorge spontanea una domanda: ma non è che l’uomo comune si sarà un pò stufato di lavorare a vuoto per comprarsi macchine, benzina, vestiti e mobili, e ha iniziato a salvaguardare solo ciò che concerne il suo spazio liberato dal lavoro? In questa lenta e sofferta resistenza non c’è spazio per i richiami da parte del capo. Ti possono, al limite, solo licenziare per eccesso di personale. L’unico modo che hanno per parlare al cuore di tutti è investire in miliardi di pubblicità e convincerci tutti che un’auto nuova, un sofà all’ultimo grido e un pieno pagato alle Sette Sorelle con raccolta punti, sono ancor oggi le cose per cui vale la pena vivere e lavorare. Finchè continueremo a comprare libri, scattare foto, guardare film, giocare a golf, girovagare in Second Life e ad alimentare in ogni modo possibile i nostri immaginari e desideri, sono convinto che quelle automobili, quei mobili e quel petrolio non ci (ri)porteranno sicuramente in un mondo migliore. Sapere che il mondo non è in crisi solo perché quei farabutti di superman delle superclass stanno “bene”, non mi fa sentire meglio e prima di tutto non mi convince. Ragioniamo invece su come produrre per e con il tempo libero, la nostra humanitas è imprigionata lì, liberiamola.
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Articolo 3
Anche se nell’articolo 3 della nostra Costituzione manca ancora la specifica sull’orientamento sessuale, possiamo dire che l’essenza della nostra democrazia sta tutta concentrata in quelle poche parole “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Concepita nel secondo dopoguerra da persone con un’idea profonda dello Stato, la Costituzione Italiana è il sunto dei contributi di area cattolica, confrontati e modulati con i contributi dell’area di sinistra. La giustizia sociale è stato il vero ambito in cui è nata e cresciuta la cultura di sinistra. Le più grandi lezioni di sinistra ricordo di averle avute leggendo don Lorenzo Milani al liceo e Noberto Bobbio nei primi anni di università. Sono loro ad avermi infuso un forte senso di giustizia, di ripudio di ogni discriminazione e di rispetto dei diritti civili e politici. In tutti questi decenni di vita democratica, l’articolo 3 della Costituzione resta un miraggio: non si è riusciti nemmeno a farne una bandiera per il proprio agire politico, tanto al centro quanto a sinistra. Porre l’accento su quelli che comunemente in tutto il mondo chiamano diritti umani dovrebbe essere al primo posto nella graduatoria dei valori condivisi all’interno di tutti i partiti che fondano la loro esistenza sulla giustizia sociale. E invece così non è, e non è stato. C’è voluto un cambio di guardia oltreoceano per sentir parlare di punizione della tortura per la prima volta dopo tanti anni. Quello che è considerato uno strumento barbaro al servizio di una legge marziale che considera nemico chiunque sia tacciato di sospetto, è stato ripudiato in accordi internazionali, quando il lume della ragione pose fine agli orrori della Seconda Guerra mondiale. Eppure ancor oggi in Italia non c’è una legge che dichiaratamente punisca la tortura. Nemmeno dopo gli episodi di “macelleria messicana” messi in atto durante il G8 di Genova. E, purtroppo, nemmeno nella coscienza dei nostri governanti è valso a qualcosa il grido di richiesta di asilo politico nei molti casi in cui abbiamo rispedito nelle rispettive patrie soggetti che sicuramente sarebbero stati torturati. A macchiarsi di azioni di questo tipo sono stati anche governi di sinistra e a testimoniarlo ci sono gli accreditati monitoraggi realizzati da Amnesty International. Una politica che prenda sul serio queste istanze, che indichi la strada per un mondo privo di discriminazioni, in questo momento è totalmente assente. Non costerebbe nulla da un punto di vista economico. Resta solo la macroscopica superficialità con cui questi aspetti di primaria importanza vengono trattati. Come può dirsi democratico un paese che non garantisce un rapido processo? Come può dirsi democratico un paese in cui il sovraffollamento carcerario riduce parte della popolazione in condizioni spaventose, contro ogni accordo internazionale? Come può dirsi democratico un paese in cui l’approdo continuo di clandestini viene gestito in modo raffazzonato e spesso con coloriture razziste da far venire i brividi? In tutti questi decenni di vita democratica, le strizzate d’occhio all’articolo 3, per porre rimedio a queste impressionanti problematiche, sono state solo due: una fantomatica Commissione per i diritti umani messa in piedi da Craxi nel 1984, che avrebbe dovuto guidare il governo elaborando idee e piani d’azione e addirittura confezionare una legge organica; e una legge del 2001 a firma Michele Pinto che avrebbe risarcito le vittime di processi troppo lunghi. Entrambe si sono rivelate soluzioni di facciata, che non hanno risolto un solo problema di fondo. Sarebbe tempo di riforme di grande respiro, di cose fatte con la consapevolezza con cui quei signori dopo la guerra si sono messi ad un tavolo e hanno immaginato il futuro di questo paese. C’è bisogno di un grande senso di responsabilità e di serietà per ridare a tutti e a tutte la speranza in una politica che oggi non ha più senso chiamare di sinistra o progressista. Al presenzialismo spettacolare della destra, la sinistra sa opporre un presenzialismo istituzionale in organismi sterili. Sempre la solita routine della corsa al potere, che una volta raggiunto non si sa farne un buon uso. I vecchi nomi della sinistra, trattati oggi come scheletri in un armadio da una cultura mediatica di basso profilo, hanno sempre saputo anteporre l’interesse collettivo alle proprie carriere.
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MY DESKTOP (3)
Ed eccomi di nuovo alle prese con la sistemazione del caos che si è creato sulla mia scrivania negli ultimi tempi. Proverò a spulciare tra il materiale presente e riportare qui di seguito alcuni passaggi interessanti o semplici descrizioni di prodotti meritevoli di attenzione.
- Imprese Sociali. Scelte individuali e interessi comuni. A cura di Vittorio Pelligra. Bruno Mondadori. 2008. 208 pagg. 19 EUR.
- Costruire la propria vita. Ulrich Beck. Il Mulino. 2008. 158 pagg. 9 EUR.
Le istituzioni culturali transalpine non smebrano risentire affatto degli effetti della crisi. Anzi, per i francesi sembrano addirittura diventate un ottimo antidoto contro la recessione: toglieteci tutto ma non la cultura. Mentre ad un forum ad Avignone duecentocinquanta esperti discutono di come la cultura può essere un fattore di crescita, il consumo degli ultimi due mesi rileva dati confortanti. I francesi spendono mediamente 1.025 euro l’anno per mostre, teatro, cinema, musica e libri e nei sondaggi dichiarano di volerli superare. L’Opera di Parigi ha un tasso di occupazione della sala di oltre il 90%, la discussa mostra di Jeff Koons a Versailles ha atirato già duecentomila visistatori in due mesi, Picasso al Grand Palais ne fa cinquemila al giorno. Una bella lezione dalla Francia, comme d’habitude..
[Léna Lutaud - Le FIgaro - 17 gennaio 2008]
- il nuovo Master 24 – gestione e strategia d’impresa – le competenze manageriali – l’arte di comunicare e public speaking (dvd + libro + web) il sole 24 ore. 12,90 EUR (1^ uscita di 20)
A rivederlo oggi, questo raro clip di Warhol sembra un pò banale, ci si aspetterebbe qualcosa di realmente avanguardistico da uno dei padri della Pop Art. Hello Again – dove compare l’artista stesso nei panni del barman e altri personaggi del mondo della moda e della trasgressione newyorkese – fa un largo uso del chromakey, con interventi di animazione e di lettering. Una sequenza in uno sgranato b/n di due che si baciano non può non ricordare il suo film Kiss. Il clip è tra l’altro preceduto da un prologo dove alcuni giovani vengono intervistati da un conduttore tv a proposito di sesso e violenza. Warhol – autore anche di Movie per Loredana Bertè e Misfit per i Curiosity Killed The Cat – si riteneva in ogni caso soddisfatto del lavoro. Sempre nei diari, nello stesso periodo, annotava: “l’hanno ritrasmesso ed è ancora buono. Non riesco a credere che sia stato fatto proprio da noi. Mi è difficile accettare che dopo questo mai nessuno ci abbia più chiesto di fare video”. Un duro colpo per uno che nutriva una smodata passione per il genere e per il luccicante mondo di MTV.
USA, 1984, 4′30”, musica: The Cars, regia: Andy Warhol e Don Munroe, fonte YOUTUBE.
[recensito su Alias da Bruno di Marino, 29 novembre 2008]
- Il lancio del nano, e altri esercizi di filosofia minima. Armando Massarenti. Guanda. 2006.186 pagg. 12 EUR.
Vivie, una ragazza moderna, spensierata ma retta, scopre che la madre deve la sua ricchezza ai proventi di varie case di malaffare sparse in tutto il continente europeo. Ne è inorridita e ha un vivace scontro con lei: ma la signora Warren le dimostra che non lei con la sua “professione” ma la società, con la sua morale fatta di compromessi e di ipocrisie, è la responsabile di certi mali: non è con il punire le vittime che è possibile correggerli. Vivie comprende la logica della madre, ma non può continuare a vivere con lei una volta appurato che non intende ritirarsi dalla sua redditizia attività. Le dice addio, decisa a vivere del suo lavoro di impiegata e indipendente da lei.
La Professione della Signora Warren (1894) commedia di G. B. Shaw.
[tratto da La nuova Enciclopedia della Letteratura - Garzanti]
Chi volesse disporre di una guida ragionata al ‘68, senza però sobbarcarsi l’onere di decifrare quanto di storia e quanto di memoria c’è dentro, potrà utilmente consultare “il Sessantotto. Una breve storia“, di Marica Tolomelli (Carocci, pp.141, 12,50 EUR). Storica che non ha vissuto quegli eventi perché non era ancora nata, Tolomelli si trova ad affrontare un problema sul quale, non a caso, glissano molti degli storici ch einvece l’hanno vissuto in prima persona, cioè quello di dover delimitare l’oggetto del proprio studio, sia in senso spaziale che temporale. Lasciando al lettore il piacere di scoprire e giudicare da sé la soluzione argomentata dall’autrice, segnaliamo qui i capitoli dedicati alla transizione del ‘68 “da evento a oggetto di studio”, dove Tolomelli non solo ripercorre le diverse interpretazioni che ne sono state date allo scoccare di ogni decennio, ma si sofferma anche sul dibattito più recente intorno ai suoi effetti di medio-lungo periodo. In questo quarantennale sono state tuttavia molte le pubblicazioni che ripercorrono le vicende di quel movimento. In primo luogo va segnalata la ripubblicazione del volume di Luisa Passerini “Autoritratto di gruppo” (Giunti, collana Astra Pocket, 5,90 EUR)
[il Manifesto - 17 giugno 2008]
www.bookchannel.it è un nuovo canale interamente dedicato ai libri, disponibile gratuitamente su internet. Una televisione che si guarda sullo schermo del computer e che, al posto della pubblicità e del telegiornale manda in onda i booktrailers e “Leggendario”, la trasmissione tv sui librie sul piacere di acquistarli, nata dall’esperienza degli autori della trasmissione di Sky 848 e per iniziativa della Femento Film. Si tratta di una tv tematica che non parla di tutto a tutti ma che si rivolge solo a lettori appassionati e professionisti del mondo lavorativo interessati ai libri, andando incontro a un pubblico che chiede contenuti qualificati, aggiornamento, intrattenimento ad alto valore formativo. Una televisione che utilizza contemporaneamente la trasmissione in streaming e la modalità on demand, affiancando alla programmazione tradizionale di una normale tv, offrendo quindi la possibilità di crearsi un palinsesto personalizzato. Quello del libro è un mercato sempre in movimento: in Italia si vendono circa 100 milioni di copie e si stampano sette nuovi titoli al giorno. Negli ultimi anni sono nati i booktrailers, i libri on-line, gli audiolibri, gli e-book, è esplosa una sterminata produzione saggistica dedicata ai nuovi media, è fiorita una nuova letteratura ispirata ai linguaggi delle ultime tecnologie. A dispetto di tutte le previsioni apocalittiche i libri non sono scomparsi ma hanno incontrato i nuovi mezzi di comunicazione.
[Alberto Caerlo - il Manifesto 12 luglio 2008]
Il 21 settembre 1888 Friedrich Nietzsche arrivò a Torino, fuggendo l’Engadina in preda all’alluvione. Era la seconda volta che giungeva nell’antica capitale sabauda: ma questa volta essa lo affascinò completamente. L’aria fresca, tersa, limpida, le foglie dorate e brune degli alberi, il fondale già bianco delle montagne: gli piaceva di vivere in mezzo ai colori di un Claude Lorrain infinitamente prolungato. C’era nell’aria un benessere quieto ed etereo. Il pomeriggio passeggiava lungo i viali alberati sul Po, che l’autunno aveva appena sfiorato. Amava le strade dritte e larghe, la bellezza delle grandi piazze, gli edifici regolari, la profondità quieta del silenzio. Gli pareva che Torino fosse costruita apposta per lui. Era la città dell’autunno: Dioniso, il suo dio, era il dio dell’autunno; e qui le venditrici gli offrivano meravigliosa uva di tutti i colori. Non sapeva ancora che sarebbe stato il suo ultimo, tragico autunno (Lettere da Torino, a cura di Giuliano Campioni, traduzione di Vivetta Vivarelli, Adelphi, pagg. 272, 15 EUR).
[Piero Citati - La Repubblica 12 luglio 2008]
Scrivere di situazionisti su una rivista d’arte è blasfemo. Come esporre un drago in un rettilario o vendere carne di unicorno in una macelleria. L’arte situazionista non è arte. E’ politica. E’ un tentativo disperato e collettivo di esistere. I situazionisti si posero “la domanda su come impiegare la vita”. E risposero: “Con la rivendicazione del suo pieno impiego con il gioco, con la creazione ininterrotta, con la realizzazione dell’arte”. Fu un assalto al tempo e allo spazio edificati dal capitalismo. Eterogenei tra loro come i motivi di un frattale, funestati da scissioni continue, espulsioni di massa e imitazioni più o meno riuscite, i situazionisti rappresentano ancora oggi il filo – forse l’unico – che collega l’Ottocento al Duemila: Marx, Nietzsche e Oscar Wilde a Internet. Riuscirono ad essere sempre assolutamente moderni. Disperatamente moderni. L’Internazionale situazionista nasce il 28 luglio 1957 a Cosio d’Arroscia, Imperia, da tre genitori almeno: il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista di Asger Jorn, l’Internazionale lettrista di Guy Debord e il Comitato psicogeografico di Londra di Ralph Rumney. Il primo assalto fu lanciato il 14 aprile 1958 all’Assemblea generale dei critici d’arte di Bruxelles: “Non avete più niente da dire. L’Internazionale situazionista non lascerà alcuno spazio per voi. Vi faremo morire di fame”. Erano in anticipo di almeno dieci anni. Nel 1966 diedero dell’imbecille a Jean-Paul Sartre che aveva difeso l’Urss sul “Nouvel Observateur“. Nel 1967 due testi fondamentali: La società dello spettacolo di Guy Debord e La rivoluzione del quotidiano di Raoul Vaneigem. Quando il Sessantotto arrivò, i situazionisti gli regalarono le parole, la grafica e le pratiche di lotta. Poi, nel 1972, si autodissolsero, inghiottiti dall’integralismo montante. Sopravvivono in clandestinità, quasi sempre come caricature (senza di loro, per esempio, il Punk non sarebbe mai nato), ma abitano ovunque.
[Giacomo Papi - Art e Dossier - maggio 2008]
Questa sono io nei panni di Eva/Adolf Braun/Hitler…
FS: E quest’altra chi è: tua moglie, Miss Jackie?
Noo…potrebbe, ma sono io, dopo ti spiego. L’idea era questa: Hitler non è veramente morto a Berlino. Uccide Eva lasciando il suo cadavere nel bunker assediato, in fiamme. Poi, travestito da Eva, scappa in America, si trova un lavoro in un condominio a Chicago, come addetto alla caldaia e lì si rintana. Ma siccome è roso dal senso di colpa per averla uccisa, va avanti a travestirsi da Eva. E’ una drag, vive come una donna, ma pur travestendosi non riesce a tagliarsi i baffetti, perché sono il totem del suo potere. Ho fatto un video in cui Eva/Adolf è sorpresa nel suo rifugio, va su tutte le furie e caccia in malo modo gli intrusi. Miss Jackie era scioccata dalla mia “hitlerizzazione”. Un altro video a cui sto lavorando vede persone piene di piercing impegnate in una scopata selvaggia. Sto usando una telecamera particolare, che riprende a raggi X. Quello che alla fine si vedrà saranno le ossa, gli anelli di metallo, i piercing e naturalmente i movimenti. La pelle e i muscoli no, però. Mi chiedo se anche questa sarà considerata pornografia…
[Francesco Scarpelli intervista Genesis P. Orridge - tratto da Intervista, estate 1999]
E’ probabile che l’unica parola che possa definire l’opera di Kurt Vonnegut jr., nato a Indianapolis l’11 novembre 1922 da una famiglia di architetti di origine tedesca, progettisti e costruttori delle città, laureato in biochimica, arruolato nella guerra contro Hitler, scampato al bombardamento di Dresda, studioso di antropologia a Chicago, cronista e scrittore a tempo perso, impiegato alla General Electric Company, autore di fantascienza dal 1952, romanziere, narratore, autore di moltissimi libri tradotti in tutto il mondo (quasi venti), due volte sposato e due volte separato, un solo figlio maschio di nome Mark, morto all’età di 85 dopo un tentativo di suicidio con pastiglie di antidepressivi, il 10 aprile del 2007 a New York a causa di un non precisato incidente domestico, sia: sarcasmo. Sarcasmo e non comico – e Vonnegut è anche scrittore comico. Sarcasmo e non umorismo – e i suoi libri sono carichi di umorismo. Tutto questo perché, come dice l’etimo, “sarcasmo” è “lacerare le carni”. I dizionari dicono che il sarcasmo è una ironia amara e pungente prodotta da una forma di animosità verso qualcuno. Nella nostra tradizione illustre, il sarcasmo si manifesta ogni volta che qualcuno “con finto riso, e simulate parole mostra di contentarsi di quello, che gli porge sdegno e rabbia grande”. Vonnegut era così. Basta aprire il libro postumo di racconti, tradotto da Feltrinelli, Ricordando l’apocalisse (tr. di Vincenzo Mantovani, pp. 183, 16 EUR) per trovare l’ultimo discorso pubblico tenuto dallo scrittore nella sua città natale 17 giorni prima di lasciarci per sempre. Un perfetto ragionamento alla Vonnegut, in cui anche il respiro tra le parole trasuda sarcasmo.
[Marco Belpoliti - Alias 27 settembre 2008]
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MOLESKINE AGENDA
Avevo acquistato una Moleskine agenda formato grande, quelle con una pagina intera a righe per ogni giorno. L’obiettivo era tornare a scrivere in forma di diario e soprattutto farlo con una penna. Dopo due settimane posso constatare che il mio proposito è ancora lì che aspetta. Lo schermo del computer ha avuto la meglio e la ormai sudicia tastiera continua a ripassare le mie impronte. Leggo ovunque che la carta è in declino. Una buona notizia per gli alberi. Una cattiva notizia per la scrittura. Pubblicare online i propri scritti significa innanzitutto farsi leggere da navigatori assuefatti dall’informazione e in cerca di qualcosa che puoi sperare di avergli dato se sei riuscito a catturare la loro attenzione nei primi trenta secondi. Si può riuscire a far questo in modo vincente se si fa un buon uso del design e dell’ipertesto. Ed ecco che non stiamo più parlando di scrittura tradizionale. Siamo di fronte a qualcosa che può essere considerata una nuova lingua. La lingua cyber. Si, quella cibernetica, quella che ha bisogno di macchine per essere rappresentata, ricordata, corretta e divulgata. E questa lingua non è fatta solo di parole, questa lingua è visceralmente connessa alle immagini. Siano esse semplici didascalie, che accattivanti font. Tutto parla. Punteggiatura. Spazi. Lunghezza degli scritti. E tutto di fretta. Non posso certo trattenere la mia attenzione su qualcosa di così evanescente come la rete, non sono di fronte a Shakespeare. Sono qui a vagliare se il modulo che mi ritrovo davanti agli occhi corrisponde al prezioso documento solitamente gratuito che accresce il mio sapere dell’infinitesima tacca di cui avevo or ora bisogno. E poi da una rete così grande e fitta mi aspetto degli approfondimenti. Leggo, mi incuriosisco. Trovo uno spunto, et voilà con un click sono subito a verificare notizie, allargare temi e orizzonti. Per cui la scrittura in questa lingua è tutta un’altra cosa. Scrivo e devo essere capace di capire cosa voleva sapere da me il lettore e quale curiosità gli ho scatenato. Più che scrivere un testo devo essere in grado di costruire un percorso di lettura. Lo scrittore dev’essere quindi un grande navigatore. Deve avere il dono della sintesi e far in modo che i link del percorso siano ben impostati e intelligibili. Deve essere in grado di “titolare” qua e là la sua scrittura. Le pagine di carta che sfogliamo in sequenza ora sono diventate una mappa. Per cui scrivere si traduce spesso nel piazzare una significativa ed attraente segnaletica su questa mappa.
Provate ad immaginare di avere tra le mani un libro giallo, ve lo gustate passo passo fino alla soluzione finale, concendendo allo scrittore la fiducia nel suo saper costruire storie e nel trasformarvi in detective. La stessa cosa non può accadere online. Nessun lettore darebbe fiducia allo scrittore di fronte a un fiume di testo solo per vivere la suspense. Il lettore online vuole subito la soluzione del giallo scritta a caratteri cubitali all’inizio. Poi un piccolo sommario per i particolari piccanti e infine una veloce scorsa al testo per vedere se qualche dialogo è ben scritto. L’intera storia non la leggerà mai. Si fa fatica a leggere su uno schermo. E se attribuissimo a tutta la scrittura online la stessa credibilità saremmo perennemente immersi in un mare di spazzatura. Grandi case editrici e grandi giornali mantengono un certo livello di autorità anche online. Ma siamo appunto ancora nella fase in cui ci si chiede se i soldi si fanno con la carta o con internet. La risposta reale non arriverà prima di dieci anni. Nel frattempo online tutti sono a caccia di questa credibilità. Fino a qualche tempo fa leggere online significava sfogliare una brochure dopo l’altra. E dopo un po’ si aveva la nausea da scrittura aziendale. Oggi in rete si sta facendo strada una scrittura più personalizzata, tutta volta a conquistare la fiducia e la credibilità nei lettori. Certo, l’aspetto delle pagine conta ancora molto, ma si intravede una possibilità di nuova vita per il testo. Non ci si può certo bloccare alla prima impressione se quello che si è trovato nel sito è qualcosa che ci ha interessati. La conquista del lettore è un’attività molto creativa in rete. E non si basa più sulle stesse antiche tecniche usate dalle librerie. La personalità e l’unicità degli scritti devono essere sempre e subito evidenti. Farsi conoscere e riconoscere è molto difficile, ma resta l’unico modo per allacciare un rapporto con qualcuno in rete. E questo nuovo ambito della scrittura non ha sicuramente dei rigidi controllori che vigilano sulla correttezza nell’uso della lingua, anzi ci si può permettere di tutto: neologismi, parole straniere, nuove variazioni della grammatica. Se questo aiuta a trasmettere un messaggio, nessuno scrittore si farebbe mai degli scrupoli. L’importante è risultare credibili e pertinenti. Se invece si pubblicano refusi, l’impressione che si avrà di questo scrittore è comunque quella del distratto o dell’ignorante. E’ bene ricordare che online l’interazione con chi legge è immediata, per cui bisogna essere pronti ed aperti a ogni tipo di confronto. Non so se è questa nuova sfida che mi ha fatto tenere la Moleskine agenda ancora intatta. Per il momento, qui, ho solo scritto di scrivere.
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PAPAGIRLS
Santissimo Padre,
mi chiamo Samantha, ho 29 anni e vivo a Bologna. Fino a qualche anno fa venivo etichettata dai media italiani come uno dei papaboys. Ebbene si, fino all’anno 2000 avevo ancora il mio pisellino. Ma Le anticipo subito che non usavo quello per le mie preghiere e per i miei pellegrinaggi. Avevo il berrettino inneggiante il raduno. Eravamo tantissimi. Giocavamo insieme, cantavamo e dedicavamo molto tempo alla preghiera. Qualche anno dopo, così come Lei ha seguito la vocazione, o come la chiamano altri “la chiamata”, anch’io ho vissuto qualcosa di simile: non sarei mai stata felice se avessi dovuto continuare a vivere con l’inadeguatezza di quel corpo, che seppur dono divino e naturale, bisogna ammettere che di errori ne ha palesati parecchi nel corso dei secoli dei secoli. Non c’è molto da stupirsi quando il progresso medico scientifico permette di migliorare un corpo che, per esempio, prima non poteva camminare bene. Adeguare il proprio corpo a quel che ciascun individuo percepisce di essere e di voler vivere è una grande emancipazione, possibile solo da pochi decenni. Ci siamo lasciati alle spalle atroci sofferenze e inutili schiavitù fisiche. Nei paesi più avanzati questo tipo di intervento è offerto al cittadino con tutti gli strumenti del caso che permettono di valutare consapevolmente l’impatto che avrà sull’intera persona, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista psichico.
Dopo l’intervento posso dire con sicurezza di aver migliorato la mia condizione: sono più felice, appagata, serena, sicura. I medici mi hanno tenuta sotto osservazione e continuano a rassicurarmi sul fatto che tutto è andato per il meglio. Ma un aspetto continua a restare irrisolto, ed è il mio rapporto con Lei. Ho appreso dai giornali del Suo anatema contro le persone che come me affrontano una transizione di genere. Volevo testimoniarLe che la mia fede è rimasta intatta, nessun bisturi e nessun indumento sono riusciti a interferire con quello che è il mio essere religiosa. Davvero non riesco a comprendere questo Suo violento accanimento contro una fedelissima praticante e sostenitrice della buona novella.
Pensi che per questo Natale ero intenzionata a mettere insieme la prima formazione di papagirls, e mostrare a Lei e al mondo quanto fervore caritatevole può nascondersi dietro quell’immagine falsata dai media e dall’opinione pubblica in generale. La prima uscita prevedeva la distribuzione gratuita di cibo ai senza fissa dimora e una fiaccolata di fronte alla chiesa di San Petronio. Non posso credere che Lei preferisca destinarci un futuro di oscurità, pentimento e autocommiserazione. Non posso credere che la chiesa possa schiacciare con una semplice parola, a mio avviso pronunciata d’impulso, tante vite pronte a sascrificarsi per gli altri e contribuire alla realizzazione di un mondo migliore. Attenderò, insieme a molte persone che vivono un’esperienza simile alla mia, una spiegazione, un cenno, magari delle scuse. In caso contrario, radunerò comunque le pecorelle in questione e agiremo senza la guida di un pastore.
Le auguro un sereno Natale.
Maurizio Cecconi, Bruno Pompa e Vincenzo Branà vi augurano buone feste con questo laico libello che potete scaricare liberamente. Buona lettura.

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CINDY SHERMAN
estratto audio dalla Relazione finale in Storia della Cultura e delle Idee
ASCOLTA L’ESTRATTO
Università di Bologna – Facoltà di Lettere e Filosofia – Cosrso di Laurea in Culture e Tecniche del costume e della moda – Anno Accademico 2007/2008 – relatore: prof. Walter Tega
La retorica fashion come linguaggio privilegiato nella rappresentazione dell’identità e come poetica della metamorfosi. Il caso di Cindy Sherman.
(una copia di questa tesi è depositata presso il Centro di Documentazione il Cassero – Bologna – Via Don Minzoni 18)
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VIVA LA SVEZIA
Ci siamo incontrati con degli amici per una chiacchierata intorno a un tema molto particolare. Senza stare a citare l’argomento, l’obiettivo era quello di formulare un documento politico che tenesse conto delle nostre aspirazioni in quanto operatori di un settore che ha un forte impatto sul pubblico. La mia premessa è stata: facciamo finta di dover scrivere questo documento in quanto cittadini di un piccolo centro del nord della Svezia. Una piccola provocazione che citava un esempio tanto in voga negli anni ’70 quando la rivoluzione culturale prendeva spesso a modello le società socialdemocratiche del nord. Ogni volta che pronunciamo quel termine, dentro di noi sappiamo già che si tratta di una utopia. Nessun italiano potrebbe mai immaginarsi questo paese realmente socialdemocratico. La socialdemocrazia l’ho sempre identificata con un alto livello della qualità della vita e il rispetto della dignità di tutti i cittadini. Lo stesso termine a diversa latitudine è una realtà. Qui da noi, senza nessuna reale esperienza del vero significato, da qualcuno è considerato un sogno/utopia, da altri uno spauracchio da allontanare come tutte le forme di comunismo. Se poi aggiungiamo le varie esperienze partitiche che hanno sventolato questo termine nelle loro sigle, e che la riforma del più grande partito della sinistra ha portato all’uso del termine democratico come fosse qualcosa da rivendicare o qualcosa di qualificante, dubito che il popolo italiano abbia avuto occasione di accostare il termine socialdemocrazia a una qualsiasi forma di progettualità politica.
Quando penso a qualcosa di sinistra, io penso alla socialdemocrazia. Nel sistema politico/partitico italiano quando si pensa alla sinistra si resta inevitabilmente presi in giro, e anche un po’ impantanati in uno stagno privo di senso, volto a svolgere il ruolo del qualunquista in modo che possano sentirsi a proprio agio tutti. Se andiamo a rileggerci i documenti e gli interventi fondamentali di questo nuovo partito, notiamo che tutti i grandi contributi dei più noti intellettuali socialdemocratici su questioni sociali, economiche e politiche sono stati messi da parte. Il socialismo è stato liquidato come qualcosa di vecchio e superato. Qualcosa di ottocentesco. Mentre invece tutte le politiche sociali europee nel corso del ‘900 sono state l’unica e più importante esperienza politica da contrapporre al selvaggio capitalismo americano. Se c’è un’idea in grado di contenere al suo interno un equilibrio tra interessi pubblici e interessi privati, quella è proprio la socialdemocrazia. Regolamentare il mercato, creare opportunità, e compattare la società sono principi propri della socialdemocrazia. Le sfide della complessa società contemporanea non sono certo ostacoli per un’idea basata sulla riduzione delle disuguaglianze. In Italia invece la sinistra resta sul vago, si appella a ulivi e margherite: un’idea light del nostro pensare e agire politico. Eppure molte nazioni conservano vitalissimi partiti socialisti o socialdemocratici, tutti più o meno in rete tra loro. E il socialismo è considerabile la seconda forza all’interno del parlamento europeo. Evito qui di fare il confronto sui numeri e sui successi delle varie società guidate da partiti socialdemocratici. Provate a dare uno sguardo alle classifiche che prendono in considerazione la qualità della vita e chiedetevi come e dove si vive meglio. Un motivo ci sarà. Quelle società al momento del voto hanno di fronte una sinistra in grado di contrapporre un’idea solida, soprattutto in riferimento alla riduzione delle disuguaglianze e alla offerta di opportunità. Solo una concreta politica di questo tipo può essere definita di sinistra. Socialista. Altrimenti restiamo nel carrierismo, nel liberismo sfrenato, nel democristiano, in mezzo a conservatori. Chissà cosa avremo mai da conservare!?
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WHAT’S NEW – WHAT’S COOL (002)
Ian Curtis era bono. Ma prima di tutto era una stella. Si, di quelle stelle che ti lasciano con lo sguardo alzato e ti fanno sognare. “Control” esce adesso nelle sale italiane e racconta la sua storia. Chi volesse guardarsi il trailer lo trova su youtube a questo indirizzo. Per chi non sapesse chi era Curtis, forse è bene che si guardi il film fingendo di saperlo, e dopo la proiezione tenersi per sé i brividi musicali che ha perso con questo mancato incontro.
A volte anche solo un po’ di grafica riesce a soddisfare il nostro innominabile appetito. Prima di guardare questo clip avevo un languorino. Ho tentato di fare un veloce elenco di porcate presenti in dispensa. Dopo la visione, non ci ho più pensato.
Finalmente la techno si può reputare sdoganata anche in molti circuiti mainstream come ad esmpio questo Europafestival a Roma; a questo indirizzo potete scaricare il programma in pdf. Un concentrato di danza, live act e sonorità popolari differenziate per orizzonti ed età.
Quando nasce una rivista letteraria accade sempre un po’ in sordina. Ebbene, questa nuova iniziativa localizzata a Losanna ha intenzione di creare un vero e proprio laboratorio lgbt (lesbico gay bisessuale transgender) con tanto di possibilità di partecipare alle assemblee. Il primo numero uscirà in primavera 2009. Intanto un po’ di assaggi si possono gustare sul sito web. Tutto in lingua francese.
Volete scaricarvi quasi legalmente un dj set fresco e raffinato di un artista emergente tra le fila dei grandi nomi della techno internazionale? Eccovi un set delizioso da scaricare, masterizzare, portare con voi in auto, sull’iPod, alle feste intime con i migliori amici e perché no anche da regalare a chi non è in grado di capire cosa fanno tante persone riunite in una stanza drogandosi continuamente e ballando una musica ripetitiva. Si tratta di Serge Santiago. E’ un set realizzato nel mese di agosto 2008, ma non si tratta di musica che invecchia facilmente, anzi. E la mia amica Wawashi mi dirà tra poco: “Ma ti sei messo ad ascoltare della italo?”… tocca sempre avere intorno una che parla di moda e non ha una laurea in statistica.
Per tutti i videomaker, presentatori, attori, cantanti che cercano un canale web in grado di accogliere il loro talento, quale marchio può dare più garanzie di mamma rai?
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intervista a MAURIZIO CECCONI
LE ORIGINI, LA CITTA’, LA TRADIZIONE
Quando si approda a Bologna da fuorisede, ci si rende subito conto che la maggior parte delle persone con cui condividi quotidianamente le tue esperienze non sono di Bologna, ma fuorisede a loro volta. Questa dimensione per molti studenti o lavoratori è la prima esperienza di fatto di un contesto urbano ricco di varia umanità. Non si tratta proprio di multiculturalità, ma di certo ti tocca assaggiare la burrata e mangiare il pesto con un approccio più rispettoso e inevitabilmente di scambio. Essendo tu un autoctono, sapresti raccontare che esperienza hai avuto con i fuorisede e spiegare a chi non ha imparato l’abc e a far di conto da queste parti che tipo di interazioni si è perso (o risparmiato)?
In tempi in cui si millanta l’esistenza di un popolo padano di verde vestito e alabarda alla mano, in cui anche il più minuscolo campanile, dalla Romagna alla Sicilia, rivendica la sua indipendenza dallo stato-sbruffone-e-arraffone, non posso esimermi dal rimproverarti l’imprecisione geografica: sono nato e cresciuto a Budrio, non a Bologna! Se venti centimetri fanno la differenza, che dire di venti chilometri? :-D Il nome “Budrio” ha come etimo “Butrium”, ovvero “burrone”, parola d’origine umbra – nel senso della popolazione prelatina – . Il mio paesello è famoso per le ocarine, per le protesi artificiali, per i manicomi, per la patata budriese e per Quirico Filopanti, il matematico che ha inventato i fusi orari (che ci fanno impazzire di jet-lag) e per aver partecipato attivamente alla costruzione della Repubblica Romana, nel 1848, che ebbe come maggior merito l’aver deposto il Papa per decreto.
Ho abitato in paese fino a vent’anni, poi ho girato l’Europa in lungo e in largo e al ritorno ho acquistato un appartamento in città. Fin da piccolo sapevo che a Bologna c’erano “i busoni”. Erano mio nonno, mio padre, mio zio, con battute di varia natura, ad informarmi in proposito.
Nonostante la vicinanza della città che è considerata a ragione una delle capitali froce d’Italia, ho sempre avuto terrore ad espormi. Ero combattuto e afflitto. Dopo il liceo, viaggiare è stato un vero toccasana, per scoprire quanto grande e diverso sia il mondo attorno. Una pluralità che non mi spaventa più. Sono uno che s’adatta facilmente e che impara osservando.
In questi viaggi, che volevo e sapevo educativi e liberatori, non ho mai voluto fare vita gay, né ludica né impegnata. Certo, seppur imbranato e timido fino alla paralisi motoria, rimorchiavo e pasticciavo qua e là (e questo era anche uno dei motivi per cui giravo come una trottola), ma non ho avuto frequentazioni abituali, relazioni stabili, progetti politici.
Avevo un debito da saldare. Volevo imparare, acquistare in serenità; infine tornare a Bologna, impegnarmi nella mia città, non all’estero. Non volevo fuggire dalla mia vita. Sapevo che era qui che avrei dovuto fare i conti con ciò che sono e con ciò che voglio, con me stesso e con il mondo.
Non è stato facile. La tentazione di scappare, di andare in un altro luogo (che poi coincide anche con “un altro tempo”) e costruire là una nuova vita è forte dentro ognuno di noi. E ognuno di noi ha diritto a realizzarlo dove e come vuole, sia chiaro. Nessun giudizio moralistico. Semplicemente, per me è diverso. E’ qui, in questa città, che desidero lasciare il mio segno, nel bene e nel male, nei buoni risultati quanto nei prevedibili fallimenti che puntellano come un righello i miei 33 anni.
Dentro ognuno di noi coabitano due sensazioni opposte e credo sia illusorio appiattirsi ora sull’una, ora sull’altra. Da una parte siamo legati, sentimentalmente, emotivamente, culturalmente, ai luoghi e ai tempi che ci hanno cresciuti. La terra, i paesaggi, le strade, i colori, gli odori, i sapori, sono esperienze della memoria che non dimentichiamo e che ci regalano ogni giorno felicità o frustrazione (se inappagate). D’altra parte, siamo coscienti dei limiti delle nostre culture e dei nostri giorni, e tentiamo di realizzare il nostro desiderio di benessere e di tranquillità emigrando, cercando di vivere appieno, tutto e ora, quel tutto contraddittorio e famelico che sentiamo d’essere.
Credo che a questo punto, Bruno, non ti sia difficile immedesimarti nel duplice sentimento che provo nei confronti dei “fuorisede” – che costituiscono la maggioranza delle mie relazioni, amicali e non – . Ne ammiro il coraggio per aver sfidato il destino, per aver preso le valigie, letteralmente, ed essere emigrati, anche solo per uno, tre, cinque anni, a Bologna. O tutta la vita. Colgo altresì i segni di un “depaysement” – espressione francese della terminologia antropologica, che indica la perdita dei punti di riferimento sociali e culturali, che porta i migranti a chiudersi in sotto-comunità linguistiche, etniche; che porta ad astrarsi dal contesto sociale in cui si vive – . La prima e più pesante conseguenza è l’assenza di un impegno diretto dentro la società, per cambiarla, contestarla, sradicarla, rivoltarla. La delega, si può dire, è l’effetto del “depaysement”.
Per una persona come me, che crede fermamente che la felicità sia legata sia al lavoro personale su se stessi quanto all’impegno sociale e politico, è un nodo difficile da sciogliere. Crea tensioni e malintesi. Credo che Bologna, come città, farà un salto in avanti e regalerà più felicità ai suoi cittadini e ai “fuorisede” – che brutta parola: m’immagino qualcuno spodestato e mal alloggiato… ne possiamo scegliere un’altra? – quando aprirà ai migranti, di qualunque natura, studenti e lavoratori, le porte della partecipazione.
In questo, le associazioni come “Il Cassero” svolgono un ruolo importantissimo, in parte anche di supplenza al vuoto ideale che si respira nella politica istituzionale. Le associazioni possono dare a tutti e a tutte indistintamente, che siano cittadini votanti o no, la possibilità di contribuire alla crescita della società.
Mi chiedi un consiglio: cosa suggerire ai “fuorisede”, ai migranti, ai neo-bolognesi. Suggerisco questo: se possibile, prendete la residenza e votate in città; se il tempo e la voglia vi spingono a farlo, date una mano, non importa se piccola o grande, nelle associazioni e nelle realtà organizzate che vi sono idealmente vicine. Mescolate la vostra cultura e i vostri saperi a quelli altrui. Fateli giocare in quel calderone multiforme e caotico che risponde al nome di Bologna.
“E i tuoi bolognesi se esistono” – come cantava Guccini - hanno il dovere di rompere il meccanismo perverso che vede una parte degli abitanti (la cittadinanza) vivere lucrando sulle fragili spalle degli studenti e degli immigrati, creando un’economia dopata, in cui gli affitti puntano alle stelle e le possibilità di crescita individuale diminuiscono drasticamente. E’ questo, credo, il primo e più disatteso compito della politica in città. A questo proposito, il recente intervento del Rettore dell’Università, Calzolari, mi è parso di una limpidezza unica per l’analisi della situazione in cui versa Bologna. E’ stato criticato duramente da chi è al governo in città, con argomenti pretestuosi e senza entrare nel merito delle analisi proposte. Un’altra occasione persa per ripensare nel loro insieme i rapporti di cittadinanza.
IL GIOCO, IL SESSO, GLI AMORI
L’iniziazione al divertimento avviene molto presto nella vita. C’è chi ha avuto solide attenzioni pedagogiche e ha giocato con trenini di legno e bambole di pezza. C’è chi ha risolto in poco tempo il cubo di Rubik e chi ha intrecciato collanine. Poi si scoprono solleciti più interessanti, si scrivono le prime lettere d’amore, si appendono poster in camera, fino alla scoperta di un altro sé, cresciuto, innamorato, corrisposto, idealista, divoratore di esperienze più complesse e appaganti. Com’è stata la tua stanza dei giochi? Con chi l’hai condivisa?
Nella mia infanzia e prima adolescenza ho avuto tre stanze dei giochi. La prima era una grande camera piena di balocchi per me e i miei fratelli e sorelle. Ci tenevamo i giochi e nient’altro. Era il nostro regno in casa. C’erano bambole scorticate dai vestiti e con azzardate acconciature punk: opera di mia sorella, una iconoclasta della barbie. Mio fratello ci teneva i camioncini, i lego, i bastoni raccolti nel parco. Io i soldatini che collezionavo, le automobiline e altri lego (che adoravo). Al centro della stanza avevamo steso una grande coperta imbottita, per poterci rotolare e restar seduti senza prender freddo (questa era la motivazione di nostra madre). Ai quattro angoli, montagne disordinate di giochi, a cui attingere secondo l’umore e i compagni presenti. Una volta alla settimana, la madre entrava e intimava: “Ordine!”, e noi traducevamo il comando nell’ammucchiare disordinatamente i giochi agli angoli. Ce n’erano così tanti e così incasinati che ricordo che alle volte recuperarne uno specifico richiedeva l’ingegno di un archeologo… Questa era la prima stanza. Ci ho trascorso giorni lunghissimi senza accorgemene, costruendo palazzi, strade di mattoncini e villaggi di contadini.
La seconda stanza richiede una spiegazione. Abitavamo una villa del settecento, distrutta dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, comprata per un tozzo di pane da mio nonno e restaurata e suddivisa in sei grandi appartamenti. La mia famiglia ne abitava uno. La famiglia della sorella di mio padre, un altro, sopra di noi. Mio nonno aveva progettato di trasferirsi lì e portare i figli e i nipoti a condividere “la villa”, come la chiamavamo tra di noi. Non l’abitò mai e gli altri quattro appartamenti restarono disabitati per un decennio. Tutte le porte erano aperte a noi bambini e aprivano un immenso spazio in cui scorazzavamo allegramente, immaginandoci di volta in volta castellani, guerrieri, avventurieri e partigiani di ventura. Giocare a nascondino i quegli spazi era un’impresa eroica: impossibile scovare i rifugiati.
La terza stanza dei giochi era il parco della villa. Proverò a descriverlo: 9.000 metri quadri di aiuole, alberi, sequoia autoctona - ne sono rimaste pochissime in Italia, una era nel nostro giardino ed era protetta dalla sovrintendenza dei beni artistici e culturali! -, un piccolo laghetto artificiale, un campo da calcio, orti, cortili per gli animali (oche, una capretta, galline, conigli, pavoni), grandi appezzamenti d’erba verde, massi giganti di roccia bianca artisticamente disseminati (dove giocando feci cadere mio fratello, che si ruppe un dente). Il mio passatempo preferito all’aperto era arrampicarmi sugli alberi. La sequoia era – dovrei scrivere è – cinta da rami grossi e scalabili fin quasi alla cima. La si poteva scalare senza fatica, come fosse una scala a chiocciola naturale. E lassù in cima venivi ricompensato da una vista spettacolare: avevi davanti la linea precisa della città di Bologna e dietro, le colline, sulla destra San Luca e il santuario. Mi sembrava straordinario che esistesse qualcosa al di fuori della mia casa e del mio giardino! Ero incantato da quell’orizzonte. D’estate, potevi star certo che, se non ero in casa o dalla capretta a giocare, ero lassù da solo o in compagnia di mio cugino.
L’unica altra considerazione che posso aggiungere è che, quando a tredici anni traslocammo e vendemmo “la villa”, provai il primo violento abbandono non voluto. Per anni ho sognato che un giorno sarei diventato ricco – ahahhahah – e l’avrei ricomprata per me solo. Non ci ho mai rimesso piede. Il mio fidanzato vorrebbe che gliela facessi visitare, almeno dall’esterno. Vedremo… Forse preferisco conservare intatto il ricordo che possiedo; oggi mi sembrerebbe diversa e… come dire: piccola.
Passiamo all’amore e al sesso. Fumo a causa loro. A sedici anni mi presi una cotta per L., coetaneo, rapper orfano e taciturno. Trascorrevamo ore seduti sulla ghiaia a lanciare pietrisco in strada. L. fumava Philip Morris Ultra Light. Talvolta inventava una parola che a me restava impressa e che entrava subitaneamente nel mio ristretto vocabolario d’uso. Il suo fascino su di me s’esercitava anche attraverso la lingua; era un fenomeno avvincente. Per imitarlo e darmi un’aria d’adulto pari alla sua, un pomeriggio d’agosto gli chiesi una sigaretta. La fumai tutta, con due soli colpi di tosse. Quando mi alzai, la testa mi girava che neanche la migliore skunk mi fa oggi un effetto eguale. Ogni tanto lo rivedo al Cassero, quando viene a ballare e ci salutiamo, impacciati e con affetto.
Al sesso non pensavo. Sono un tardone che ha la necessità di sbattere contro i muri per accorgersi della loro esistenza. Pensa che mi masturbai per la prima volta a quindici anni, con un fumetto “Squalo” lasciato in giro da mio zio.
Poi a diciannove anni m’innamorai di M., di sette anni più grande di me e bisessuale. Fu una storia tormentata e dura, che finì con un feroce litigio causato dalla mia gelosia – e dalla mia incapacità a comprendere che una persona potesse desiderare sia gli uomini che le donne – . Oggi è sposato e con tre figli. E’ venuto in piazza il 28 giugno dell’anno scorso a salutarmi e, a modo suo, a riconciliarsi. Mi ha fatto piacere, anche se ero stranito dalla situazione e dall’assenza in me di qualunque sentimento per lui. Fu la prima persona a cui scrissi una lettera d’amore. Chissà se la conserva.
Ne ho scritte altre, forse migliori e più mature. Per la precisione, le ho scritte a S., ad A., a L. e a T… Forse esiste chi ne ha scritte più di me; qualcuno prima o poi m’accuserà d’essere un grafomane dei sentimenti.
***
Del sesso è difficile scrivere. Non a causa dei tabù, piuttosto perché si presta ad essere mascherato dalle emozioni. Quando mi dedico alla pagina vuota e racconto, m’ingegno a scrivere di sesso per il sesso. A osservare le scopate senza fronzoli. Una persona che si trova a novanta gradi dovrebbe essere descritta come una persona in posizione animalesca, un cazzo dovrebbe essere raccontato per i movimenti che esegue e un sedere per la calda accoglienza che offre. E non aver remore a chiamare le cose col loro nome: cappella, voglia, buco del culo, impudicizia: sodomizzami, inargentami di sborra e gemerò. Il sesso dovrebbe dare piacere per le qualità erotiche, altrimenti che sesso è? Se ci pensi, anche i migliori scrittori di narrativa omosessuale sul sesso si sono auto-contenuti: tutto è sfumato e velato. Non ricordo una scena di sesso degna di questo nome scritta da Tondelli. Occorre riconoscere che la narrativa inglese e americana è più spregiudicata. Per questo, temo che sarà difficile trovare un editore ai miei scritti, dove gli episodi sessuali espliciti sono elementi non secondari della narrazione. Avrò almeno la soddisfazione d’averli fatti leggere ai miei amici e alle mie amiche. E m’auguro che s’accendano di desiderio quanto me nello scriverli.
GLI ALTRI, IL PUBBLICO, LA POLITICA
“Mio”, “tuo”. “Io”, “noi”. Dalla scuola alla comitiva. Dalle gite ai raduni. Dalle letture consigliate a quelle necessarie per un confronto collettivo. I concerti e le mostre che lasciano un segno. Fino all’individuazione di un minimo comune denominatore che spesso chiamiamo comunità. Quanta razionalità e quanta emozione hai dosato in questi percorsi? Cosa resterà per sempre e cosa è scivolato già via?
“Mio” e “tuo” sono aggettivi possessivi che rappresentano linguisticamente la proprietà privata, al contrario di “nostro”. Li salto, per cominciare invece da “io” e “noi”, che sono i passaggi dall’affermazione di sé e dal protagonismo in prima persona all’agire collettivo e nell’interesse comune.
Sono un comunista eterodosso. Ancora prima di saperlo lo ero già inconsapevolmente, nella sete di giustizia che è la mia guida. Le disuguaglianze, le violenze, le falsità mi fanno incazzare come una pantera affamata. Col tempo ho compreso che per abbatterle, è più efficace tenersi la rabbia e usare la razionalità, studiare a fondo le ragioni che le generano, dare risposte chiare, non preoccuparsi di accontentare tutti, perché chi compie ingiustizie e mistifica “pro domo sua” ne sarà inevitabilmente contrariato. Meglio, molto meglio, abitare serenamente i conflitti, non negarli e minimizzarli. I passi collettivi in avanti si fanno se e solo se si risponde esplicitamente alle richieste di giustizia delle persone. Per questo, non mi ha mai spaventato sostenere una battaglia inizialmente di minoranza. L’esperienza mi ha insegnato che una giusta causa solo per breve tempo resta confinata a pochi sostenitori.
A diciotto anni sono stato un giovanissimo consigliere comunale. La vita politica dentro un partito non s’è rivelata la miglior scelta; troppi compromessi con l’attualità, troppe cambiali e interessi da pagare non permettono al partito stesso di possedere una visione a lungo termine sostenuta dal rigore e dall’equità.
Il luogo ideale per la politica delle idee e della giustizia credo sia nei movimenti, in quelle aggregazioni multiformi capaci di generare nuove domande, nuovi slanci ideali, nuove visioni, nuove inclusioni sociali. Qui ho trovato la mia dimensione. E qui vedo che l’intuizione di una netta separazione di funzioni tra chi fa politica nei partiti e nelle istituzioni e chi nei movimenti è per fortuna sempre più condivisa dai militanti del movimento lgbtq. Sta anche entrando nel senso comune di chi segue le vicende politiche legate all’inclusione sociale delle minoranze sessuali e questo è un altro segnale positivo del cambiamento in corso.
Parlando con una persona la cui intelligenza stimo molto, dopo una riunione politica di Arcigay, seduti al ristorante, ci scambiavamo qualche punzecchiatura sul carattere impolitico e collaterale ai poteri forti (Chiesa e Confindustria) del Partito Democratico. Lui dirigente di quel partito, io tanto affezionato all’umanità della sua gente quanto disincantato sulle reali possibilità di questa fallimentare “fenice” politica. Ci siamo chiesti perché stare in un partito e perché stare in un movimento. La mia risposta è stata: in un movimento disegni il futuro, in un partito eserciti il presente. Ne ha convenuto anche il democratico amico.
Il passaggio che sta avvenendo non sarà né lieve né indolore. Distaccarsi dalla comoda ombra fornita dall’albero del potere politico sarà dura. E’, però, la nostra sola speranza di ottenere la parità di diritti e di dignità per la quale combattiamo. Ci saranno rendite di posizione da abbandonare e capacità politiche e creative da reinventare. Qualcuno troverà rifugio nei partiti e a loro non possiamo che augurare che buona fortuna e di possedere molta tenacia. A noi che restiamo nei movimenti è affidato il compito di disegnare un orizzonte di giustizia capace di mobilitare il pensiero e le azioni di una parte sempre più consistente della società italiana, fino a renderla maggioritaria. Queste sono, come domandavi, le “cose” che restano e quelle che se ne vanno.
***
“Finora tutto ciò che è accaduto ha trovato la sua corrispondenza dentro di me. Questo è il segreto che mi attanaglia e mi sorregge, e non sono mai riuscita a parlarne con nessuno. Solo qui, sul limite estremo della vita, posso nominarlo: poiché c’è qualcosa di ognuno dentro di me, non sono mai stata completamente di nessuno, e sono arrivata persino a comprendere l’odio che provavano per me.”
E’ uno splendido passo sul dono profetico di “Cassandra”, il romanzo di Christa Wolf che mi ha insegnato la politica e la giustizia e mi ha regalato la forza di non rinunciare alla verità.
Aggiungo un paragrafo da “I quasi adatti” di Peter Høeg, la storia di due piccoli orfani, un bambino e una bambina, alle prese con la scoperta dei meccanismi che regolano il mondo; primo fra tutti, come si misura il tempo.
“Non si può mai abbandonare un bambino senza precipitare se stessi nella perdizione, mai. E’ una regola contro la quale non si può fare nulla. Lei lo sapeva. Prima ancora che lo dicessi, lei lo sapeva. Non eravamo mai stati in due, mai solo io e Katarina. Eravamo sempre stati in tre, anche prima che lui arrivasse e io lo conoscessi. Raccontai delle gallerie e del suo dossier. Non dissi molto, non ce n’era bisogno. Lei sedeva sulla cassa, chinata in avanti, e mi ascoltava. Ascoltava anche le mie pause, tutto, anche quello che non riuscivo a dire. Sedevamo li, e io sapevo che questo si prova quando si è completamente accettati. Si siede accanto a un’altra persona e si viene capiti, tutto viene capito, e niente viene giudicato, e si diventa indispensabili.”
LA POESIA
Il metafisico è sempre un ambito fastidioso di cui parlare. Il monopolio ecclesiastico nella nostra cultura ci ha imposto un imprinting da cui si fa fatica emanciparsi. Eppure in noi fermentano molte idee e visioni non allineate. Alcune virali altre semplicemente intime. Ti andrebbe di cimentarti con un piccolo componimento poetico affinché sia possibile dare una sbirciatina all’infinito mondo metafisico che ti accompagna?
Accetto la sfida, anche se me la cavo meglio con la prosa. Lasciami però scrivere un paio di concetti “prosaici” prima del componimento poetico.
Il metafisico non è fastidioso né faticoso. Credo sia complementare al nostro rapporto con la realtà ed entrambi, da questa relazione dialettica, ci guadagnano.
Non condivido la tua opinione che la Chiesa possegga il monopolio della cultura in generale e, in particolare, della cultura cattolica. Quest’ultima appartiene a tutto il paese e a tutte le persone che ci sono cresciute. Possiamo, anche non essendo credenti, elaborarla e stravolgerla. Come disse Benedetto Croce (giusto per restare nel “metafisico”): non possiamo non dirci cattolici. Proprio per questo, abbiamo il diritto di lavorare su una cultura che ci appartiene e che sarebbe superficiale identificare esclusivamente con l’oppressione e la repressione. La cultura cattolica è anche la magnificenza dell’architettura gotica, la sensualità delle crocifissioni dei santi, la solidarietà e l’umanesimo. Alla Chiesa piacerebbe possederne il monopolio e lo rivendica spesso a gran voce. Come un disperato che urla. Ti ricordi le aspre polemiche che sono fiorite attorno alla mostra di CarniScelte “La Madonna piange sperma” e a quella di Arcilesbica che ospitava la rilettura dei dieci comandamenti? Tolte le ovvie considerazioni sulla pretestuosità di quelle critiche – che avevano come obiettivo l’oscuramento sia del successo del Pride appena svolto a Roma che della grande partecipazione bolognese alla manifestazione – , appunto, tolto questo rumore di fondo, di quelle critiche resta la pretesa di essere gli unici, veri, ortodossi interpreti della cultura cattolica; resta la rivendicazione di un monopolio, che uccide, prima di tutto, l’espressione di ogni dissenso dentro le comunità di credenti: “Sacrilegio la rilettura dei dieci comandamenti!”, “Offesa la Madonna di San Luca!” e giù lamenti e insulti agli artisti e ai movimenti e via a grottesche messe riparatrici e ad aspersioni di acque sante e alla diffusione di massa di ostie consacrate. Ci tengo a ribadirlo con forza: accettare questo monopolio è un errore, è un atto di masochismo politico. Dobbiamo dar voce ai dissensi – che esistono – e incentivare chi sulla cultura cattolica esegue un lavoro di ribaltamento e di liberazione. E come politici, rispettare l’autonomia dell’arte. Anche lei ha “qualcosa di politico” da comunicare. Ascoltiamola.
Infine è bene sottolineare che la cultura scientifica e umanistica, sociale e politica occidentale s’è da tempo emancipata dal giogo dell’oppressione ecclesiale e che ha prodotto e produce saperi di liberazione. Studiarli aiuta a cambiarsi e a modificare il mondo circostante. In questi giorni mi sto dedicando alla “Storia della castità” di Elizabeth Abbott. Un testo molto interessante che analizza la rimozione del sesso in diversi periodi della storia e in diverse culture del mondo.
Adesso mi tocca la poesia… Diobono! Sono anni che non ne scrivo una…
Vigor Mortis
Balla balla balla il valzer
L’oscura signora con la falce,
Balla balla un valzer il desio
Erezione in spalla e bastone alla mano,
Fino all’ultima pace l’amor villano.
***
[l'intervista è stata realizzata nel mese di agosto 2008]
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WHAT PEOPLE PLAY
Nel prossimo futuro sarà il giornalista musicale, detentore di un blog, a fare da boa nel mare magnum della musica online. Le grandi etichette non sono più in grado di dettare legge rimanendo comodamente sedute sulle poltrone dei loro mega uffici. La diffusione digitale della musica ha costretto i grandi cacciatori di talenti e i grandi produttori musicali a ricorrere a specialisti della produzione “underground” e del clubbing: i veri luoghi dove la musica viene concepita come flusso sia di produzione che di consumo. Palati fini. Orecchie allenate. Corpi esigenti. Nuovi brand, nuovi target e consolidate tendenze non possono più essere ignorate dal mercato. Così chi è in grado di raccontare qualcosa riguardo questi argomenti si aggiudica la targa di referente settoriale, una sorta di specialista del gusto e della moda. Ovviamente in grado di fare marchette come chiunque altro è nella posizione di incassare denari per prestazioni occasionali storcendo il naso il meno possibile. In questi imprevedibili primi anni del nuovo secolo si percepisce in questo settore una grande sete. Ma al momento nessuna cocacola è in grado di dissetare questa arsura. La scena italiana è caratterizzata da grandi bevitori e da piccole mafiette concentrate nella gestione di contenitori di “lusso” che riempiono all’occorrenza (nei weekend e nelle feste comandate) importando dal technodotto europeo qualsiasi cosa sia in grado di suscitare un minimo di risonanza. Risultato: per tutti gli utenti tasche vuote almeno una volta a settimana, e per i pochi seduti ai vari banchetti delle piccole mafiette un colpetto qua e un colpetto là, et voilà, tutti pronti per un nuovo giro. I dj/producer italiani appena questo fenomeno è diventato dilagante si sono resi conto di non avere più appigli per conservare lo status di semidei che avevano acquisito durante lo scorso decennio. Infondo non producendo quasi nulla e puntando solo alla conservazione del proprio posto nei suddetti banchetti, cosa c’era da aspettarsi?! Che pretese! In ogni caso c’è ancora spazio per le imitazioni, necessarie alla sopravvivenza, in grado di dare una spolveratina ai nomi nostrani, e in alcuni casi c’è sempre la possibilità di puntare al conservatorismo italico incapace di prestare attenzione al nuovo soprattutto in fatto di lifestyle e di tendenze musicali. Ebbene si, abbiamo di nuovo lasciato tutto il campo ai barbari, i quali, stavolta, non arrivano a saccheggiare le nostre opere, ma semplicemente a dissetarci. A dissetare coloro che hanno sviluppato una sete nuova. E lasciatemelo dire, l’unica novità in questo nuovo decennio in corso è la modalità in cui si soddisfano i propri gusti. Non più musica impartita dall’alto da pseudo sciamani con cui non è possibile nemmeno scambiare quattro chiacchiere e condividerne scelte e percorsi, ma musica ovunque che scorre come liquido da rubinetti aperti. Possibilità di interazioni tra fruitori e artisti e tra artisti e artisti moltiplicate all’infinito. Piccoli aggeggi infilati nelle orecchie in grado di supportare selezioni musicali provenienti da ovunque. Selector che con connessioni a internet possono acquistare brani poco prima di suonarli davanti a un dancefloor affollato. Producer in grado di creare e condividere immediatamente il proprio lavoro, renderlo strumento per altri, intrecciando relazioni e nuove possibilità per la propria arte. Etichette che nascono con un unico capitale che si chiama conoscenza. In tutto questo le specifiche nazionali e continentali non dovrebbero avere alcun senso, se non che nel nostro paese la logica della mafietta e del banchetto riesce a paralizzare questa spinta innovativa, questa corsa alla condivisione e all’organizzazione per valore di contenuto, non di contenitore. Oltralpe i governi investono molte risorse per incentivare un buon approccio a queste nuove modalità. Qui in Italia i governi (di destra e di sinistra) si garantiscono un sacchetto di voti stringendo la mano ai soliti quattro porci che monopolizzano il commercio e se ne fregano se tutto ciò resta nell’underground. Infondo se un’intera generazione cresce rubacchiando dalla borsetta di mammà o spacciando nei locali dei papponi di cui sopra, che importa? Si tratta di gioventù bruciata. Andassero a lavorare. Cosa vuol dire musica, cosa vuol dire elettronica, cosa vuol dire stare insieme, cosa vuol dire condividere, cosa vuol dire nuovo linguaggio, cosa vuol dire costruire un futuro, cosa vuol dire sinergia tra le arti, cosa vuol dire aggregazione, cosa vuol dire nuova agorà, cosa vuol dire Europa?
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DUE VISIONI
Nelle mani di ognuna delle persone salite sulla giostra c’è un rettangolo bianco. Tutti in piedi con il rettangolo collocato all’altezza della pancia. La giostra parte. E’ una di quelle macchine simili all’attrezzo che si usa per strizzare l’insalata dopo averla lavata. Un cesto enorme di ferro, contro le cui pareti vengono stivate persone. Il cesto inzia a girare su se stesso vorticosamente e ti regala l’esperienza un po’ dopata della forza centrifuga. Quando la velocità rende le persone indistinguibili, lo zoom della camera si concentra sul rettangolo bianco su cui appare un’animazione commentata da una voce fuori campo che racconta la storia di un uomo. The Life Size Zoetrope. L’autore è Mark Simon Hewis.
Poco più di quattro minuti per un corto ricco di evocazioni. Protagoniste due sorelle molto maliziose tra loro, che se la spassano su una chais long. Un bimbo gioca ritmicamente con un uovo boomerang dal quale escono omaggi per le fanciulle e sinistre viti che vanno a spalancare un universo liquido e mangia tutto. Una delle ragazze viene portata in salvo dall’elefante che svetta solo con la sua testa appesa ad una parete della stanza. Un lavoro visionario, magistralmente realizzato, che viene presentato come seconda parte. Ho cercato la prima, ma non si trova: non sempre gli artisti hanno un rapporto logico coi numeri. Il piccolo goiello è firmato da David Lobser. Le musiche sono di Jamie Haggerty. Il titolo: “Elephant girl”.
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