da qualche tempo mi sono trasferito qui:

brunopompa.eu


Tiro fuori dalla tasca di un jeans un flyer tutto spiegazzato e sudato, prima di deporre il capo in lavatrice. Il flyer del primo di dieci appuntamenti celebrativi di “Playhouse“. Una hot night bolognese che ha visto la partecipazione di numerosissimi artisti internazionali. 01-10-10. Una data binaria. L’ospite che apre questa serie di eventi è Josh Wink: ottima scelta. Bè, ho preso appunti, ci andrò. Tra l’altro la successiva si terrà al Cassero.

Dalle tasche ho tirato fuori anche un programma/mappa della festa dell’Unità di Bologna. Puzza di fritto. Meglio cestinare.

Tra gli acqusti fatti a Parco Nord quest’anno c’è pure questo “Prehistoric” di Marc Bolan. Una collezione di rarità registrate tra il 1966 e il 1967. E adesso me lo ascolto. Volume basso, sono le 4 del mattino.

Ah dimenticavo, il jeans era sulla scrivania. Ebbene si, la sto di nuovo mettendo in ordine. Stavolta cercherò di concentrarmi sulle piccole cose, per dare un senso maggiore di realtà del caos in cui opero quotidianamente.

Piccole buste, per piccoli acquisti: Feltrinelli, Ricordi, MelbookStore, Coin. Preludio di novità librarie, musicali e cinematografiche. Cestino anche queste piccole shopping bag.

Tra la letteratura grigia da club c’è anche un programma del Link: Rolando, Pasta Boys, Craig Richards, Paul Kalkbrenner, etc. Mi affiderò ai richiami futuri.

L’avviso aperto del ritiro del congedo di mio fratello, appena trasferitosi in Cile. Questa mi sa un po’ di ciliegina sulla torta. Una torta durata moltissimi anni e moltissime sofferenze.

Essendo iscritto all’ANPI, ricevo la rivista mensile direttamente a casa. Si chiama “Resistenza“.

Aggiungo alla collezione di ricevute del taxi una dozzina di tratte da/per svariate destinazioni.

Un biglietto incollato alla porta, scritto a mano dalla signora del piano di sotto, mi avvisa che la struttura portante del bagno è fatiscente. Verrà sostituita prima o poi e ci avviserà. Ma nel frattempo ci prega di andare in bagno uno alla volta (come se ci entrasse più di una persona anche volendo), di non saltare e di non introdurre pesi. Il proprietario dell’appartamento sarà avvisato. Biglietto da conservare: racconta da solo più di molti ricordi.

Accanto una giocata non vincente al Superenalotto. Forbici.

Il numero estivo di Internazionale dedicato ai viaggi. Permette facilmente di spaziare in meandri suggestivi rimanendo comodamente nel nulla della propria stasi cittadina. Il riempimento di un vuoto vacanziero.

Un post-it mi segnala un articolo sul Venerdì di Repubblica in cui si parla della vita mondana berlinese. E si dice anche che nei quartieri più alla moda il mq costa 1600 euro. In pratica con quel che pago d’affitto potrei comprarmi un metro quadrato ogni due mesi.

Raccolgo i libri sparsi, aperti, chiusi, con o senza segni, stratificati sulla scrivania. Sono state le più recenti consultazioni. Non rimetterli a posto vuol dire voler tornare sull’argomento. Li elenco senza commenti.

- Lev Manovich “Software Culture” – Olivares – 2010

- Franco Berardi “La fabbrica dell’infelicità” – Derive Approdi – 2000

- Salvatore Natoli “Stare al mondo” – Feltrinelli – 2008

- Everett C. Hughes “Lo sguardo sociologico” – il Mulino – 2010

- a cura di Bernardo Parrella “Gens Electrica” – Apogeo – 1998

- Claudio Coccoluto e Pierfrancesco Pacoda “Io, Dj” – Einaudi – 2007

Mi piace tenere sulla libreria questi raggruppamenti nati dalle cronologiche consultazioni. Mi aiuta a mantenere l’attenzione su temi e pensieri specifici. A volte dice più una bibliografia di quanto invece riusciamo ad elaborare da essa.

Stessa raccolta di materiale sparso. Stavolta dvd. Tutti ancora immacolati, nuovi, incartati.

- Amiche per l’Abruzzo – concerto

- Michael Jackson “This is it

- Julie & Julia – film

- Wholphin 6 – antologia di materiali audiovisivi

- Il lago dei cigni - balletto

Se finora sono rimasti incartati ci sarà un perché.

Ecco cosa rendeva tutto precario nell’impilare la carta e tutto il resto: in basso c’era una ciabatta ikea a 6 prese di corrente. Nuova. Utile.

Un altro post-it mi segnala la recensione dell’ultimo libro di Jonathan Franzen, appena uscito negli USA. E’ la storia di una famiglia infelice. il titolo è “Freedom“. Ho già letto almeno quattro recensioni di questo romanzo. Non ho ancora mai letto nulla di questo autore. Mi chiedo se è il caso di avvicinarmi. Ma la lista dei desiderata continua a crescere. Attenderò che altri segnali ed entusiasmi critici mi convincano a prendere finalmente in mano mr. correzioni. Depongo la recensione insieme alla rivista nell’apposita pila.

In così pochi metri quadri non posso continuare ad accumulare all’infinito. La carta pesa. E nonostante il fascino che emana ogni volta che la si prende in mano, bisogna ammettere che ha una certa complessità intrinseca nell’essere collocata per poi essere opportunamente ritrovata. La svolta digitale tarda a farsi largo tra gli accumuli di casa mia. Eppure siamo nel 2010. E uso la connessione dal 1991. Non son bastati 20 anni a convincermi che la strada è quella.

Breve pausa pubblicitaria.

Un mega quadernone Monochrome mi aiuterà a tenere insieme tutti gli appunti presi in direttivo: non che servano a chissà cosa, ma spesso dimentico i dettagli delle decisioni prese. Un punto di riferimento non guasta. Vediamo quanto dura questo proposito.

Inutile prestare attenzione ai quotidiani. La maggior parte di essi sono del mese di agosto. A meno che non si voglia aprire una sezione dedicata alla fantascienza e all’assurdo, possono tranquillamente finire al macero.

Da qualche tempo una nuova tipologia di fogli svolazza sulla mia scrivania. Sono le prenotazioni e i pagamenti e le prescrizioni del settore sanitario. Ho iniziato, seppur lentamente, a curarmi. Si, a prendermi cura di piccole cose che ho sempre tralasciato. Al momento dermatologia e odontoiatria. Va creata una carpetta: so che dopo i 40 è necessario uno spazio dedicato per recupero immediato di info, dati e scontrini.

Altro genere sparso è quello della rendicontazione. Un magma costituito da ricevute, scontrini, prove d’acquisto, stampate di intere videate per acquisti fatti online, voli, hotel, cene, materiali vari, fatture etc. Tutto da mettere in ordine e consegnare al tesoriere per i rimborsi. Nel mio lavoro ho un budget dedicato alle spese ordinarie. Ma senza rendicontazioni. Addio rimborsi. Ed è successo molte volte. Questo aspetto mi sprona un po’ nella sistemazione periodica della scrivania. Ma sono sicuro di essere venuto a capo di questo capitolo solo quando starò passando la spugnetta sulla superficie.

Sono arrivato alla minuteria. Piccole cose che raccontano momenti di ogni tipo.

Numerosissime free-drink. Di diversi locali. In pratica una lunga serie di cocktail non consumati.

Alcune chiavette usb. Non si possono catalogare, nè buttare, nè archiviare, bisogna prima sbirciare cosa contengono. Ormai la promozione passa anche da lì.

La quantità di riviste è imabarazzante. Non posso spendere parole per ognuna di loro. Mi limito ad impilarle e posarle sul pavimento. Domani durante la colazione deciderò quale merita nuova attenzione e quale no.

Sim card. Ne ho messa fuori uso una. Ne ho comprata una nuova per sostituirla. Ho comprato anche due nuovi telefoni, uno UMTS per avere internet in tasca e un numero privato e uno per rispondere al flusso di squilli che il Cassero mi dirotta continuamente. Incluso nei telefoni altre nuove schede sim. Mai avuto così tanti numeri di telefono. Inutili.

Tabacco sciolto, pacchetti di sigarette, pacchetti di fazzoletti, accendini, calcolatrici, banconote, macchinette fotografiche, penne, cartoline, manuali utente, tessere raccolta punti, pieghevoli menu pizza a domicilio, confezione con tre calzini nuovi, insetticida spry, guida di Parigi con piantina della città, spiccioli, righello, clessidra, campioncino profumo, crema per le mani, cd con materiali didattici del corso di fund raising per la cultura, stuzzicadenti, cataloghi mostre e rassegne varie, curriculum di artisti, diapositive, prove di stampa, agendine, bloc notes, fotocopie testi ed etichette staccate a vestiti nuovi.

Polvere, cenere, briciole, peli, capelli, ciglia, falene morte e macchie.

E l’immancabile tazza di caffè.


MY DESKTOP (6)

10lug10
Nel 2008 Paolo Conte ha pubblicato un album dal titolo “Psiche”. Sto accompagnando con queste musiche la periodica sistemazione della scrivania. Era da tanto che non lo facevo. Strati e residui di vita vissuta. Tracce di ogni tipo. Costante indecisione: tenere o buttare. Se si tiene, dove si mette. Il mio archivio fisico inizia ad essere troppo pieno per essere consultato agilmente. La mia brama catalogatrice sta per sperimentare un limite. Ho iniziato a portare al Cassero mucchietti di riviste: annate de L’Uomo Vogue, di Flash Art, di svariate testate musicali. Pochi sguardi interessati. Forse era meglio una spedizione in cantina. O in soffitta, dove ho stivato quattro scatoloni di libri di Paolo quando ha deciso di lasciare l’Italia per la Tunisia.
Nel frattempo Paolo Conte ha cantato l’ultimo brano, “Berlino”. Mentre spolvero alcune riviste, concentrandomi sulla ricerca di alcuni versi che avevo letto qualche mese fa, metto su un CD acquistato al Sonar: Caribou “Swim”. Il live l’ho perso perché l’area in cui si svolgeva era stracolma di gente. Sono a malapena riuscito a prendere una birretta e rimanere a margine per ascoltare il brano di chiusura. Bisogna ammettere che Barcellona, il sole e la particolare atmosfera di quel festival rendevano tutto più magico di questo semplice supporto inserito nel mio Mac.
Ecco i versi:
“Schèi ne la man, chissà,
se devo conservarli;
ma quel che xé de l’anema
se perde, se no se dà.”
(Giacomo Noventa)
Una breve intervista sul sito della Rai, nella sezione dedicata ai libri, sintetizza splendidamente chi era costui. Del suo scrivere in dialetto veneto dice: “parché scrivo in dialeto …? / Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni / Gà pur scrito in toscan. // Seguo l’esempio”.
Da sette anni convivo col mio compagno veneto: so benissimo che rapporto viscerale ha quella gente con il dialetto, e lo apprezzo. Inizio anche a capirlo.
Parlavo di Sonar prima, e sulla scrivania galleggiano a diversi livelli di stratificazione flyer, programmi, riviste, depliant, inviti, gadget, ricevute, libretti. L’entusiasmo con cui li si porta a casa è ben diverso da quello con cui li si riguarda a distanza di un mesetto. Bene, ho fatto un po’ di pulizia. Ho conservato feticci. Devo ammettere che Barcellona è la città spagnola col maggior numero di stimoli editoriali. Ogni volta che ci vado rimango sbalordito dalla cura che riservano a operazioni editoriali anche effimere o di scarso valore. Sono dei maniaci della cura tipografica. Ma anche liberi creatori che danno spazio a tutte le visioni provenienti da qualsiasi laboratorio degno di nota. Ho acquistato solo due riviste. La prima l’ho proprio cercata con cura: Apartamento. Una rivista in formato libro che contiene percorsi visivi, molto suggestivi, all’interno di abitazioni al limite della normalità. Una finestra così sugli interni privati non la vedevo dai tempi di Nest.
L’altra invece si chiama Rojo. E ogni anno ne compro una copia. Qui siamo nell’ambito dell’illustrazione pura. Nessun testo. Nemmeno la presentazione degli artisti in rassegna. Impaginazione a filo di pagina. Qualche link alla fine. Uno sguardo veloce sulle nuove tendenze della grafica. Come non prestargli attenzione?! Peccato per il costo.

The New York Reviews of Books pubblica la recensione di una biografia di Arthur Koestler. Un uomo che si è formato in una scuola materna sperimentale di Budapest, figlio di una madre paziente di Freud, che è stato segretario personale del leader del movimento sionista Vladimir Jabotinsky, che ha viaggiato da giovane in Russia come simpatizzante comunista, che ha combattuto la guerra civile spagnola, che ha incontrato W. H. Auden il poeta durante uno stravagante party a Valencia, che condusse durante la guerra mondiale un’esistenza rocambolesca in perenne fuga dalla Gestapo, che si fece dare le pillole per suicidarsi in caso di cattura da Walter Benjamin e che, tra l’altro, le ingurgitò quando si vide in trappola a Lisbona, ma non morì. Un uomo che ha pranzato con Thomas Mann, che ha bevuto con Dylan Thomas, che ha fatto amicizia con George Orwell, che ha flirtato con Mary McCarthy e che ha condiviso un appartamento a Londra con Cyril Connolly. Arthur Koestler fu detenuto in un campo di prigionia e fu rilasciato grazie all’intervento di Harold Nicholson e di Noël Coward.

Negli anni ’50 contribuì alla fondazione del Congress for Cultural Freedom, insieme a Mel Lasky e Sidnay Hook. Negli anni ’60 prese un LSD con Timothy Leary. Negli anni ’70 dava lezioni che impressionarono il giovane Salman Rushdie. In poche parole ha incontrato tutti i più importanti intellettuali del ’900. Era affascinato da ogni moda filosofica della sua epoca. Nonostante in gioventù avesse sostenuto l’uso della violenza per realizzare l’utopia comunista, e lo sostenne anche combattendo, quando la sua visione del mondo cambiò, si rivoltò contro i suoi amici. D’altronde è conosciuto come un anti-comunista. Questo aspetto è ben delineato nel suo più importante libro “Buio a mezzogiorno”, un resoconto fittizio di un interrogatorio ad un membro anonimo del partito comunista. Il suo sionismo revisionista è reso noto dal testo “La Tredicesima Tribù” in cui sostiene che i moderni ebrei europei discendono dall’Asia Centrale dei Cazari, e non dagli ebrei che vivevano nell’antichità in Palestina. Questa è una tesi molto popolare tra i nemici del sionismo. Contro ogni argomentazione razionale si attaccò moltissimo alla sua passione per la telepatia, a tal punto che donò il suo patrimonio per finanziare una cattedra di parapsicologia.

Arthur Koestler visse passioni estreme. In balia di Jabotinsky, del suo analista e di una straordinaria serie di donne. Era consumato da un odio violento, innanzitutto verso sua madre, e perseguitò molte vendette contro colleghi scrittori. Era geloso di Hemingway e detestava Bertran Russell. Ebbe come rivali Edmund Wilson e svariati ex- mariti. Offese la maggior parte delle persone che conosceva, ma soltanto dopo essersi ubriacato con loro.

A proposito del suo modo preferito di divertirsi, si racconta in questa biografia di una serata trascorsa in vari locali insieme a Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Albert Camus e sua moglie Francine. L’allegra combriccola dopo aver mangiato, bevuto e ballato tutta notte si ritrova in lacrime sul bordo della Senna a piangere della condizione umana minacciando di buttarsi tutti nel fiume. E’ difficile oggi immaginarsi tre intellettuali di quella portata ridotti in quelle condizioni.

Di un personaggio così oggi si direbbe che è un alcolizzato. E lo erano infatti anche molte persone che lo circondavano. Bisogna aggiungere che era un predatore sessuale, palesemente infedele alle sue tre mogli e che aveva anche oltraggiosamente flirtato con le mogli di altri uomini. E qualche giorno dopo quella seratina Koestler andò a letto con Simone de Beauvoir. Una precedente biografia curata da David Cesarani definisce Koestler come uno stupratore seriale. E utilizza la storia della moglie del leader laburista Michael Foot come prova. In realtà quella vicenda fu molto ambigua, e viene ricordata in modo diverso dai vari protagonisti. In ogni caso anche Scammel, l’autore di questo ultimo resoconto della vita di Arthur Koestler, sostiene che se anche la parola stupro non è quella giusta, la sua vita sessuale sono da considerarsi a assolutamente oltre l’accettabile e probabilmente ai limiti della legalità.

Koestler fu anche molto critico nei confronti del mondo accademico. Non gli piaceva il mercato delle lezioni e delle conferenze. Non amava molto l’insegnamento. Non voleva essere qualificato come scrittore e giornalista. Nella vita ha scritto libri di filosofia, psicologia, storia e scienza. E’ quello che un tempo si definiva intellettuale. Ovvero colui che è in grado di esprimersi in molti settori in cui non si aveva alcuna competenza professionale. Se al tempo questo approccio era accettabile, oggi risulta totalmente amatoriale. E questo è il motivo per cui molti dei suoi libri sono ormai considerati semplici curiosità, come tutte le varie teorie della cospirazione. E sono ormai tutti fuori catalogo.

Il cambiamento più importante della sua vita è di carattere politico. Il passaggio dal comunismo all’anti-comunismo. Qualcosa nel mondo era cambiato. Oggi, nonostante un crollo come quello di Lehman-Brothers, nell’autunno del 2008, nessuno si è sollevato per rovesciare gli sfruttatori borghesi capitalisti. Al tempo qualcuno lo avrebbe fatto. Il contesto in cui operavano Koestler, Sartre e Camus oggi è completamente cambiato. L’anti-comunismo di Koestler finì per allontanarlo dai suoi amici. Non si parlavano più. “Buio a mezzogiorno” diventò un bestseller internazionale. Sartre prese le distanze dall’autore perché pubblicizzando i crimini del regime repressivo sovietico, si mettava al servizio dell’imperialismo americano e bloccava il progresso della sinistra. Sartre conosceva gli orrori del comunismo sovietico, ma trovava politicamente sconveniente questa confessione. Ha incoraggiato troppo la borghesia.

Il ruolo di Koestler con questo libro fu determinante. La sua critica arrivava da sinistra e non da destra. La sua storia personale costringeva tutti i suoi ex compagni a prendere sul serio questo testo. Per alcuni di loro era un eretico, per altri un traditore o un disertore. Ma per molti fu un eroe. Non è facile immaginarsi nel 1946 o nel 1956 l’esito della guerra fredda. Eppure autori come Orwell, Kravchenko e Koestler hanno contribuito a cambiare il corso della storia sul fronte intellettuale, assicurando la vittoria all’Occidente. Tutta questa rilevanza intellettuale costringe il lettore moderno a doverla controbilanciare con le sue stravaganze e trasgressioni sessuali e personali.

Nonostante il grande successo di “Buio a mezzogiorno” e nonostante l’attività di giornalista con cui ha regalato al mondo i più grandi resoconti sul destino dei rifugiati in tempo di guerra, la reputazione postuma di Koestler è drasticamente compromessa. La sua morte, avvenuta nel 1983 all’età di 77 anni, è finita sotto gli occhi di tutti come un duplice suicidio, condotto in parallelo con la moglie. Una breve lettura della cronaca di questa fine può rendere facilmente l’idea di quanto oblio il mondo ha riservato a questo intellettuale. Il lungo e arduo lavoro compiuto da Scammell con questa biografia è una possibilità concessa a Koestler per riscattarsi con il pubblico contemporaneo.

[traduzione libera]

Koestler: The Literary and Political Odyssey of a Twentieth-Century Skeptic

by Michael Scammell

Random House, 689 pp., $35.00




Qualcosa sta cambiando nelle amministrazioni pubbliche. Uno spettro si aggira per le stanze dei bottoni dei nostri governi locali. Questo spettro si chiama social network. Le piattaforme che da qualche tempo hanno strutturato in modo omogeneo la vita digitale, interattiva e dialogica, di milioni di persone connesse in rete quotidianamente. E in un processo di rinnovamento della comunicazione le amministrazioni pubbliche non possono ignorare questi nuovi strumenti.

Ma prima di arrivare ad avventure così moderne, vorrei provare a dare uno sguardo a ciò che davvero sta cambiando nelle istituzioni locali.

Già da alcuni anni, se non addirittura decenni, le amministrazioni pubbliche stanno cercando di recuperare terreno proprio in seno alle comunità che rappresentano. La crisi della politica, dello Stato Nazione e del welfare state non sono solo luoghi comuni, essi sintetizzano al meglio lo stato delle cose quando pensiamo alla gestione dei beni comuni e soprattutto alla relazione tra cittadini e istituzioni.

Ma in tutti questi anni l’attenzione è stata rivolta a un miglioramento delle tecniche di informazione, in pratica “come rendere più capillare l’accesso alle informazioni prodotte da questo o da quell’altro ente”. Il fulcro dell’azione resta quello di calare le cose dall’alto. Solo che nel frattempo i mutamenti sociali sono stati più veloci di quelli istituzionali. E il quadro d’insieme in cui si tenta di migliorare le cose non è più lo stesso.

Prima ho accennato alla crisi della politica, ma teniamo conto che essa può essere declinata in più modi, per esempio ammettendo un senso di sfiducia generalizzato nelle istituzioni, ma anche riconoscendo un ruolo importante al crollo delle ideologie. Nonostante la situazione poco incoraggiante, tra i cittadini hanno iniziato a diffondersi sempre più nuove culture partecipative e nuove spinte volontaristiche. Laddove il welfare state ha vissuto tragici smantellamenti, i cittadini hanno trovato nuove forme di assistenza, partecipazione e condivisione. In questo la cittadinanza è stata più celere delle amministrazioni pubbliche. Recuperare terreno a questo punto diventerebbe arduo senza l’ausilio di riforme e nuove impostazioni metodologiche. L’era in cui l’opinione pubblica si formava e veniva plasmata nei salotti borghesi pare sia tramontata per sempre. Se oggi si è in presenza di questioni di interesse generale vuol dire che esse possono facilmente essere trattate in infiniti luoghi, soggetti e modalità.

La vera grande trasformazione delle amministrazioni pubbliche è avvenuta con l’introduzione del principio di sussidiarietà (prima con la legge 59/97 e poi con la riforma del Titolo V della Costituzione, legge costituzionale 3/2001). Secondo questo principio sono stati ridefiniti alcuni poteri tra le istituzioni (sussidiarietà istituzionale o verticale) e i cittadini singoli o associati sono stati assunti a svolgere funzioni di interesse pubblico (sussidiarietà sociale o orizzontale). In pratica questo principio introduce un senso di parità e di cooperazione tra le amministrazioni pubbliche e i cittadini. Gestire questo inedito rapporto non è cosa semplice, specie quando gli strumenti per facilitare questo dialogo sono così recenti e in continua evoluzione. Quello che deve affermarsi ora è un nuovo concetto di cittadinanza, che vede il cittadino come partner delle istituzioni nell’attivarsi per l’interesse comune.

Se da una parte è vero che le istituzioni hanno scelto questa strada per contrastare il calo di interesse per la cosa pubblica da parte della cittadinanza, dall’altra tocca sottolineare che già da tempo i cittadini hanno iniziato a utilizzare la rete creando numerosi movimenti e mobilitazioni collettive, e l’amministrazione ha ben capito che forse è il caso di supplire a questo deficit comunicativo.

Quella che si sta diffondendo con le nuove tecnologie può essere definita “la nuova era della cultura partecipativa”. Se ad oggi tutto questo viene percepito come l’embrione di una più ampia rivoluzione, possiamo essere certi del fatto che da qui nasceranno la nuova concezione del “noi”, il futuro senso di appartenenza e un’inedita dimensione comunitaria.


DO UT DES

18nov09

Ricordo qualche tempo fa un anatema scagliato contro il relativismo. Questa condanna arrivava ovviamente da un balcone dotato di un solido parapetto di incrollabili valori e di ineccepibili condotte. Negare o mettere in discussione delle verità assolute infuoca gli animi di quelle gerarchie preposte a conservare una fede, che io preferisco chiamare potere. Questi signori sanno bene che la cultura, intesa come scienza e conoscenza del mondo e dell’uomo, ha bisogno del dubbio per poter essere coltivata. Non solo, ma necessita anche della verifica empirica, ovvero dell’osservazione e della sperimentazione pratica. Diversamente la cultura esisterebbe si, ma probabilmente si chiamerebbe in un altro modo, per esempio dogma, oppure fede religiosa. E io preferisco aggiungere “un pò noiosa”, che dite?

Ve lo immaginate il percorso dell’uomo nella storia fino ad oggi caratterizzato da un’attitudine statica e poco feconda come quella di dire sempre “si, è vero, vivaddio!”? Sicuramente ci sarebbero state meno morti violente, e il Sole avrebbe continuato a girarci attorno indisturbato. Ma così non è stato. Il dubbio, la curiosità, il confronto, la verifica, la confutazione, la scoperta, l’invenzione e una buona dose di delirio, non necessariamente religioso, ci hanno portato al punto in cui siamo. In molti direbbero: bello schifo!

Credo non sia necessario pensarla come Epicuro per apprezzare i piaceri del caos. Quel caos che ci insegna come siano possibili infiniti disegni unendo infiniti punti. Quel caos che ci permette di incuriosirci al prossimo “scontro” di atomi. Quel caos che rimetterà in discussione una verità che fino a poco tempo fa ci era sembrata così solida, ma che ora è più ragionevole sostituirla con un’altra. In questo caos hanno piena cittadinanza anche le fedi religiose. L’unica differenza macroscopica che noto tra loro e le altre intuizioni o visioni del mondo è che alcune di esse si arroccano su posizioni spesso palesemente assurde, e da queste iniziano a pontificare contro tutto ciò che è “altro” o “diverso” da sé. Com’è possibile considerarsi tutti insieme pacificamente cittadini, scienziati, abitanti, osservatori o estasiati di questo caos se in mezzo continuano a serpeggiare abominevoli individui assetati di potere, e con la verità in tasca, che per imporsi sugli altri usano come unico strumento l’intolleranza? Più fedi, più filosofie, più critiche, più idee non possono che far bene al progressivo crescere dell’uomo. E questa molteplicità è garantita solo da un sano relativismo, che non annienta nessuno sul suo cammino in nome della superiorità della sua dottrina o della sua croce.

Eppure, in tempi recenti, da quel balcone se ne sentono di cotte e di crude. Tra queste, un improvviso ritorno ad una “legge morale naturale”. In pratica, se il relativismo di cui sopra ha come suo cavallo di battaglia la supremazia della cultura, quale miglior antidoto a tale sacrilega ed eretica visione se non quello di sostituire alla cultura la natura? E di fronte a questa profonda intuizione io spicco il volo. Mi innalzo fino al punto da cui poter ammirare l’intero italico stivale. E da lassù, con tutta la naturalezza necessaria, mi metterò a far di conto e verificare dov’è finito l’8 per mille e perché. Ma infondo, è tutto relativo…

 


La più grande associazione gay italiana, Arcigay, si sta preparando per affrontare il congresso, programmato per il prossimo febbraio a Perugia. Come tutti i congressi che ricordo, anche questo sarà caratterizzato da scontri, fazioni, numeri, deleghe, opportunismi, e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di un congresso politico, e come tutti i congressi di questo tipo necessitano di mozioni, firme, appoggi, aree, interessi. Fino ad arrivare alla conclusione di facciata che meglio soddisfa la convivenza tra lupi, capre e cavoli. Tali conclusioni sono incarnate solitamente da una giustapposizione di personalismi, incarichi e progetti. Si eleggerà un presidente, una segreteria e un consiglio. E tutti ricorderanno quegli indimenticabili giorni umbri come un nuovo inizio. Il vecchio presidente verrà annoverato nella schiera dei presidenti onorari. E la nuova rappresentanza si sentirà libera di governare interpretando al meglio il proprio ruolo in un panorama politico desolante.

D’altronde il variegato mondo lgbt italiano attraversa un momento di estrema confusione: un anno intero (governo Prodi) trascorso tra Unioni Civili, Dico, Pacs, Cus, etc; l’arrivo di Miss Cinema al Ministero delle Pari Opportunità; un’intera estate di aggressioni omofobe violente e una bocciatura con insulti e teste di struzzo ben ficcate sotto la sabbia al momento del voto per una legge che finalmente avrebbe potuto riconoscere il reato di omofobia. L’associazionismo gay, come tutta la società civile, è effettivamente disorientato. Sembra che ad ogni aggressione, ad ogni petardo, ad ogni incendio, in ciascuno di noi si annidi sempre più un senso di abbandono, impotenza, solitudine. Paura. E’ come se un pò alla volta stesse scomparendo quell’abitudine a gridare forte e chiaro il proprio orgoglio, lasciando il passo ad assembramenti spontanei, silenziosi, poco organizzati, che accentuano indignazione e vittimismo e mettono sempre più da parte un orgoglioso protagonismo. Parlo di un protagonismo individuale, anche di quello semplicemente fatto di un’asta e di una bandiera, di un cartello costruito con le amiche all’interno del circolo cittadino. Ma parlo anche di un protagonismo associativo che rivendichi la sua dignità e il suo peso in questo contesto storico. Sull’onda di un’emergenza drammatica, che trova ampio spazio sui palinsesti mediatici di regime, facciamo audience senza essere in grado di ribadire quello che più di tutto ci interessa: l’inalienabile diritto all’uguaglianza. E aggiungo: senza perdere di vista la nostra specificità.
Siamo tutti e tutte disposti a riconoscerci in pochi e semplici concetti. Cercherò qui di elencarli in ordine di importanza.
Le relazioni tra persone dello stesso sesso devono essere depenalizzate, e in particolar modo bisogna lottare affinché non esista più su questo pianeta la pena di morte e la tortura per le persone lgbt. Ci sono ancora 80 paesi che incarcerano, torturano e uccidono persone con l’accusa di omosessualità. La nostra battaglia è prima di tutto mondiale. Bisogna far in modo che in tutti i paesi del mondo possano nascere associazioni di persone lgbt che lottano per il riconoscimento dei propri diritti, e far si che queste organizzazioni diventino interlocutori privilegiati nella formulazione di nuove leggi e politiche. Bisogna mettere fuorilegge ogni forma di discriminazione e molestia basate su orientamento sessuale o identità di genere, soprattutto per quel che riguarda il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la pubblicità e ogni fornitura di beni e servizi ai cittadini. Bisogna che non ci sia nessuna differenza nello stabilire l’età del consenso tra omosessuali ed eterosessuali. E riconoscere i diritti per i partner dello stesso sesso attraverso il matrimonio o le unioni civili. L’insegnamento dell’educazione civica e sessuale nelle scuole deve includere le specificità omosessuali, questo aiuterebbe a combattere l’omofobia e a comprendere e ad accettare le persone lgbt. Chi si macchia di crimini basati sull’odio omofobico deve essere punito. E gli interi apparati delle leggi degli Stati andrebbero rivisti per rendere tutto sessualmente neutrale: non devono esistere differenze tra eterosessualità, omosessualità, bisessualità e transessualità, tutte le persone devono avere le stesse responsabilità davanti alla legge. Alle coppie dello stesso sesso deve essere consentito di accedere a trattamenti di fertilità e all’adozione di bambini. Infine, le campagne di prevenzione e di educazione sull’hiv devono includere specifiche indicazioni per le persone lgbt, così come nessuna discriminazione dev’essere fatta per l’accesso alle cure e ai servizi di sostegno. Inutile dire che i preservativi devono essere gratuiti o a basso costo per chiunque.
Questo è un elenco base, forse un pò generico e privo di esempi, ma sicuramente efficace per la definizione delle politiche di un’associazione gay. Ripartendo da queste basi, ribadendole fino alla nausea, e facendo in modo che siano onnipresenti nei nostri discorsi, nelle nostre azioni e nei nostri intenti, si recupererebbe un livello di militanza che ormai si sta perdendo tra i cavilli di leggi che non ci vogliono concedere: prima dei cavilli c’è la volontà politica, e se non riusciamo a suscitare questa nella nostra classe dirigente, non ce ne faremo nulla comunque di una legge storpia e strappata coi denti sul filo di un voto. Questa volontà politica la si risveglia dimostrando di essere protagonisti di una grande lotta di civiltà. Questo richiede serietà e preparazione. Non c’è bisogno solo di strategia e stratagemmi per garantirsi una presenza, magari anche solo per pochi istanti di tv. C’è bisogno di risposte precise, lucide, magari anche corali, che dimostrino unità di intenti e lungimiranza. La più grande associazione gay italiana, secondo me, è chiamata a dar voce a questa dimensione dell’attivismo. Sul valzer delle poltrone non ho molto da dire, credo però che la presidenza onoraria sia meglio darla ogni volta a una personalità diversa: per esempio stavolta la darei a Fini (o alla Binetti). Un pò come il Nobel: l’effetto mediatico sarebbe esplosivo.




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