La più grande associazione gay italiana, Arcigay, si sta preparando per affrontare il congresso, programmato per il prossimo febbraio a Perugia. Come tutti i congressi che ricordo, anche questo sarà caratterizzato da scontri, fazioni, numeri, deleghe, opportunismi, e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di un congresso politico, e come tutti i congressi di questo tipo necessitano di mozioni, firme, appoggi, aree, interessi. Fino ad arrivare alla conclusione di facciata che meglio soddisfa la convivenza tra lupi, capre e cavoli. Tali conclusioni sono incarnate solitamente da una giustapposizione di personalismi, incarichi e progetti. Si eleggerà un presidente, una segreteria e un consiglio. E tutti ricorderanno quegli indimenticabili giorni umbri come un nuovo inizio. Il vecchio presidente verrà annoverato nella schiera dei presidenti onorari. E la nuova rappresentanza si sentirà libera di governare interpretando al meglio il proprio ruolo in un panorama politico desolante.

D’altronde il variegato mondo lgbt italiano attraversa un momento di estrema confusione: un anno intero (governo Prodi) trascorso tra Unioni Civili, Dico, Pacs, Cus, etc; l’arrivo di Miss Cinema al Ministero delle Pari Opportunità; un’intera estate di aggressioni omofobe violente e una bocciatura con insulti e teste di struzzo ben ficcate sotto la sabbia al momento del voto per una legge che finalmente avrebbe potuto riconoscere il reato di omofobia. L’associazionismo gay, come tutta la società civile, è effettivamente disorientato. Sembra che ad ogni aggressione, ad ogni petardo, ad ogni incendio, in ciascuno di noi si annidi sempre più un senso di abbandono, impotenza, solitudine. Paura. E’ come se un pò alla volta stesse scomparendo quell’abitudine a gridare forte e chiaro il proprio orgoglio, lasciando il passo ad assembramenti spontanei, silenziosi, poco organizzati, che accentuano indignazione e vittimismo e mettono sempre più da parte un orgoglioso protagonismo. Parlo di un protagonismo individuale, anche di quello semplicemente fatto di un’asta e di una bandiera, di un cartello costruito con le amiche all’interno del circolo cittadino. Ma parlo anche di un protagonismo associativo che rivendichi la sua dignità e il suo peso in questo contesto storico. Sull’onda di un’emergenza drammatica, che trova ampio spazio sui palinsesti mediatici di regime, facciamo audience senza essere in grado di ribadire quello che più di tutto ci interessa: l’inalienabile diritto all’uguaglianza. E aggiungo: senza perdere di vista la nostra specificità.
Siamo tutti e tutte disposti a riconoscerci in pochi e semplici concetti. Cercherò qui di elencarli in ordine di importanza.
Le relazioni tra persone dello stesso sesso devono essere depenalizzate, e in particolar modo bisogna lottare affinché non esista più su questo pianeta la pena di morte e la tortura per le persone lgbt. Ci sono ancora 80 paesi che incarcerano, torturano e uccidono persone con l’accusa di omosessualità. La nostra battaglia è prima di tutto mondiale. Bisogna far in modo che in tutti i paesi del mondo possano nascere associazioni di persone lgbt che lottano per il riconoscimento dei propri diritti, e far si che queste organizzazioni diventino interlocutori privilegiati nella formulazione di nuove leggi e politiche. Bisogna mettere fuorilegge ogni forma di discriminazione e molestia basate su orientamento sessuale o identità di genere, soprattutto per quel che riguarda il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, la pubblicità e ogni fornitura di beni e servizi ai cittadini. Bisogna che non ci sia nessuna differenza nello stabilire l’età del consenso tra omosessuali ed eterosessuali. E riconoscere i diritti per i partner dello stesso sesso attraverso il matrimonio o le unioni civili. L’insegnamento dell’educazione civica e sessuale nelle scuole deve includere le specificità omosessuali, questo aiuterebbe a combattere l’omofobia e a comprendere e ad accettare le persone lgbt. Chi si macchia di crimini basati sull’odio omofobico deve essere punito. E gli interi apparati delle leggi degli Stati andrebbero rivisti per rendere tutto sessualmente neutrale: non devono esistere differenze tra eterosessualità, omosessualità, bisessualità e transessualità, tutte le persone devono avere le stesse responsabilità davanti alla legge. Alle coppie dello stesso sesso deve essere consentito di accedere a trattamenti di fertilità e all’adozione di bambini. Infine, le campagne di prevenzione e di educazione sull’hiv devono includere specifiche indicazioni per le persone lgbt, così come nessuna discriminazione dev’essere fatta per l’accesso alle cure e ai servizi di sostegno. Inutile dire che i preservativi devono essere gratuiti o a basso costo per chiunque.
Questo è un elenco base, forse un pò generico e privo di esempi, ma sicuramente efficace per la definizione delle politiche di un’associazione gay. Ripartendo da queste basi, ribadendole fino alla nausea, e facendo in modo che siano onnipresenti nei nostri discorsi, nelle nostre azioni e nei nostri intenti, si recupererebbe un livello di militanza che ormai si sta perdendo tra i cavilli di leggi che non ci vogliono concedere: prima dei cavilli c’è la volontà politica, e se non riusciamo a suscitare questa nella nostra classe dirigente, non ce ne faremo nulla comunque di una legge storpia e strappata coi denti sul filo di un voto. Questa volontà politica la si risveglia dimostrando di essere protagonisti di una grande lotta di civiltà. Questo richiede serietà e preparazione. Non c’è bisogno solo di strategia e stratagemmi per garantirsi una presenza, magari anche solo per pochi istanti di tv. C’è bisogno di risposte precise, lucide, magari anche corali, che dimostrino unità di intenti e lungimiranza. La più grande associazione gay italiana, secondo me, è chiamata a dar voce a questa dimensione dell’attivismo. Sul valzer delle poltrone non ho molto da dire, credo però che la presidenza onoraria sia meglio darla ogni volta a una personalità diversa: per esempio stavolta la darei a Fini (o alla Binetti). Un pò come il Nobel: l’effetto mediatico sarebbe esplosivo.


Sono appena tornato da una vacanza trascorsa a Madrid. Ci sono andato per rilassarmi insieme al mio compagno Alex. Come in ogni viaggio che faccio, mi son caricato la zavorra di un pò di carta: libri, riviste, poster, cartoline e materiale vario. Abbiam dovuto pagare anche un extra al check-in per il sovrappeso dei nostri bagagli. Non tutto ciò che ho raccattato valeva la pena di esser trasportato fin qui, ma il feticismo è una malattia che si cura con lunghe e costose frequentazioni di psicanalisti che spesso si divertono, retribuiti, a curiosare tra i tic altrui senza risolvere proprio nulla. Per cui cercherò di convivere col mio feticismo, almeno, come dice Alex, finché il pavimento del nostro appartamento al primo piano lo sosterrà.
Il prodotto editoriale che pesa di più, e che non avrei lasciato nella capitale spagnola per nulla al mondo, è un libro patinato, ben rilegato e di ottima presentazione grafica. Il titolo è molto eloquente: “Libro de huelgas, revueltas y revoluciones” (Libro di scioperi, rivolte e rivoluzioni). Un vero e proprio catalogo storico di uomini e donne che affrontano il potere che li sottomette. Un’antologia che insegue un unico filo conduttore: la rabbia. Persone che cercano in modi diversi di ottenere uno stesso risultato: vivere in un mondo più giusto.
Ero quasi commosso quando l’ho sfogliato in libreria. Un mercato editoriale come quello spagnolo, che non eccelle in edizioni pregiate e che spesso risparmia sui costi di confezione dei libri, riesce a dedicare ad un excursus così passionale uno dei migliori sforzi editoriali. In questa libreria non distante dalla residenza reale, ho trovato un ottimo caffè Lavazza e una intelligente selezione di titoli, oltre che un programma di iniziative di tutto rispetto. Tutti i libri in Spagna non recano stampato il prezzo. Probabilmente questo è dovuto all’ampio mercato sudamericano cui possono far riferimento, in cui ci sono valute di vario tipo. Mi sono recato alla cassa e dal mio bancomat hanno prelevato 22,50 euro. Una cifra equa se tengo conto della quantità e qualità delle evocazioni che mi ha suscitato anche solo sfogliarlo per un pò.
In rigoroso ordine cronologico si susseguono le più esemplari proteste della storia, a cominciare dalla ribellione di Lucifero, riportata in una versione in prosa del “Paradiso perduto” di John Milton, con le illustrazioni di Gustave Doré.
Un passo di “Spartaco” di Howard Fast testimonia la rivolta degli schiavi contro Roma. Da questo stesso romanzo storico è stato tratto l’omonimo film di Stanley Kubrick. Il passo è illustrato da alcuni dettagli di opere di Andrea Camassei, che sono visibili presso il Museo del Prado, a Madrid.
La rivoluzione inglese e quella francese sono descritte rispettivamente da Mark Twain e da Stefan Zweig.
Un capitolo è dedicato a Madrid contro Napoleone: una punta di orgoglio non guasta. A celebrare questa pagina di storia un frammento di Benito Pérez Galdòs.
Si arriva ai giorni nostri con la ribellione degli schiavi neri d’America; il testo scelto è quello di William Styron.
E’ “L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert a celebrare l’immenso sforzo collettivo del movimento operaio. Mentre Jules Vallès narra le vicende de La Comune di Parigi: grande impresa governativa insurrezionale sfociata nel sangue.
Il movimento delle Suffragette che ha lottato per il riconoscimento del voto alle donne viene ricordato con il discorso di Clara Campoamor del 1931 davanti alle due Camere riunite (las Cortes).
Sarà l’espressione di Lenin, che si rivolge alla folla attenta, che reca cartelli scritti in cirillico, a ricordarci quella stagione di inizio Novecento che segnò per molti decenni la storia del mondo occidentale: la rivoluzione sovietica. Sofia Casanova ne scrive un diario di un testimone.
Le commoventi parole di Wladyslaw Szpilman de “Il Pianista” ci ricordano la terribile ribellione nel ghetto di Varsavia.
Non mancano l’indipendenza d’Algeria, il maggio ‘68, e soprattutto non potrebbero mai mancare le lotte antifranchiste.
L’Intifada e il movimento anti-globalizzazione chiudono questa antologia di emozioni ormai atrofizzate nel corpo e nell’anima di tutti gli italiani.
Nonostante la regione iberica non necessiti di alcuna propaganda in tal senso, riesce a dare dignità editoriale a quell’umano istinto di migliorare le condizioni rispetto a ogni sottomissione. Nello stivale questa dignità sembra essere stata dimenticata il giorno stesso in cui penzolava in piazzale Loreto il corpo di Mussolini. Questo tipo di editoria non può essere liquidata come anticaglia estetica. Viviamo in un mondo in cui ci sembra normale che un puttaniere miliardario colluso con la mafia governi un paese civile, e che la morte per fame di milioni di persone sia considerata un evento naturale.
Poggerò questo prezioso catalogo sul comodino e cercherò di alimentare sogni di cittadinanza, di giustizia e di (vana)gloria.

edicion de costantino bertolo

edicion de costantino bertolo


Omofobia è una parola fin troppo “colta” per poter essere intesa dalle persone che la vivono; da tempo immemore ci chiamano con nomignoli tutt’altro che raffinati, e giusto per renderci conto di cosa sto parlando provo a fare un breve elenco: froci, rottinculo, pederasti, ricchioni, culattoni. Sicuramente chi usa in senso dispregiativo parole di questo calibro non comprende la gravità del lemma omofobia. Questo gap culturale crea almeno due ordini di problemi. Il primo, e il più ovvio, è che usando questo termine politicamente corretto non ci facciamo intendere dai reali destinatari che soffrono di questo disturbo psichiatrico, con conseguenti problemi di efficacia del nostro operare. Il secondo, meno ovvio, ma che sta prendendo forma sotto gli occhi di tutti, è che a intendere il significato, nella sua forte carica socialmente problematica, è quella parte di cittadinanza che finora o ci ha preso in giro politicamente, socialmente ed economicamente, oppure gode di uno status immeritato basato sullo sfruttamento dell’ignoranza del popolo e usa a suo vantaggio l’intendere questo significato e che sotto sotto ci vorrebbe vedere bruciare ancor prima che ci brucino le fiamme del loro stupido inferno. Per inciso, è doveroso citare il continuo accostamento da parte delle gerarchie vaticane della nostra condizione a quella dei pedofili e addirittura degli zoofili. Questo si che è un livello di omofobia colto e organizzato, con terribili secondi fini ed effetti socialmente devastanti.
L’ultras o il naziskin di turno cosa capirà meglio, pedofilia o omofobia? Il suo braccio si arma contro di noi a difesa di quale superiorità? Sbandierata da chi? Legittimare qualcosa vuol dire anche offrire le parole giuste e i concetti giusti per alimentare l’odio o la pace.
E’ proprio sull’uso delle parole che si conquistano nuovi orizzonti. Le parole sono importanti. Le parole sono pietre. Potrei citare infiniti altri esempi di affermazioni che centrano sulla parola l’importanza della nostra vita nel costruire il senso della civiltà che ci sopravvive.
Per molti anni, come movimento, ci siamo concentrati nel far capire a tutti la differenza tra coming out e outing. Lo abbiamo fatto addirittura usando parole straniere. E’ probabile che la nostra amata lingua non ci avrebbe ritagliato un dignitoso spazio per distinguere tra “venir fuori allo scoperto” e “sputtanamento”. La complicazione nell’uso di queste due paroline inglesi è stata sicuramente la strada più breve per dare un nome a due situazioni specifiche che tutte le persone omosessuali vivono o riconoscono. E lo abbiamo fatto scegliendo il percorso che meno di tutti si prestava a sconfinamenti nel triviale italian style. Ma anche qui, le parole non hanno avuto facile fortuna. Basti pensare al fatto che i principali quotidiani italiani ancor oggi le riportano senza capirne la differenza. E sono trascorsi 40 anni da Stonewall.
Lo stesso, e forse peggio, si può dire dell’acronimo LGBT. Siamo malati di correttezza e inclusione. E facciamo di tutto per architettare soluzioni linguistiche omnicomprensive e internazionalmente accettate affinché la comunità che andiamo costruendo giorno dopo giorno non resti impantanata nel provincialismo italico. Ma nel frattempo, ci tocca prendere atto che l’Italia, insieme alla Grecia (che addirittura usa un’altro alfabeto), sono i due fanalini di coda nel riconoscimento dei nostri diritti. Eh si, facciamo un pò di retorica, proprio quei due territori in cui si praticava e decantava “l’innominabile vizio degli antichi”. Due paesi in cui vige ancor oggi il “si fa, ma non si dice”. E questo vale in tutti gli ambienti. Liberissimi quindi di scopare con un prete, con un nazi, con un politico di destra, con un politico cattolico o con un politico di sinistra. Ma nessuno parli di amore. E soprattutto nessuno lo dica a mia moglie o ai miei amici. Il frocio-bastardo-rottoinculo-culattone deve restare tale. E ogni volta che manifesta assurdi sintomi di riconoscimento della sua dignità, deve essere violentemente ricacciato negli inferi da cui proviene. E soprattutto dove posso pure ritrovarlo in caso di immediato bisogno.
All’origine delle democrazie moderne c’è stata una rivoluzione al grido di Liberté Egalité Fraternité. Alcuni secoli sono trascorsi, e qui sembra che nessuno abbia fatto sua questa grande lezione. Sono circa vent’anni che va avanti la pantomima del tira-e-molla sui nostri diritti con la sinistra. E non abbiamo ottenuto nulla. Ma il catalogo dei pateracchi bizantini per riconoscerci è cresciuto: Unioni Civili, Pacs, Dico, Cus, Didore. Tutto questo per dimostrare a noi una sostanziale ipocrisia e al mondo un’infinita incapacità politica, a partire dal non saper dare un nome alle cose. Un nome c’è, esiste, è comprensibile da tutti e tutte, nessuno può contraddirlo, nessuno può permettersi di attaccarlo senza precipitare nel ridicolo. Questo nome è Uguaglianza. Non parità, attenzione, uguaglianza! E’ da qui che il movimento vuole e deve ripartire. Uguaglianza incondizionata. Uguaglianza pura. Nessun particolarismo. Nessun compromesso. Siamo tutti uguali. Lo dice la costituzione. Lo deve dire anche la legge.
Si tratta di una parola comune, popolare. Un concetto di difficile storpiatura. Rivendicando l’uguaglianza avremo modo di segnare un solco netto tra ciò che è democratico e ciò che non lo è. Il movimento lgbt italiano si è dato appuntamento a Roma il 10 ottobre prossimo per ripartire da questo concetto. Per intraprendere la strada più diretta per il riconoscimento del nostro status di cittadini e cittadine uguali.
Prepariamoci a parlare una lingua più semplice, più diretta, sui nostri cartelli, sui nostri striscioni, dai nostri megafoni. Facciamo in modo che i giornali di domani al posto di titolare “naziskin omofobi aggrediscono omosessuali” escano con titoli tipo “squilibrati affetti da sindrome del Vaticano mettono a ferro e fuoco la città”. Sarà presto un mondo diverso: tutti uguali, davanti alla legge.

Bruno Pompa

editoriale magazine Cassero set-ott 2009


Mi sono imbattuto in un soliloquio e quindi lascio che l’autore continui a parlare coi suoi fantasmi. Userò questo mio spazio per organizzare una replica, destinata ad un pubblico altrettanto immaginario.

Conosco una signora, una di quelle altolocate, piena di titoli nobiliari che non credo abbia mai nominato in vita sua. Vive, veste, mangia, si muove e parla con estrema eleganza. E quando usa la parola frocio nessun essere umano se ne sentirebbe offeso. Eppure, la stessa parola usata da un provinciale, bacchettone, ultraquarantenne, che ha bisogno di nominare le marche dei vestiti che indossa per sventolare la sua eleganza, suona in modo diverso. Soprattutto se accostata ai suoi mocassini. Ecco, in quel caso direi che si tratta proprio di istigazione alla violenza contro le persone omosessuali. Solo un giornale come Il Foglio poteva pubblicare quello sproloquio. Noi omosessuali maschi quando facciamo sesso ci sporchiamo sempre un po’ di merda. E le femminucce, invece, da quelle parti, in molti sanno di cosa puzzano. Ognuno fa i conti col proprio modo di stare a letto. Ma non sono le puzze o gli escrementi a fare la differenza. Tantomeno gli orifizi. Infilare un pisello in un buco. Fare in modo che un buco abbia il proprio “pisello”. Questa mi sembra la pratica naturale cui molti animali si dedicano. Eterosessuali, omosessuali, bisessuali o transessuali. La differenza è altrove. E consiste nel sapersi godere la vita. E quando la tua vita gode per aver allontanato dai tuoi candidi tessuti (tra l’altro solitamente cuciti da mani che spesso si dilettano con un pisello e non con una gnocca) un vocabolo e tutto ciò che esso comporta, vuol dire che la vita te la godi poco. E l’assembramento di persone con le quali ti ritrovi, e che condivide questa tua attitudine, non fa altro che replicare uno schema trito e ritrito, volto solamente a mantenere il proprio status. Una società basata sull’adorazione della minchia. Verticale. La differenza tra chi può essere considerato parte di questo assembramento e chi no sta solo nel verificare la presenza di un pisello tra le gambe e un dichiarato disprezzo per tutto il resto, donne comprese. La mia società non funziona così. Il mio assembramento di persone non gode di così beceri artefatti psicotici, bensì gode di impulsi primordiali. Tutti sappiamo cosa vuol dire procurarsi piacere. Annullarsi l’uno nell’altro. Godere di un amore anche solo accennato, anche solo per un istante, anche solo per una notte. O per tutta la vita. Un amorevole istinto che è ben diverso dal progetto fallito che si capisce perfettamente dagli abiti che indossi. Dal progetto tradito da parole di odio. Dal progetto insulso di trasmettere alla prole attitudini violente. Nemmeno il tuo peregrinare di città in città ti ha insegnato qualcosa di buono in tal senso. Di solito un prolungato soggiorno nella città di Bologna lascia alle persone qualcosa in più dei souvenir da stazione dei treni. Qualche mese fa il Cassero ha tappezzato la città con un manifesto che recitava “W Bologna busona”. Era il periodo della campagna elettorale. La forza di quel messaggio risiede nella sua ironia, autoironia e nel consapevole confronto con le radici, anche linguistiche, di questa città. Un luogo godereccio, che fa meno figli di Napoli, ma più di Trieste. Figli che ormai parlano diverse lingue e che nessun neurobiologo ha mai bollato come dislessici, semmai più pronti di chiunque altro ad affrontare il nomadismo che contraddistingue la nostra epoca: starsene accanto a chi ti insulta mostrandoti il suo lucido mocassino è un orizzonte un po’ perverso, che nemmeno la vecchia e stupida psicanalisi saprebbe curare. Meglio spiccare il volo e lasciar marcire nella noia un comune stronzo della palude parmense.


I fatti accaduti l’altra notte all’uscita dal Gay Village di Roma sono noti a tutti. La stampa ne ha abbondantemente parlato. Pochissimi tra i fatti riportati possono suscitare dubbi di correttezza. A parte il movente che ha scatenato la violenza del cerebroleso A.S. di 40 anni. Non si sa bene chi e non si sa bene come ha fatto a venir fuori la giustificazione della presenza di un quattordicenne, che la stampa ha prontamente commentato come presenza fuori luogo data la tarda ora. Io credo che sia alquanto azzardato dare voce a un assassino fuggiasco, riportando le motivazioni del suo gesto disgustoso quanto animalesco. Cercare di inquadrare il suo gesto in una logica che prevede la difesa di un candido quattordicenne esposto a scene raccapriccianti come quella di un bacio tra maschi, è da considerare un’azione discriminatoria. Non c’è giustificazione alcuna al gesto del misero assassino, ricco di precedenti penali. Anzi, credo  proprio che se i fatti violenti da lui scatenati non fossero accaduti, la normalità della scena era la seguente: galeotto privo di scrupoli, rapinatore e spacciatore si intrattiene nello stesso spazio in cui si aggira un quattordicenne. Voleva vendergli della droga? A me sembra il minimo. E poi, tanta voglia di tutela nei confronti di questo quattordicenne da dove scaturiva? da un improvviso senso di paternità? dal voler proteggere un suo cliente? dal cercare di segnare un territorio in cui poi si è liberi di agire come si vuole? Questo è quello che sarebbe accaduto se la lama non fosse stata spinta a fondo. Una zona conquistata da un malvivente. Magari il gesto non sarebbe nemmeno stato denunciato, e lo spacciatore avrebbe potuto continuare ad agire indisturbato. Invece no, la bottiglia si è fracassata su una testa e una lama è stata conficcata in un addome. Si chiama violenza assassina. Un ottimo esempio da offrire alla vista di un quattordicenne, i cui genitori rispondono comunque di tutto ciò che riguarda il suo essere incapace di intendere e volere. Vedo già i milioni di persone che covano un fastidio, se non una vera e propria omofobia, nei confronti delle persone omosessuali, cercare una giustificazione e una compartecipazione al dramma vissuto dall’assassino a piede libero. Vedo già le discussioni nei bar o sulle onde di alcune radio libere tentare la carta dell’assoluzione, ben supportati dalla presenza del giovane quattordicenne. Vedo l’assenza di una controparte in tali discussioni. Vedo la denuncia generica da parte delle istituzioni di ogni tipo. E magari immagino anche una possibile condanna come se tutto questo fosse un caso isolato e frutto di una mente bacata che in quel momento (non si sa come) era in libertà. Con le leggi che ci ritroviamo oggi in Italia sarà comunque una pena lieve. Nessuna aggravante che tenga conto della discriminazione per orientamento sessuale. Questo tipo di considerazione della dignità della persona il nostro codice non lo prevede. Abbiamo addirittura dovuto assistere allo sclero di Alemanno contro la procedura che ha permesso di lasciare un pericoloso criminale a piede libero. Ma, comunque, anche se di un sindaco, si tratta di uno sclero isolato. Si provi ad immaginare quanti arresti sono stati effettuati dopo un’accusa di stupro per evitare che lo stupratore venisse linciato dalla folla. In questo caso, non solo non si è rischiato un linciaggio, ma nessuno ha mosso un dito durante e dopo gli accadimenti. E non c’è stata alcuna convalida di fermo dopo che l’assassino è stato rintracciato. Uso volutamente la parola “assassino” dal momento che dopo aver conficcato la lama, A. S. di 40 anni è fuggito, omettendo eventuale soccorso e non conoscendo alcun esito preciso del suo affondo: questo si chiama uccidere. Se qualche credente dell’ultim’ora preferisce pensare alla vittima come miracolato, faccia pure, vorrà dire che i santi in paradiso non si scandalizzano di fronte a un bacio tra maschi. Tutto questo continua a passare come un fattaccio di cronaca, con tanto di cronisti corsi in ospedale a strappare dichiarazioni alle vittime e ai genitori delle vittime. Nel frattempo un assassino gode di un privilegio legale inaudito. Non si è mosso alcuno sdegno da quelle poltrone che godono di immunità totale, ovvero dalle più alte cariche dello stato. Secondo loro questo è un episodio di nessun valore, da abbandonare alla confusione mediatica in modo tale da sostenere l’ondata xenofoba che fa tanto comodo alla strategia della paura e del viagra dei festini in villa. Stiamo vivendo una profonda crisi di civiltà. Ormai se ne iniziano a rendere conto più cittadini di quanto si possa immaginare. E l’impotenza che ne deriva è dovuta al fatto che ci vorrà troppo tempo e troppo sforzo per aggiustare il tiro di una tendenza simile. Il prezzo da pagare per tutta questa pochezza civile, per tutto questo disimpegno, per tutto questo orrido modo di costruire lo “stare insieme” è diventato davvero troppo alto. La vittima scampata alla morte ha detto “vado via dall’Italia”. Credo sia un segnale d’allarme per la nostra civiltà. Non era così solito ascoltare reazioni del genere dopo una coltellata. Così come non era possibile ascoltare in radio commenti e reazioni di questo tipo. Tra l’altro da una radio che sostiene la stessa ideologia del nostro attuale ministro dell’interno, colui che dovrebbe garantire la pace sociale e la tolleranza tra i cittadini. Probabilmente siamo in attesa che accada qualcosa di grave, di molto grave. “Per scuotere la gente non bastano i discorsi ci vogliono le bombe” recitava così Bennato in una canzonetta scritta quando i boati non erano le urla contro le persone omosessuali.


Trascorrere il mese di agosto in città, e per città intendo una di quelle località che si svuotano per assenza di corsi d’acqua o prossimità al mare, è un’esperienza unica. Il clima, la socialità, i ritmi, i servizi di base, l’intrattenimento, tutto assume caratteristiche che sarebbe impossibile ritrovare in altri periodi dell’anno. E dubito che qualcuno abbia tutta questa voglia di sperimentarle. Basta sfogliare uno a caso degli infiniti diari intimi scritti in queste località e in questo periodo, e ci si accorge subito dei temi ricorrenti che accomunano le sopravvivenze in contesti tanto avversi all’edonismo estivo.
Un aspetto in particolar modo mi ha lasciato stupefatto: il traffico. La quasi totale assenza di automobili che permette in alcuni casi di camminare per strada in tutta tranquillità. Riappropriarsi, passeggiando, di quell’enorme fetta di città che abbiamo dato in concessione ai trasporti può essere appagante ed estraniante al tempo stesso. Non ho la patente di guida, non amo i motori, ma per ovvi motivi anche io calco questo asfalto a bordo di automezzi pubblici o privati. Nell’afa estiva d’agosto, però, salire su un automobile significa correre via dalla città per raggiungere qualche periferica frescura. Venti, trenta, quaranta minuti di percorso e intorno si staglia un panorama totalmente diverso. E dentro il nostro animo di prigionieri estivi metropolitani si fa strada un desiderio. “Vado a vivere in campagna”. Detta così, può sembrare un’esagerazione da colpo di sole, ma in realtà sono sempre più le persone che si allontanano dalla città, pur mantenendo con essa un contatto quotidiano, soprattutto lavorativo. Attratti dall’idea di una casa più grande e più silenziosa, dalla possibilità di avere un fazzoletto di terra e dall’aria più salubre, si affronta questo cambiamento senza tener conto di un fattore determinante: il traffico. Sempre lui. Quello che in estate risulta essere il grande assente, durante il resto dell’anno può rivelarsi letale per la nostra salute psicofisica. Ritrovarsi a fare il pendolare su un percorso che è sempre lo stesso, ma che ogni giorno muta il suo aspetto sfinente è una considerazione da mettere sul piatto della bilancia. Il traffico è imprevedibile e questo aspetto lo rende una vera e propria tortura. Studi psicologici hanno accertato che anche il peggiore dei traffici con ingorghi continui è sopportabile se costante, sempre uguale a se stesso, puntuale, rispetto al solito imprevedibile caos stradale che ci rovina pianificazioni e nervi. Ogni giorno un inferno diverso. E ci si ritrova a bestemmiare e a non sapersi spiegare il come ed il perché di un fenomeno così inafferrabile. In realtà una spiegazione logica c’è, e la forniscono numerosi studi, i quali concordano nell’affermare che ogni strada ha una sua densità critica, che corrisponde al numero di automobili che la strada stessa è in grado di accogliere in modo efficiente. Quando si va oltre questo limite il flusso inizia a crollare. E ogni piccolo gesto, come ad esempio un piccolo tocco di freni, scatena una cascata di luci rosse degli stop. E improvvisamente la strada si trasforma in un grande parcheggio. Un team di fisici dell’Università di Nagoya sostiene che un ingorgo si forma come un cubetto di ghiaccio: in questo caso la soglia critica è la temperatura, che innesca un rallentamento di gruppi di molecole fino a formare un reticolo cristallino, che si estende poi alle molecole vicine.
I tentativi per mantenere un buon livello di accoglienza delle strade sono numerosi, tra questi i semafori, oppure le luci rosse in autostrada che ci segnalano in anticipo i momenti critici. Anticipare la criticità è l’unica soluzione. Le formiche, ad esempio, che si incolonnano per trasportare cibo nel formicaio, di fronte ad un ingorgo reagiscono mettendo in campo alcune unità che fungono da vigili urbani e impediscono ulteriore afflusso in quella via, costringendo le altre a trovare strade alternative. Con i nostri potenti mezzi tecnologici dovremmo essere in grado di anticipare situazioni critiche con un semplice monitoraggio GPS. Alcune compagnie telefoniche in accordo con le società di gestione delle strade offrono questo tipo di servizio. E tutto pare funzionare meglio. Anche se il traffico sembra governato da una casualità assoluta, in realtà non c’è nulla di inevitabile in una paralisi. Non impareremo a guidare come le formiche, ma è anche vero che non è un caso che nel mese di agosto è possibile passeggiare sulle carreggiate cittadine. Ma io insisterei sul fatto che rendersi pendolari ha senso solo se si guadagna almeno il doppio di quello che si guadagnava raggiungendo il posto di lavoro comodamente a piedi.


Il settimanale Alias, allegato all’uscita del sabato de Il Manifesto, resta per me un appuntamento imperdibile da anni. Prima di Alias la stessa testata aveva altre iniziative mensili e settimanali tra le quali mi piace ricordare quella titolata SUQ, l’esperimento più simile all’Alias dei nostri giorni. Un quotidiano che si definisce comunista, che non riceve finanziamenti pubblici, che si è organizzato in forma di cooperativa, che sfugge alle logiche della stampa corporativa, riesce con questo gioiellino settimanale a mostrare angoli della nostra cultura, italiana ed internazionale, di altissimo valore morale, letterario, musicale, artistico in generale. E lo fa continuamente in molti modi diversi, dalle monografie cinematografiche volte a snocciolare un immaginario magari ormai poco praticato, alle intere bibliografie capaci di riempire preziosi vuoti nelle nostre librerie o ricerche. Le recensioni sono sempre molto curate. Le firme si susseguono numerose e riescono nel tempo a restituirci un’immagine di un’Italia editoriale connessa e attenta a ciò che più di tutto la cultura è chiamata a fare: sedimentare esperienze di valore nelle migliori forme possibili.
L’ultimo numero di Alias (1 agosto 2009) si sofferma su consigli di lettura (ma anche di interessanti mostre da “leggere”) compilando il più classico dei clichè: cosa mi porto da leggere in vacanza. La sfida culturale è altissima. Per verificarla basta dare uno sguardo all’elenco dei titoli proposti:

- Jean Fallot, un autore da scoprire attraverso un percorso selezionato dei suoi diari e di un’opera che racchiude tutto il suo pensiero “Il pensiero dell’antico Egitto” (Bollati Boringhieri).

- Nicolò Carmineo, “Nei mari dei pirati” (Longanesi), un libro inchiesta che ci illumina su aspetti di questa silenziosa e costante guerra che avviene al largo delle coste, molto diversa dalla romantica pirateria romanzesca cui tutti siamo abituati.

- Ma Jian, “Pechino è in coma” (Feltrinelli), un romanzo scaturito da una coraggiosa penna capace di denunciare gli orrori della storia comunista e della successiva mercificazione forzata.

- Mo Yan, “Le sei reincarnazioni di Ximen Nao” (Einaudi), cinquant’anni di storia cinese vista sia attraverso le esperienze di un ricco possidente ucciso dai rivoluzionari e rincarnatosi sei volte, sia attraverso i casi dei familiari e degli abitanti del villaggio.

- Nicolai Lilin, “Educazione siberiana” (Einaudi), un romanzo antropologico e autobiografico tutto teso a divulgare i saggi insegnamenti del popolo Urka basati su una visione della vita autonoma e anarchica rispetto a qualunque sistema di potere.

- William Gaddis, “JR” (Alet), a trentacinque anni dalla pubblicazione negli USA arriva in Italia l’opera che mancava per completare il quadro della letteratura postmoderna americana. Un romanzo difficile che trova qualche facilitazione nel sito web dell’autore.

- D. H. Lawrence, “Classici Americani” (Adelphi), viene riproposto un testo del 1923 in cui l’autore scatta un’istantanea di tutto ciò che in America fosse degno dell’appellativo Letteratura. Una trattazione sopraffina che ebbe la sua influenza in tutti i circuiti letterari internazionali.

- Edmund White, “Caos” (Playground), ennesimo atto di fiducia della casa editrice romana nei confronti di un autore gay, la cui narrativa va ben oltre questa semplice etichetta. Si tratta di una raccolta di scritti, cui Caos dà il titolo al volume ed è il racconto della vita di una marchetta di fine Ottocento a New York. (Luca Scarlini)

- Jean-Luc Nancy, “Sull’amore” (Bollati Boringhieri), breve conferenza che tratta un tema profondo e delicato come il sentimento amoroso. Il filosofo si interroga sulle modalità di vivere l’amore in un mondo in cui il desiderio sembra mutarsi in obbligo igienico e risorsa commerciale.

- Diane Middlebrook, “Suo marito” (Mondadori), biografia matrimoniale di due poeti d’eccezione come Sylvia Plath e Ted Hughes. L’autrice arriva a mettere un punto su una storia già raccontata altre volte, mostrando un marito adultero, un marito colpevole e infine il marito di lei Sylvia.

- E. E. Cummings, “Poesie d’amore” (Le Lettere), cinquanta poesie in cui è riconoscibile lo stile cummingsiano, la sintassi stralunata, la punteggiatura espressiva, la poesia tipografica. Per quel che riguarda i temi Cummings tratta i più antichi del mondo: caducità, carpe diem, l’amore a cospetto della morte.

- Robert Pinsky, “Un’America” (Le Lettere), un poema narrativo di oltre mille versi, scritti dall’autore di un’ottima traduzione dell’Inferno di Dante in inglese.

- Alan Bennet, “L’imbarazzo della scelta” (Adelphi), esrcizio di critica d’arte, aneddotica, umoristica e popolare. Un autodidatta non autorizzato che dispensa interpretazioni spesso paradossali, ma sempre coinvolgenti.

- Roal Dahl, “Tutti i racconti” (Longanesi), una nutrita serie di racconti orchestrati con ritmo impeccabile da una mente stregonesca che si muove con agio nella zona di intersezione tra umano, meccanico e animalesco.

- P. G. Wodehouse, “La mossa del Vescovo” (Guanda), leggerezza, buonumore, ilarità raffinata e cristallina, senza macchia e senza tempo; un’intramontabile raccolta di racconti.

- Miklòs Rdnòti, “Mi capirebbero le scimmie” (Donzelli), ricostruzione di una biografia poetica scansionando la breve e tragica vita del maggiore poeta antifascista ungherese.

- Danilo Kos, “Homo poeticus” (Adelphi), raccolta di saggi e interviste memorabili dalla quale viene fuori l’immagine di uno strenuo combattente che ha preparato per i posteri un territorio aspro, inospitale. Sfidare tutto e chiunque: se stessi, i critici, i lettori, la letteratura, i maestri. (Enzo di Mauro)

- François Feito, “Ricordi” (Sellerio), ebreo, ungherese, visse quasi cent’anni tra gli epicentri del Novecento: la breve adesione al comunismo, l’esilio a Parigi nel ‘38, le simpatie per De Gaulle e Aron. Storico “di archivio”, la sua etica fu sempre quella di testimoniare il male. (Massimo Raffaeli)

- Albert Cossery, “La violenza e il riso” (Barbès Editore), dalla seconda patria Parigi, dove visse sempre in una stanza d’albergo, si limitò a narrare la desistenza contro il potere dei fannulloni del Cairo natale. (Stefano Gallerani)

- Boni de Castellane, “L’arte di essere povero“, manuale su come gestire la rovina con stile, frutto della cultura dandistica della belle époque: lo scrisse un personaggio squisito immortalato da Proust, su cui ragionare a partire da Baudelaire.

- a cura di Angela Maria Andrisano e Paolo Fabbri, “La favola di Orfeo” (UnifePress), raccolta di lavori eterogenei sul mito di Orfeo, distribuiti nelle tre sezioni Letteratura, Immagine e Performance. (Roberto M. Danese)

- Marc Fumaroli, “Chateaubriand. Poesia e Terrore” (Adelphi), un libro reazionario e contro-rivoluzionario, pesante un chilo, che imita i piaceri di una volta con una prosa da Académie française.

- Racine, “Teatro” (Mondadori – Meridiani), nuova traduzione integrale dell’opera del drammaturgo francese. (Raffaele Manica)

- a cura di Andrea Alessandri, “Filottete” (Marsilio), la collana “variazioni sul mito” ideata e diretta da Maria Grazia Ciani si riconferma con questa uscita tra le più vitali e rilevanti del panorama italiano, in materia di classici antichi e moderne riscritture.

- [mostra] Parigi, al D’Orsay, “Une semaine de bontè” di Max Ernst – “Ecco che cos’è il delitto: un poco di materia disorganizzata, qualche cambiamento nelle combinazioni, molecole rotte e nuovamente sommerse nel crogiolo della natura, che le restituirà alla terra in pochi giorni, sotto altra forma” (Juliette, Sade)

- [mostra] Londra, alla Royal Academy la prima monografica di John William Waterhouse – “Waterhouse ha dipinto forse le più belle immagini che siano mai state fatte in Inghilterra, ma te ne vai senza aver visto niente di più di quanto vedevi in precedenza: la risposta è nell’immaginario” (Ezra Pound)

- [mostra] Milano, a Palazzo Reale, “Monet. Il tempo delle Ninfee“, venti grandi tele provenienti dal Museo Marmottan. “Monet non è che un occhio, ma che occhio!” (Cézanne)

Alias resta un settimanale unico, al quale confermo tutta la mia ammirazione per il lavoro svolto finora e incoraggiamento per quello che verrà in futuro.


MY DESKTOP (5)

19Lug09

E’ inutile, devo ammetterlo: la mia scrivania è un ricettacolo ingestibile di prodotti culturali di vario tipo che vive di vita propria. E devo anche completare questa confessione/arresa dicendo che spesso mi capita di passare del tempo a osservare le forme che riesce ad assumere. Periodicamente tento di illudermi che con un atto di forza e coraggio io possa riuscire in un tempo umano a riordinarla tutta. Ed eccomi qui, pronto all’ennesimo tentativo. Come ogni volta cercherò di estrapolare una breve antologia del presente.

Pochi giorni fa Frédéric Lefebvre, un politico dello stesso partito di Sarkozy, si è beccato una dura reprimenda da re Nicholas per aver suggerito di rimettere al lavoro malati e donne incinte in modo da non farli cadere nella tentazione dell’ozio. Si è parlato di attentato ai diritti dei lavoratori. Ma paragonate ai metodi in vigore nell’industria discografica, le sue proposte non sembrano poi così scandalose.
Già, perché nel meraviglioso mondo della musica sono i cadaveri a tirare la carretta. Da Kurt Kobain a Elliot Smith, da Nick Drake a Ian Curtis, i musicisti morti tornano sempre a riempire gli scaffali dei negozi di dischi. Nella categoria degli stacanovisti dell’oltretomba, Jeff Buckley è senz’altro quello che merita la palma dell’impiegato del decennio. Dopo la sua morte nel 1997, il cantautore prodigio, già spompato quando era in vita dai ritmi del mercato discografico, non ha mai avuto tempo di godere il riposo eterno. Dal mondo delle tenebre sono sbucati ben otto album di Buckley, tra best of, edizioni deluxe e raccolte di inediti. Con l’ultimo Grace: live around the world, Buckley conferma di essere il campione della categoria. Un cd e due dvd che meritano senz’altro elogi (funebri), ma che arrivano dopo un tale sfruttamento del suo cadavere che è impossibile ascoltarli senza sentire una fitta alla bocca dello stomaco.
[Richard Robert - Les Inrockuptibles - su Internazionale n°803]

un decalogo su come guadagnare meglio (rivolto a grafici e visual in genere):
1) tenetevi in forma per gli affari
Tenete sotto controllo clienti e scartoffie, assicuratevi che i pagamenti vengano effettuati tempestivamente e registrate tutte le spese per essere certi che il fisco non di porti via più del dovuto. Chiedete consiglio agli enti che seguono le piccole imprese, cercate di tagliare i costi pianificando le vostre attività in anticipo e cercate di strappare ai vostri fornitori gli accordi più convenienti.
2) investite per fare colpo
Cavalcate le tendenze e investite nel vostro futuro impiegando tattiche di marketing originali, per esempio un opuscolo piccolo ma lussuoso, magliette o stampe in tiratura limitata. Spedite creazioni degne di essere conservate a riviste e blog influenti, clienti consolidati e potenziali e a tutti coloro con i quali vi piacerebbe collaborare.
3) siate adattabili
Se non avete tempo da buttare, è possibile che esitiate a cercare una fonte di reddito temporanea che vi aiuti a pagare le bollette, per timore di trascurare le vostre ambizioni principali. La vostra priorità, tuttavia, deve sempre essere il conseguimento di stabilità e successo a lungo termine, anche qualora questo significhi accettare lavori non troppo entusiasmanti o redditizi nel breve termine.
4) acquisite nuove competenze e rispolverate quelle vecchie
Offrendo un servizio multi-disciplinare avrete modo di intraprendere progetti estesi a più settori creativi senza il timore di sbagliare e senza la necessità di ricorrere ad altri per colmare le vostre lacune. Affinate le capacità già acquisite e apprendetene di nuove. E’ il momento giusto: Adobe e altri stanno contribuendo a ridurre la distanza che separa le varie applicazioni creative.
5) guardate oltreconfine
Non tutti i clienti abitano alla porta accanto. Cercate occasioni fuori dalla zona che conoscete meglio, perlustrando paesi esteri e individuando nuovi potenziali clienti on-line. Lavorando con clienti internazionali potrete affrontare sfide del tutto nuove ed elevare il vostro profilo a livello mondiale.
6) elevate il vostro profilo
L’autopromozione può essere un compito impegnativo ma non costa un gran che se non in termini di tempo ed è un’attività che paga, in termini creativi come in termini finanziari. Investite nei blog, inviate dichiarazioni alla stampa, tenete informati sulle vostre novità i portali di progettazione che più amate, collaborate, esponete le vostre creazioni, partecipate a concorsi e premi e cercate di avere visibilità sulle riviste e sugli annuari che si occupano di progettazione. In poche parole: impegnatevi, partecipate, informate e fate rete.
7) aggiornate il vostro sito
Via il vecchio, avanti il nuovo. Iniziate il nuovo anno mostrandovi pronti a fare nuovi affari. Mettete in evidenza i vostri lavori più nuovi e interessanti, togliete di mezzo quelli più invecchiati e assicuratevi di mettere in luce nella vostra homepage tutte le vostre professionalità, dall’illustrazione alla grafica in movimento.
8) a caccia di sponsor
Promuovere la vostra carriera attraverso mostre o collaborazioni con altri può essere costoso, perciò cercate degli sponsor disposti ad aiutarvi a finanziare le vosre sortite creative fuori dallo studio. Alle grandi aziende piace ancora essere associate con i nuovi talenti emergenti e innovativi e vari enti possono aiutarvi a trovare finanziamenti.
9) in vendita
Tutto ciò che create può potenzialmente fornirvi un guadagno. Molte creazioni possono servire al di là del loro impiego immediato: poster, stampe, spille, magliette e perfino immagini di repertorio. Prendete in considerazione l’ipotesi di creare un negozio (o di trovarne uno esistente che si presti ad aiutarvi) per generare introiti extra. Optando per il fai-da-te potrete risparmiare sui costi stampando su ordinazione.
10) pensate positivo
Cercate il lato positivo di ogni cosa. Se è vero che solo i forti sopravvivono, allora duro lavoro e dedizione faranno la vostra fortuna. La prosperità economica e quella creativa sono anzitutto nelle vostre mani, perciò guardatevi allo specchio prima di dare la colpa agli altri e lavorate per costruire il vostro successo.
[Computer Arts - Luglio 2009]

“Le società intermedie sono le associazioni e le organizzazioni in cui l’individuo entra e di cui fa parte con gradi diversi di intensità, come i sindacati ma anche molti tipi di associazioni; mentre il termine istituzione, sociologicamente parlando, è un pò più forte e robusto perché si riferisce a qualche tipo di sistema sociale in cui si integrano dei valori, delle credenze, delle regole di comportamento, delle regole normative, oltre che delle motivazioni personali. Anche le istituzioni, come le società intermedie, stanno tra l’individuo e gli strati alti del potere e le autorità massime della società.
A tal proposito è in atto già da alcuni anni e tuttora in corso un processo politicamente preoccupante di erosione sia delle istituzioni che delle società intermedie. Ad esempio, i consumi di massa sfrenati e largamente superflui necessitano di una sorta di rapporto diretto con qualche modello, con qualche entità singola come ad esempio le star o altre figure pubbliche riconoscibili che saltano sia le istituzioni che le associazioni intermedie. Anche da un punto di vista produttivo e politico, per avere tanto produttori che consumatori non troppo irrequieti, più o meno adagiati nella loro condizione sociale e umana, è necessario avere un rapporto diretto tra l’individuo e qualche tipo di capo, di figura carismatica o di personaggio dominante. Gli autoritarismi e le dittature del secolo scorso hanno giocato esattamente su questo: uno dei primi interventi che sono stati fatti tanto in Italia quanto in Germania, ad esempio, quando i dittatori hanno preso il potere è stato quello di eliminare il più possibile istituzioni sociali intermedie affinché si configurasse il rapporto diretto tra l’individuo e il suo capo. In Germania, per ricordare che il 30 gennaio 2008 è stato il 75° anniversario della presa del potere da parte dei nazisti di Hitler, i primissimi interventi dei primi anni del potere consistettero nella demolizione della maggior parte delle istituzioni giuridiche, politiche, economiche che si frapponevano tra il capo e il singolo, che non aveva più nessun tipo di legame (non parliamo nè di famiglia nè di realtà locali), ma doveva obbedienza al Führer, al capo. In forme più miti, edulcorate e non così drammatiche, questo si ritrova anche in altri contesti. Nel contesto tedesco c’era una componente politica, militare e di razza, ma una formula abbastanza simile viene utilizzata per assicurare produzione e consumi di massa: il consumo di radio e televisione protratto per ventiquattro ore al giorno è un elemento importante del rapporto che fa saltare le società intermedie e le istituzioni. Il rapporto diretto con la fiction, l’intrattenimento o la telenovela è il passo, il segmento di un processo che collega il singolo individuo a autorità più o meno impersonali e talvolta impersonate che intrattengono il grande circo dei consumi e della produzione in tutto il mondo.
E questo è il peggior regalo che l’occidente abbia fatto al resto del mondo: incanalare, cioè, miliardi di persone sugli stessi modelli di vita e di consumo che noi abbiamo inventato e che fino a un certo momento erano fattori di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita, ma che al di là sono diventate forme di infantilizzazione e anche di asservimento politico.”
[tratto dall'intervista a Luciano Gallino - Comunicazione punto doc N°1 - Lupetti editore]

“Non ho mai avvertito la necessità di comunicare al mondo qualcosa. Solo dopo essere stato in Europa e negli Stati Uniti ho capito che il popolo giapponese vive in un sistema che isola le persone. Se non fai parte di un’impresa non sei nessuno. Quando sono tornato a Tokyo ho pensato che le persone sono come uova che si rompono contro un muro invincibile: il sistema”.
[Haruki Murakami - tratto dall'intervista su Il Venerdì N°1099 - 10 aprile 2009]

Da sempre compaiono parole che significano tutto e il contrario di tutto. Sono di moda. Tutti le usano. Il loro successo sta nella loro stessa ambiguità. “Mash-up”, per l’appunto, vuole dire “poltiglia”. Di origine musicale, forse giamaicana, la parola denota la pratica di campionare da brani differenti le linee del basso, degli alti o gli effetti sonori, per poi miscelarli in qualcosa che suoni in modo totalmente nuovo. L’hip hop fin dai primordi è una pratica mash-up. Oggi con questo termine si intendono anche applicazioni informatiche che traggono dati da più fonti poi accorpate in un tutto unitario. Non solo grazie a feed come Rss, ma anche ad applicazioni quali Google Mashup Editor. Non si tratta solo di una pratica tecnologica, ma anche e soprattutto sociale, a cui con sempre maggior interesse guardano anche i produttori di contenuti multimediali. Di rilievo pertanto, l’uscita di Link7, rivista di riflessione teorica di Mediaset, tutta dedicata alla questione del mash-up nella programmazione televisiva: da Blob al riutilizzo dei prodotti e delle immagini d’archivio, al loro uso selettivo su YouTube, tra repliche e remake di grandi classici. Una lettura importante, soprattutto se temperata con il saggio di Henry Jenkins, “Cultura Convergente” (Apogeo, 2008) che allarga lo scenario alle comunità online di fan, che si organizzano creativamente attorno a prodotti quali Matrix, Harry Potter, Star Wars, Lost, in una continua contaminazione di ruoli e significati.
[recensione tratta da WIRED - N°3 - maggio 2009]

Da pochi giorni mi trovo in Senegal. Il sole è una meraviglia e un forte vento dall’oceano tempera il caldo. [...] Tutti i rappresentanti delle istituzioni, gli opinionisti, gli intellettuali e gli scrittori fanno a gara a chi denuncia con più crudezza i responsabili accertati dell’epidemia di Aids in Africa… vale a dire gli omosessuali e le lesbiche. Una ong, che si chiama Jamra, capitanata dall’imam Massamba Diop, ha denunciato la presenza, alla 15^ conferenza sull’Aids, che si è tenuta in città nel dicembre scorso, “di lobbies omosessuali che si sono attivate per fare proselitismo malsano per un ennesimo tentativo di promuovere pratiche contro natura, le quali nemmeno gli animali, i più ripugnanti, oserebbero fare”. [...] Gli imam sono alla testa delle proteste contro l’aumento delle bollette dell’elettricità e contro la corruzione dei politici. Spesso, insomma, sono i protagonisti delle rivendicazioni più avanzate (denunciare le ingiustizie in Senegal può essere estremamente pericoloso…). Ma allo stesso tempo sono portatori di mentalità arcaiche, violente e strapiene di pregiudizi ignoranti e vergognosi: alcuni di loro hanno innescato un’aspra protesta per impedire che un gay dichiarato fosse seppellito con rito musulmano al cimitero. Certo, un coro di intellettuali, dalle pagine di Wal Fadjri, il quotidiano più accreditato del Senegal, si è levato contro i dignitari religiosi. Ma non facciamoci troppe illusioni. Lo scrittore Moumar Gueye, nell’argomentare, ha finito comunque per raccontare una storiella omofobica: “Da piccolo mia madre mi ripeteva: hai osservato le capre? hanno tutti i giorni il buco all’aria, ma non vedrai mai un montone montarne il culo”.
[Maurizio Polenghi - Diario - aprile 2009]

“Ma perché bisognerebbe cooperare? Gli studi sulla cooperazione hanno messo in luce che ogni qualvolta i soggetti in competizione (stakeholder con interessi differenti) hanno la possibilità di cooperare il risultato della cooperazione avvantaggia entrambi. La Game Theory ha provato a fornire le spiegazioni di tale comportamento e ha dimostrato che anche in un contesto altamente competitivo come quello del “dilemma del prigioniero”, la cooperazione basata sulla reciprocità sia sempre la strategia vincente. Questa strategia, denominata tit for tat, presuppone infatti di iniziare a cooperare e poi di replicare il comportamento del proprio partner, massimizzando il risultato della cooperazione.
Mentre nella Game Theory la cooperazione è una scelta “economica” intesa a massimizzare un risultato individuale, l’economia del dono, variamente intesa, presuppone la cooperazione solidale subordinata a un insieme di obblighi sociali e fattori non economici di cui si fa garante la comunità che dalla cooperazione si arricchisce. Al dono non è tanto associata un’idea di gratuità ma quella di un diverso modello di scambio, basato sulla reciprocità. La reciprocità è l’anello di congiunzione fra la cooperazione competitiva e la cooperazione elargitiva.
La reciprocità nel dono comporta una triplice obbligazione: dare, ricevere, restituire. Il dono presuppone una restituzione, quindi esiste una convenienza non immediata, nel donare. Esiste una obbligazione al dono quanto un interesse a donare.”
[Arturo Di Corinto - in "Parole di una nuova politica" - transform!Italia]

In una società della comunicazione i temi sensibili non possono che essere inquinati di troppe parole, di ragionamenti fuorvianti, di opinionismo dilagante, di espertismo da salotto televisivo. Quasi sempre la prima operazione da fare è liberarsi delle cornici nelle quali il tema è posizionato, evitare il ricatto dello schieramento fra punti di vista già confezionati, mettere in crisi tutto ciò che è dato come vero, interrogarsi sistematicamente su quale rapporto diretto col tema ha chi parla, confrontare il racconto con il proprio vissuto. Dopo questa azione ecologica, resta ben poco, emerge altro. Prendiamo gli adolescenti, meglio la loro rappresentazione in tre grosse casse di risonanza, coglieremo il rumore.
In questo momento in Italia ci sono continue serate di genitori, organizzate da loro associazioni, scuole o altri, che si interrogano sui figli. E’ un fenomeno endemico, molto diffuso e molto partecipato, singolare perché sono genitori (molto spesso madri) che rinunciano a stare a casa con i figli pur di seguire l’incontro con l’esperto, titolo che è capitato anche a me. Il paniere di domande che stanno attraversando le famiglie italiane con adolescenti è più o meno lo stesso: chi sono, cosa sono diventati, che possiamo fare. E’ una domanda onesta, molto sentita, il disorientamento è evidente, in alcuni casi drammatico. Il problema è che a seguire l’ordine del discorso si finisce per stigmatizzare, elencare ciò che i ragazzi non sono più o non fanno più, smarcare la propria adolescenza dai facili tempi attuali. E invece il nodo sono gli adulti, il ragionamento rimbalza su di loro, sulla loro crisi di magistralità, sulla loro debole esemplarità, sulla loro stessa fatica a reggere la corruzione (morale, nei consumi, nelle scelte di ogni giorno) di questi tempi, sulla loro indisponibilità a transitare dalla fatica del ruolo adulto, attratti come lo siamo tutti, adolescenti compresi, dalla soluzione immediata.  (…)
[di Stefano Laffi - tratto dalla rivista Lo Straniero - N°104 - febbraio 2009]


E’ mancata a Bologna, negli ultimi anni, qualsiasi forma intelligente di intervento a favore della creazione di spazi sociali intesi come luoghi di aggregazione. Il bilancio dell’amministrazione uscente, targata Sergio Cofferati, porta sul groppone anche la chiusura di due importanti esperienze giovanili cittadine: il Livello 57 e il Link Project. Alcuni accordi, sempre in nome della legalità (questo è stato il filo rosso che ha caratterizzato questo mandato – lavavetri, degrado, proibizionismo, coprifuoco, spazi pubblici vietati alle manifestazioni, etc) hanno portato a trasferimenti di altre realtà, poiché occupavano spazi privati. Una gestione che può essere paragonata a un qualcosa che sta a metà tra il padrone di casa (o padrone della città) e il gendarme che ti sculaccia, ti processa, ti punisce. Questo è il riassunto in breve di quelle che possiamo chiamare politiche pubbliche per gli spazi di aggregazione giovanile in città. Bisogna considerare che la delega “ai giovani” è stata mantenuta dal sindaco fino al 2008, quando fu deciso di aggiungerla ad un’assessora, la quale è stata solo in grado (a detta sua) di fare un censimento dell’esistente. In pratica in cinque anni di governo cittadino, per i primi quattro anni si chiude, si punisce, si desertifica, e nell’anno finale si assume qualcuno che stili il nuovo elenco di ciò che è rimasto.
Costruire percorsi culturali e sociali in ambito giovanile è un’attività molto complessa e delicata. Ci vogliono anni di sperimentazione perché un modello possa prendere piede e funzionare coinvolgendo un gran numero di utenti. E’ molto facile puntare una pistola e gridare “tutti fuori di qui”, e lasciarsi dietro il nulla. Un’amministrazione comunale non può essere il nemico da cui difendersi. Non è possibile in ambito locale attivare dinamiche di antagonismo tra i diversi attori in un settore come questo. E’ assurdo trattare con i centri sociali usando il manganello. Se si è degli incapaci, nonostante si è stati eletti dal popolo alla carica più alta della città, bisognerebbe avere l’accortezza di tacere o lasciar fare a chi in qualche modo ha dedicato la sua vita al funzionamento di iniziative e progetti in tale ambito. Invece no, si è preferito il polso duro con alcuni e la viscida delazione e connivenza con le forze dell’ordine per annullare in pochi minuti esperienze irripetibili.
Livello 57 chiuso per spaccio. Link Project chiuso per spaccio. Nel primo caso l’accerchiamento che il centro sociale ha subìto è stato vergognoso. Come da copione, si presenta l’esercito all’improvviso e attiva lo sgombero, facendo in modo che il loro avvocato, presente in loco, venisse arrestato per possesso di stupefacenti ritrovati sul pavimento sotto la sua finestra. Neanche la fantasia di Andrea Pazienza è riuscita a dipingere una situazione così imbarazzante di fronte agli occhi di tutti. Nel secondo caso, durante un inizio serata, con pochissime persone presenti, un giovane si sente male. In ospedale gli verrà estorta una confessione di acquisto all’interno del Link Project di sostanze stupefacenti non identificate. Risultato: fine dell’esperienza Link.
Per la memoria collettiva è giusto ricordare anche l’esperienza unica del periferico Ca.Cu.Bo., ovvero una serie di impianti di refrigerazione industriale inutilizzati da tempo, che settimanalmente venivano adibiti a location per un evento che coinvolgeva migliaia di giovani. Anche lì scattarono i sigilli a causa di una ragazza che si sentì male “per aver bevuto da una bottiglietta trovata lì per caso”. Un luogo che per mesi è riuscito a costruire un network nazionale che vedeva arrivare in città frotte di persone per partecipare a quell’esperienza, è stato demolito affinchè non potesse più essere riutilizzato. Pur di evitare di occuparmi ancora di questo luogo, lo demolisco. Diabolico direi.
Questa la lungimiranza e l’approccio degli ultimi anni di amministrazione pubblica locale. Questa la famosa intelligenza, tolleranza e apertura della rossa Emilia. Di rosso, secondo me, a questo sindaco uscente sono rimaste solo le mutandine che indossa a capodanno, sperando che lo festeggi poco rumorosamente, con poco alcol e a letto presto come il suo pargolo.
Il coraggio di tenersi la delega alle politiche giovanili, tra l’altro denominata “Pace e politiche giovanili” affinché la presa in giro diventasse totale, sarà materia di studio psicanalitico nei prossimi tempi: infondo l’irrisolto problema del padre/padrone in quale altro ambito andrebbe risolto?
E’ nauseante ricordare ogni volta che i giovani sono il futuro, che i giovani rappresentano l’investimento più significativo che si possa fare, che i giovani sono gli eredi di ciò che è stata la nostra idea di società. Per questo i giovani devono avere la possibilità di creare, sperimentare, confrontarsi, osare, disobbedire, costruire. Per fare tutto questo c’è bisogno di spazio. Fisico e mentale. In entrambe le declinazioni lo spazio è stato arginato, laddove non disintegrato. L’amministrazione pubblica non può nascondersi dietro il dito mozzato della mancanza di fondi, perché per molte azioni non c’è bisogno di denaro. E l’amministrazione non può nemmeno continuare a progettare senza il coinvolgimento diretto di esperienze giovanili significative.
Vivere la città come organismo è quello che mi hanno insegnato da quando ho iniziato le elementari in Emilia. Ad esempio è da sconsiderati non tener presente che alla chiusura di grandi e coinvolgenti spazi come quelli che ho citato prima, non corrisponda una reazione in città tale da mettere a disagio la gestione degli spazi rimanenti. Cito l’esempio del Cassero – gay lesbian center – il quale in poco tempo si è ritrovato, durante l’amministrazione Cofferati, ad essere l’unico spazio sociale aperto dentro le mura. E quindi a diventare punto di riferimento per chiunque, ovvero anche per quelle persone che non hanno scelto di andarci, ma ci vanno per via dell’effetto oasi nel deserto. Questo ha creato notevoli disagi al Cassero, in termini di gestione della sicurezza, di accoglienza di un pubblico privo di rispetto nei confronti delle persone omosessuali, e soprattutto di totale assenza delle istituzioni su questo fronte. L’unica figura pubblica con cui il Cassero si è ritrovato a fare i conti regolarmente è il gendarme di turno che arriva a comunicare che c’è troppa gente o troppo casino. Fine. Secondo la logica cittadina di gestione degli spazi sociali potremmo aspettare la fine dell’esperienza Cassero al primo utilizzo esagerato di droghe del primo arrivato. E ventisette anni di esperienza collettiva vanno a farsi friggere. Vogliamo parlare poi delle persone che si riversano al Pratello? Dove pensano possano andare i giovani, anche solo a bighellonare (perché i posti attrezzati a fare dell’altro sono stati addirittura demoliti)? Troppo vociare, troppe bottiglie rotte, troppa droga. I proprietari delle case acquistate anni fa con due lire, ora si sentono cittadini promossi ad un buon livello di borghesia rispettabile, quindi la zona dedita storicamente al trascorrere tempo per strada diventa la zona in cui bisogna rispettare il riposo degli altri. Chi ha assecondato questa trasformazione di quella via? Con quale idea organica della città?
C’è un problema di fondo, e coincide con il saper leggere le esigenze di un’intera generazione. Trovo scandalosa la distanza che c’è tra il linguaggio della politica e quello delle nuove generazioni. Il divario è talmente grande che l’unica cosa significativa che l’amministrazione locale riesce a fare è delegare all’Università l’analisi di questo stesso divario. Se uno spazio aggregativo contiene al suo interno nuovi linguaggi e il suo interlocutore col manganello non li capisce, il finale è prevedibile. Se i giovani vanno indirizzati verso percorsi sani, quali sono gli strumenti messi in campo per comunicare con loro? Il signor Giuseppe Paruolo, assessore alla sanità e alla comunicazione, è riuscito a spendere denaro pubblico per una campagna (nel mese di agosto) sulla prevenzione hiv, che consisteva in un manifesto che riportava un preservativo in una scatola poggiato su una spiaggia con la scritta proteggetevi. Evitando accuratamente l’utilizzo esplicito della parola “preservativo”, nonostante le associazioni con cui si era consultato premessero per un messaggio più diretto. Risultato: qualche giorno in una città vuota, un manifesto, che doveva parlare soprattutto ai giovani, si è confuso tra le pubblicità delle creme abbronzanti. Intanto il 25 maggio 2009, sul fronte accademico, sarà l’Università di Modena e di Reggio Emilia a interrogarsi sul rapporto tra “Danza, Neuroscienze, transmedialità”. Il buon senso consiglierebbe all’amministrazione locale una via di mezzo tra questi due modi pubblici di parlare ai giovani. Ricordiamoci che i giovani sono in grado di sviluppare idee e mettere in piedi progetti concreti capaci di scardinare il normale corso della nostra confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-società.


il sito della lista in cui sono candidato per la carica di consigliere comunale

SINISTRA PER BOLOGNA

SINISTRA PER BOLOGNA


Questa sera si terrà al Cassero – gay lesbian center - un incontro politico speciale: quattro dei numerosi candidati lgbt presenti nelle varie liste del prossimo election day (amministrative ed europee) si mettono a confronto sui temi e programmi che li riguardano. L’incontro sarà moderato da Franco Grillini, il quale essendo stavolta fuori dai giochi elettorali sfodererà la sua pungente curiosità nelle vesti di direttore di gaynews. La stampa locale oggi non si è degnata di riportare l’appuntamento nemmeno tra le righe dedicate all’agenda cittadina. Sono riusciti a pubblicare di tutto. E riguardo i candidati sindaci riescono a costruire notizie di apertura in prima pagina anche con vere e proprie non-notizie, come ad esempio oggi il fatto che Guazzaloca per distrazione non si è aggiudicato tutti gli spazi pubblicitari che poteva ottenere e dovrà quindi accontentarsi della metà. Machissenefrega. Ma sappiamo bene che l’omosessuale fa notizia solo quando riesce a scatenare la pruderie nazionalpopolare sempre pronta ad entrare in azione alla vista di un trucco eccessivo, di un tacco, di una coscia o di ambigue e patinate immagini che sono “quelli lì” possono arrivare a concepire. All’interno di un quotidiano locale che importanza possono avere un Sergio Lo Giudice, una Cathy La Torre, un Maurizio Cecconi e il sottoscritto (Bruno Pompa) intervistati da un Franco Grillini? Probabilmente gli omosessuali che parlano tra loro è meglio che resti un evento a porte chiuse. La vera notizia oggi la dà il Sole 24 Ore: Fini incontra le associazioni gay nazionali, perché ha deciso che oltre a essere diventato partigiano, laico, femminista, multirazziale, ora è il momento di diventare il paladino dei diritti civili e quindi confezionare sta benedetta legge sulle unioni civili che nessuno al governo finora è stato in grado di far approvare. Eh si, i tempi cambiano. Gli operai votano a destra, il perbenismo si è impadronito della sinistra (paralizzandola) e i mass media ormai riescono solo a vedere il sensazionale, il sopra le righe e la quotidiana stravaganza della battuta del giorno. Le analisi, quelle vere e tediose, vanno relegate sulla stampa specializzata. E l’incontro di stasera si preannuncia carico di tedio e specializzazione, stando al trattamento che ci hanno riservato i giornali. Non sarà certo un tracollo economico per questi quotidiani, ma da oggi leggerò solo testate che non hanno la cronaca locale. Un lettore rompicoglioni in meno non può che far bene al sistema dell’informazione da queste parti. Il voto dei gay e delle lesbiche in questa città non si forma certo su quelle pagine, cariche di indicazioni politiche esplicite, di slogan che inneggiano all’ultimo sondaggio, di notizie cariche di insulti-scazzottate-violenze (l’arena politica degna di nota ormai passa anche da queste manifestazioni di banale demenza). I gay e le lesbiche forse non hanno alcuna rilevanza politica, ma restano una minoranza attiva, capace di individuare nella società odierna ricette in grado di migliorare la convivenza civile. Forse siamo così demodé, e lo siamo a tal punto da dover continuare a raccontarcele da soli in privato certe cose. Il pubblico ha bisogno di altro: veline, lasagne, cartelle cliniche di candidati, numeri, grafici, marci e bboni.
“Il nostro programma è all’insegna dell’ovvio: vogliamo pensioni piu’ alte per i nostri anziani e un futuro migliore per i nostri bambini. Chi vorrebbe il contrario?” recitava così Alessandro Fullin in un comizio spettacolo scritto per The Italian Miss Alternative. Ora che c’è Fini a darci le unioni civili e ora che tutti i media recitano lo stesso mantra, attenderemo con ansia l’annuale occasione di travestitismo estremo per riavere quel riflettore pubblico che ci vuole animali da palcoscenico o militanti in provetta.

La registrazione dell’incontro sarà disponibile da domani sul podcast del Cassero. Buon ascolto.


MY DESKTOP (4)

11Mag09

Chill out domenicale spulciando tra il materiale presente sulla mia scrivania.

Il numero di maggio della rivista musicale tedesca Groove. Non parlo tedesco, l’ho presa solo per il cd allegato. Ottima selezione musicale al prezzo (rivista inclusa) di 3,90 euro. In Germania sanno cos’è una politica dei prezzi per favorire il mercato e disincentivare la pirateria. Qui i nostri addetti ai lavori sanno solo aprire la bocca per prendere aria, sostenendo demagogiche strategie, infarcite di stronzate legate alla pedofilia. Infondo, l’effetto velina-bionda-che-non-vuol-dir-nulla da qualche parte doveva farsi sentire. Se avete amici che tornano dalla Germania, vi consiglio di commissionare l’acquisto. Non ve ne pentirete.

Il Corriere della Sera ha confezionato un prodotto editoriale in vendita in allegato al quotidiano ogni martedì. Si tratta delle Fiabe Sonore. Un tuffo nella memoria collettiva infantile. Le fiabe che ci hanno insegnato e raccontato il mondo per la prima volta. Sempre uguali. Dove il bene e il male sono distinti nettamente. Capaci di rassicurare la confusione di qualsiasi bambino, che le ascolta e le riascolta. Un rito orale che ci ha insegnato a prestare attenzione ad una complessa casistica e che dovrebbe continuare ad essere tramandato nelle generazioni con massimo rispetto. La prima uscita è stata Il gatto con gli stivali, la storia di un anziano signore che lascia un mulino e un asino ai suoi primi due figli, e al terzo solo un gatto. “Tu caro mio, devi fare solo due cose, procurarmi un paio di stivali ed affidarti al mio ingegno, altro che fame! Fra tre mesi saremo a corte!”. A mille ce n’è. Ultima uscita il 20 ottobre.

La scorsa settimana a Berlino ho fatto un salto nella mia libreria preferita; è difficile stabilire un primato del genere in una capitale ricchissima di offerte per gli amanti dell’editoria in genere. Ma questa libreria ha qualcosa di speciale, sarà l’atmosfera, l’attenzione ai temi contemporanei, il saper dosare perfettamente i topic che frequento di più. Non so dirlo esattamente. Comunque ho acquistato due riviste a tematiche omosessuali. La prima è la quinta uscita di “They Shoot Homos. Don’t They?”, questo è il titolo della rivista. Ed è un monografico dedicato ad artisti omosessuali sieropositivi. Una carrellata di articoli, interviste e foto di opere e installazioni davvero impressionante nonostante siano solo un centinaio di pagine. La rivista include un cd audio confezionato ad hoc, contenente 16 brani musicali di musicisti gay, tutti concessi gratuitamente alla rivista per questa monotematica confezione. La seconda è il numero primavera / estate di “Fantastic Man“. I cultori di “Butt” sapranno che quegli snobissimi redattori producono anche questa rivista più patinata rivolta all’omosessuale in carriera o arrivato. Professionisti di ogni genere si susseguono negli articoli, che sembrano dei veri e propri redazionali di moda. Insomma, due prodotti editoriali che nel nostro panorama italiano non riusciamo nemmeno a concepire, figuriamoci a realizzare e distribuire.

In una busta traslucida che pubblicizza lo shopping museale è contenuta una nutrita rassegna stampa che io e il mio amico Vincenzo abbiamo selezionato a Perugia nei giorni del Festival del Giornalismo. Ogni mattina compravamo circa sei o sette quotidiani. Abbiamo imparato così a conoscere la stampa locale (che tra l’altro ha un prezzo di copertina inferiore all’euro nazionale per il fatto di essere una zona ex-terremotata). Non potendo descrivere ogni articolo per questioni di spazio, mi limiterò a fare un breve elenco e a rimettere tutto il malloppo nella busta, spedendolo a futura memoria: così almeno ricorderemo cosa c’è lì dentro.
Maurizio Costanzo che si indigna sull’ennesimo episodio di omofobia. Alessio De Giorgi che sostiene che il movimento gay dovrebbe essere politicamente più a 360°, ovvero aprirsi alla destra. Inserto del Riformistale nuove ragioni del Socialismo“. Una recensione di Michele Bellucci sull’arrivo a Perugia del dj Rampa direttamente da Berlino. Stefano Di Michele che parla di un ritorno della contestazione sottoforma di caccia al ricco, sulle pagine de Il Foglio. Gaia Cesare, sempre su Il Foglio, sostiene che la pornografia tra i rimborsi spese dei politici non aiuta certo a risollevare l’economia. Il Corriere dell’Umbria riesce a far passare la tragedia degli oltre 200 dispersi in mare come un successo “Nave italiana salva 350 naufraghi”. E nelle pagine interne il titolone è “Salvati dalle acque”. Il buffo di questo quotidiano è che riesce anche a raggiungere picchi di cronaca che solo in provincia sono possibili: “Trans tradito dalla fede” ovvero un transessuale ricercato si reca in pellegrinaggio a Santa Rita da Cascia e viene riconosciuto e arrestato. Repubblica intanto dedica una pagina a una cubista diventata suora, e che continua a ballare insegnando danza contemporanea. Sempre da Repubblica un pessimo esempio di giornalismo che punta al sensazionalismo razzista: il caso del bus per soli immigrati di Foggia. Donald Sassoon in un’intervista all’Unità sostiene che la crisi riporterà xenofobi ed estremisti in scena. Repubblica e Corriere riportano una cronaca dell’elezione di Gustavo Raffi a Gran Maestro della massoneria. Ci siamo incuriositi a questo fatto, perché non si è capito come, ma il suo nome era legato al Gay Pride. Indagheremo. Corriere dell’Umbria e Libero per simil vocazione danno risalto alla notizia relativa all’evoluzione delle corna, ovvero che un coniuge su due tradisce e sempre più spesso con omosessuali. Peccato poi che la percentuale di questi tradimenti gay che fanno notizia si assestino solo intorno al 7%. La Stampa recensisce un pamphlet di Paolo Fores D’Arcais, ovviamente contro la Chiesa. Il massimo invece appare in prima pagina sul Corriere: un’analisi delle gaffe e delle battute del nano di Arcore interpretati da Francesco Verderami come strategia premeditata dai suoi spin doctor; sentire i retroscena delle sue posizioni da un’amica che lavora nella stessa redazione è davvero esilarante. Il festival di giornalismo è anche questo. Un Beppe Severgnini che recensisce una collana in allegato al Corriere sulle città d’arte, incitando al microturismo. E L’Unità che punta a una conversazione con Giorgio Bocca sulla carta stampata in crisi. Il Giornale punta invece su una delle migliori veline della politica, Gabriella Carlucci, che stavolta ci intrattiene con una proposta di legge sul teatro. Valentino Parlato in prima pagina sul Manifesto ci ricorda che il capitalismo fatto di padroni invisibili è un segno di indebolimento del sistema; infatti la rabbia si sta scatenando contro i manager. Sempre sul Manifesto un’intervista a Armand Mattelart sulla società del controllo e della sorveglianza.  Dalle pagine riservate alla cultura di Repubblica Luce Irigaray analizza il diffuso sentimento di paura nella società contemporanea. Infine Aurelio Mancuso, presidente nazionale di Arcigay, rilascia un’intervista a Il Giornale come reazione e risposta alla vicenda che ho già trattato qui. Insomma abbiamo trascorso quei cinque giorni a Perugia trasformando la nostra stanza in albergo in una piccola emeroteca (ho tralasciato l’elenco dei numerosi mensili e settimanali di cui ci siamo ingolfati). Quanto meno siamo riusciti a mantenere informati gli addetti alle pulizie di quel jazz hotel.

Si è fatto tardi, continuerò a mettere in ordine un’altra volta.


CANDIDATURA

20Apr09

E’ la prima volta che mi candido. O meglio, che lo faccio a livello istituzionale, con tutte le formalità del caso e in riferimento ad una cittadinanza così allargata. Finora le mie esperienze di candidatura sono state quelle durante gli anni del liceo, per il consiglio d’Istituto, e quelle all’interno del Cassero, per il consiglio direttivo del circolo.
A scuola, ricordo che la prima prima volta fu davvero precoce, frequentavo il secondo anno di liceo scientifico, e la prof di latino apprese della mia candidatura dai manifesti appesi nei corridoi. Entrò in classe e mi fece avvicinare alla cattedra. Iniziò la sua lezione spiegando che nell’antica Roma i candidati alle elezioni si presentavano vestiti con una lunga toga bianca (candeo = biancheggiante, candido), più bianca di tutte quelle che circolavano in città, per distinguersi e farsi riconoscere in quanto tale. Fu una lezione che non dimenticherò, ma che non ho mai applicato alla lettera.
Lo scenario contemporaneo delle elezioni politiche, amministrative ed europee non contempla questo livello di comunicazione. Oggi si tende a comunicare attraverso tutti i media a disposizione, cercando di rispettare la par condicio. E così la distinzione tra uomo comune e uomo candidato sta solo nella presenza del proprio faccione su stampe e schermi.
Certo, andare in giro per la città di bianco vestiti sarebbe stato più divertente, e avrebbe dato la possibilità a tutto il popolo di avvistare e avvicinare i candidati. La politica vis a vis avrebbe comunque comportato una serie di scorrettezze, prima tra tutte quella di ingozzare il pubblico investendo in pranzi e cene luculliane: lo svantaggio della vecchia democrazia più diretta pare sia stato appunto quello di avvantaggiare i candidati ricchi.
Che orrore! Molto meglio la mediatica democrazia odierna!

Tra qualche giorno metterò online il mio sito elettorale, sperando che l’approccio offerto dalla rete risulti davvero la nuova frontiera democratica e egualitaria. (Digital Divide a parte)

SINISTRA PER BOLOGNA - lista per il Comune di Bologna

SINISTRA PER BOLOGNA - lista per il Comune di Bologna


[lancio di agenzia passatomi poco fa da un'amica giornalista]:


(DIRE) Bologna, 15 apr. – Una situazione di “violenza visiva
anche sui minori”. Con queste parole Maria Cristina Marri,
consigliera comunale della Tua Bologna e segretario provinciale
dell’Udc, denuncia oggi in Consiglio comunale a Bologna un caso
di prostituzione omosessuale al Navile. In via Faccioli e in via
Guarducci, spiega Marri, diversi cittadini hanno segnalato
un’attivita’ di “prostituzione omosessuale, anche in pieno
giorno. E’ una situazione inaccettabile- protesta in aula Marri-
perche’ visibile a qualsiasi ora del giorno e da qualsiasi
persona. E’ una violenza visiva, anche sui minori”. Dopo aver
segnalato il caso in Consiglio comunale, aggiunge Marri,
“informero’ gli assessori competenti del Comune e chiedero’
l’intervento di Questura e Prefettura”.

18:11 15-04-09

Credo che Maria Cristina Marri abbia passeggiato poco lungo quelle vie. Io le ho percorse in lungo e in largo, e ho potuto scambiare qualche saluto con amici incontrati per caso. Con alcuni mi sono anche fermato a bere un caffè. Eppure, nonostante io sia dichiaratamente gay, nessuno di loro mi ha fatto proposte di carattere economico. Le persone omosessuali hanno sviluppato nei millenni un’attitudine affinché sia possibile incontrarsi e riconoscersi in qualsiasi posto, metropolitano o provinciale. In alcuni casi, per tradizione, esistono luoghi appartati in cui incontrarsi, così come esistono analoghi luoghi specializzati nello scambio di coppie eterosessuali; ma tutto questo avviene lontano dagli occhi sia della consigliera Marri che dei suoi bambini. Non si tratta di prostituzione. E laddove dovessero esserci scambi di denaro nei rapporti interpersonali in corso, non capisco come tutto questo possa turbare il “buon costume”: sfido chiunque a parlare di decoro, indecenza o di oscenità nei luoghi in cui le persone omosessuali si incontrano. Le affermazioni diffamanti della Marri riconducono inevitabilmente alla morbosità propria della cultura politica cui appartiene, capace di affrontare la questione solo con precetti e imperativi come quello di far dormire i propri figli con le mani fuori dalle lenzuola per evitare il contatto col proprio sesso. Se la Marri vuole conoscere meglio il mercato dello scambio di sesso omosessuale per soldi, ha sbagliato indirizzo. Ma se non riuscisse a frenare la morbosa curiosità, sarò lieto di indicarle anche i luoghi più reconditi dove bravi padri di famiglia sono soliti consumare il proprio vizio lontano da sguardi indiscreti. Quello che accade alla luce del sole non puo’ essere ricacciato nell’ombra per puro bigottismo. La Marri se ne faccia una ragione.

Bruno Pompa


AFFARI TUOI

27Mar09

Da qualche settimana ho deciso di seguire con attenzione la stampa italiana di destra. Si, quella stampa che solitamente si snobba come un caffè fatto male, oppure come un fastidioso viaggiatore con cui dividere lo stesso scompartimento. Ho deciso insomma di accontentarmi di altri sapori e di incuriosirmi a quelle argomentazioni capaci di fidelizzare molti lettori di questa italietta. Tra le varie testate ho iniziato ad acquistare tutti i giorni Il Giornale, e cerco di stare appresso anche agli aggiornamenti online attraverso i suoi RSS. A parte qualche appunto sulla nuova veste grafica della versione cartacea, che preferivo classica e austera com’è sempre stata, devo ammettere che alcune inchieste e gli svariati spunti che offrono le pagine culturali non mi hanno mai fatto rimpiangere finora l’euro investito. Conservando ritagli e salvando articoli in digitale, ho potuto constatare facilmente che un leitmotiv è sicuramente l’annichilimento sistematico dell’associazionismo italico, e in particolar modo di quello di sinistra. D’altronde cosa aspettarsi da un organo di informazione che nel suo colophon riporta Paolo Berlusconi, Luna Berlusconi e Alessia Berlusconi come vertici della gerenza? Ma nelle ultime ore le mie forbici si sono imbattute in un’intervista a Daniele Nardini sul bilancio consuntivo di Arcigay del 2008. Un argomento abbastanza tecnico, e soprattutto che mi aspetterei di trovare su una mailing list interna all’associazione, come di solito accade in questi casi, affinché il dibattito possa soddisfare le curiosità più sfrenate e i dirigenti possano essere interrogati su metodi e prassi poco accette. Leggo l’intervista e mi rendo conto che porta la firma di Paolo Beltramin, ovvero il nome più ricorrente della testata nel processo di annichilimento sistematico dell’associazionismo di sinistra. Di solito la firma la leggo prima di avventurarmi nel corpo degli articoli. Ma stavolta è stato irresistibile spulciare subito tra le risposte di un “Io, gay, vi racconto la casta Arcigay”. In un primo momento pensavo avessero ridato la parola a Povia. Peccato non si trattasse di questo. Mi son trovato per la prima volta di fronte alle parole del “direttore editoriale di gay.it”: un sito creato da militanti dell’Arcigay nel 1996, che ebbe la lungimiranza di concentrare in quel facile dominio, non una casta, ma un movimento. E che nel 2000 venne quotato in borsa, e nel 2001 si ritrovò a ospitare i banner per la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. In seguito a queste scelte politiche molti circoli e realtà del movimento per i diritti civili salutarono elegantemente l’esperimento e si collocarono su altri server e indirizzi. Ricordo un intervento dell’allora presidente del Cassero di Bologna Samuele Cavadini che tentava preventivamente di esternare lo sdegno di fronte a tanta pochezza. Ghei punto it, come molti suoi interlocutori commerciali la scriverebbero, si ritrovò a vendere il corrispettivo di tette e culi del mondo gay. Forti di una collocazione dominante nel panorama dei media, che ti vuole prono ai suoi disegni politici e di comunicazione, i gestori del sito si trasformarono da elementi importanti per la crescita del movimento, a un misto di bottegai di riviera, ma titolari di un circolo Arcigay e di un grande sito quotato in borsa. Questo si che fu un fallimento per il movimento gay. Quando in Parlamento i partiti ti concedono un solo seggio, che porta il nome di Franco Grillini, non possiamo lamentarci del fatto che lui poi non sia riuscito a portare a casa nulla, quando il portale-super-strafigo-di-sta-minchia punta a raccattare click mettendo in prima pagina il sondaggio “quanto ce l’hai lungo?”. Eppure sembra che la direzione editoriale di seconda generazione sia pronta a denunciare con un dossier e con un’intervista tutti i fallimenti di un’associazione, che in sintesi si riducono a una partita sfigata di Affari Tuoi (per i profani, il gioco dei pacchi su raiuno). Se vogliamo parlare di efficacia delle politiche per il riconoscimento dei diritti civili delle persone omosessuali, non possiamo farlo parlando dei rimborsi spese viaggio e hotel dei dirigenti di un’associazione, o meglio, lo si deve fare nei luoghi opportuni per la risoluzione di questo metodo gestionale, ma non certo utilizzando i media nazionali, mettendo in ridicolo, diffamando e dando giudizi da bar su un’associazione che conta al suo interno molte intelligenze, molti sforzi e molte speranze. Il panorama odierno è preoccupante, e su questo non voglio fare retorica, ma l’omofobia in cronaca e i preservativi in prima pagina li ho letti un po’ dappertutto. Dal direttore editoriale di un “grande” sito web mi aspetto idee, analisi appropriate, addirittura comparate con le esperienze di altri paesi. Mi aspetto un punto della situazione sulla questione comunicazione, e su come essa viene gestita all’interno di un movimento che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. E invece no. Mi trovo di fronte alla pochezza di cui sopra. Ad un incuriosirsi a vicenda tra media votati alla cultura della fuffa. Infondo, diceva Brecht “quando la stupidità dilaga, diventa meno visibile”. Nel 2001 smisi di digitare gay.it. Mi è venuto molte volte lo scrupolo di aver preso una decisione troppo drastica. Oggi finalmente ho avuto la conferma di aver fatto una scelta giusta. Continuerò a seguire la sua voce sulle pagine de Il Giornale.


Per combattere le eresie la Chiesa ha da sempre adottato metodi censori e proibizionisti nei confronti della libera circolazione delle idee, proibendo di leggere o conservare opere considerate eretiche a suo insindacabile giudizio. In questo lungo e triste filo conduttore, rintracciabile in molti periodi della storia, la Chiesa è giunta addirittura a proibire anche la lettura e il possesso della Bibbia ai laici, ovvero al popolo. Stando all’etimologia, eretico è colui che compie una scelta in genere contrapposta ai dogmi su cui si fonda una religione. Una scelta che fa dell’eretico una fazione da combattere. E trattandosi di fede e di pensiero, il libro rappresenta il terreno privilegiato per questa battaglia. Se la Chiesa si fosse limitata a pubblicare un Indice ricco di recensioni negative e consigli per la lettura destinati al buon cristiano, probabilmente in questo momento gran parte dell’umanità avrebbe già da tempo assimilato i principi base di ogni possibile progresso. Purtroppo, la Chiesa, non solo non ha svolto alcuna attività culturale in tal senso, ma si è proprio accanita con ogni mezzo contro chiunque mettesse in discussione la sua verità e il suo potere. E’ riuscita a devastare con prepotenza ogni forma di diversità che ha incrociato sul suo cammino, avvalendosi dell’aiuto sanguinario di molti eserciti ad essa devoti. Sarebbe solo inutile retorica mettersi qui ad elencare le sciagure umane cui la Chiesa ha orgogliosamente contribuito. Nessuno oggi è disposto a pensare a quelle vite e a quelle menti come martiri di un processo evolutivo che potrà dirsi libero solo “quando l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduta sull’ultimo prete” (Emile Zola). Una delle più importanti istituzioni religiose che l’uomo abbia mai conosciuto si è rivelata nel corso della storia una delle più grandi palle al piede per la crescita e lo sviluppo della civiltà. Ad essa possono essere imputati tutti i ritardi che ancor oggi sono evidenti sotto gli occhi di tutti, dall’analfabetismo all’affermazione dei diritti umani, dall’emancipazione femminile al superamento dell’odio interreligioso ed interrazziale. Un’istituzione che si professa portatrice del messaggio cristiano e che ha consapevolmente partecipato allo sterminio di esseri umani non allineati in moltissime occasioni nella storia. E dove la storia è riuscita a punire le organizzazioni politiche che hanno commesso reati contro l’umanità, la Chiesa l’ha sempre fatta franca. Solo in alcuni sporadici, anzi spudorati casi è riuscita a chiedere scusa. E stando all’attualità più sfrenata possiamo leggere su qualsiasi quotidiano del mondo quali sono le priorità della Chiesa oggi: cellule staminali, procreazione assistita, eutanasia, terapia del dolore, unioni civili, aborto, contraccezione, uso del profilattico. Sarebbe troppo difficile oggi proibire la lettura della Bibbia o strizzare un occhio a regimi totalitari che torturano e uccidono i propri avversari. Oggi è necessaria una certa cautela. Anche il più stupido dei cittadini del mondo si accorgerebbe da che parte sta il Bene. L’unico terreno rimasto oggi è quello dove il buon senso non riesce a formarsi, quello in cui si annidano paure e pregiudizi: la libertà scientifica e la libertà personale. Peccato che ormai sempre meno persone continuino a credere alle favole. E se un pontefice cerca di varcare la soglia di un Ateneo per un saluto alla comunità scientifica, anche in Italia si ha il coraggio di rispedire al mittente una serie di affermazioni in pieno stile oscurantista medievale, come quelle che fece Joseph Ratzinger nel 1990, quando dirigeva l’ultimo baluardo dell’Inquisizione, chiamata Congregazione per la dottrina della fede. Chissà se oggi hanno imparato a recensire come si deve qualche libro o se hanno ancora quella vocazione che ogni piromane che si rispetti conserva nel suo DNA. In ogni caso qui potete farvi un’idea di quel che l’Inquisizione oggi ritiene degno del suo intervento.
Nel mio piccolo, provo a dare un’indicazione libraria. Fresco di stampa per i tipi di Laterza, Vladimiro Polchi ha pubblicato un vocabolario laico “da Aborto a Zapatero”: un’utilissima rinfrescata ad alcuni concetti che sembrano aver perso smalto nelle nostre coscienze, e che invece rappresentano proprio il terreno su cui fondare una sana idea di progresso. Da questo libro è nato anche un blog “la Breccia.it” che si pone come obiettivo quello di allargare l’ampiezza delle definizioni e delle testimonianze cui tutti possono contribuire. Buona lettura a tutti e a tutte.


E’ tempo di crisi. Lo si legge ovunque e se ne sente parlare sempre più frequentemente. Abbiamo anche imparato tutti che questa crisi ha dapprima colpito i vertici del capitalismo (alta finanza, speculazioni e anfratti ad altà densità di liquidità lontani dalla comune esperienza economica), e tra poco, come fosse una vendetta capricciosa, toccherà a tutti pagarne le conseguenze, come se le conseguenze della suddetta prosperità non ci toccassero già abbastanza. L’immediata reazione dell’uomo comune, e non quella dei superman dell’economia, è stata di frenare il più possibile i consumi. Meno carburante, meno automobili, meno cibi in eccesso, meno arredi. Sembra quasi la descrizione di un mondo migliore, e soprattutto più consapevole del proprio vizio smodato di dare fondo a ogni barile, e sempre più spesso raschiarne il fondo. Intanto le previsioni economiche assomigliano ogni giorno di più alle previsioni del tempo. Si, al meteo. Variazioni minime, valori nella norma. Si parla di pessimismo, di recupero di una serenità a partire dalla seconda metà del 2010. Le minime all’estero sono più basse di quelle nostrane solo in alcuni sporadici casi localizzati nell’Europa dell’Est. Ma anche le strategie per venirne fuori, dettate dai più illustri specialisti e istituti del settore, appaiono un pò come il ricettario di Nonna Amelia. Se il mercato impazzisce come una maionese non si può far altro che sperare che si riprenda aggiungendo altre uova. Gli intramontabili luminari di Confcommercio arrivano anche a lamentare che la colpa è delle mancate liberalizzazioni di alcuni settori strategici se l’Italia non riparte.

Eppure in questo clima minaccioso per le nostre tasche e per il nostro futuro, un segnale di speranza ci arriva forte e chiaro: i consumi per il tempo libero sono in rialzo di circa il tre per cento. Tutto crolla miseramente e si fa fatica a capire come se ne verrà fuori, ma i libri, i giornali, il cinema, i corsi multimediali, i viaggi e i giochi continuiamo a comprarli instancabilmente. Mi sorge spontanea una domanda: ma non è che l’uomo comune si sarà un pò stufato di lavorare a vuoto per comprarsi macchine, benzina, vestiti e mobili, e ha iniziato a salvaguardare solo ciò che concerne il suo spazio liberato dal lavoro? In questa lenta e sofferta resistenza non c’è spazio per i richiami da parte del capo. Ti possono, al limite, solo licenziare per eccesso di personale. L’unico modo che hanno per parlare al cuore di tutti è investire in miliardi di pubblicità e convincerci tutti che un’auto nuova, un sofà all’ultimo grido e un pieno pagato alle Sette Sorelle con raccolta punti, sono ancor oggi le cose per cui vale la pena vivere e lavorare. Finchè continueremo a comprare libri, scattare foto, guardare film, giocare a golf, girovagare in Second Life e ad alimentare in ogni modo possibile i nostri immaginari e desideri, sono convinto che quelle automobili, quei mobili e quel petrolio non ci (ri)porteranno sicuramente in un mondo migliore. Sapere che il mondo non è in crisi solo perché quei farabutti di superman delle superclass stanno “bene”, non mi fa sentire meglio e prima di tutto non mi convince. Ragioniamo invece su come produrre per e con il tempo libero, la nostra humanitas è imprigionata lì, liberiamola.


Articolo 3

23Gen09

Anche se nell’articolo 3 della nostra Costituzione manca ancora la specifica sull’orientamento sessuale, possiamo dire che l’essenza della nostra democrazia sta tutta concentrata in quelle poche parole “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Concepita nel secondo dopoguerra da persone con un’idea profonda dello Stato, la Costituzione Italiana è il sunto dei contributi di area cattolica, confrontati e modulati con i contributi dell’area di sinistra. La giustizia sociale è stato il vero ambito in cui è nata e cresciuta la cultura di sinistra. Le più grandi lezioni di sinistra ricordo di averle avute leggendo don Lorenzo Milani al liceo e Noberto Bobbio nei primi anni di università. Sono loro ad avermi infuso un forte senso di giustizia, di ripudio di ogni discriminazione e di rispetto dei diritti civili e politici. In tutti questi decenni di vita democratica, l’articolo 3 della Costituzione resta un miraggio: non si è riusciti nemmeno a farne una bandiera per il proprio agire politico, tanto al centro quanto a sinistra. Porre l’accento su quelli che comunemente in tutto il mondo chiamano diritti umani dovrebbe essere al primo posto nella graduatoria dei valori condivisi all’interno di tutti i partiti che fondano la loro esistenza sulla giustizia sociale. E invece così non è, e non è stato. C’è voluto un cambio di guardia oltreoceano per sentir parlare di punizione della tortura per la prima volta dopo tanti anni. Quello che è considerato uno strumento barbaro al servizio di una legge marziale che considera nemico chiunque sia tacciato di sospetto, è stato ripudiato in accordi internazionali, quando il lume della ragione pose fine agli orrori della Seconda Guerra mondiale. Eppure ancor oggi in Italia non c’è una legge che dichiaratamente punisca la tortura. Nemmeno dopo gli episodi di “macelleria messicana” messi in atto durante il G8 di Genova. E, purtroppo, nemmeno nella coscienza dei nostri governanti è valso a qualcosa il grido di richiesta di asilo politico nei molti casi in cui abbiamo rispedito nelle rispettive patrie soggetti che sicuramente sarebbero stati torturati. A macchiarsi di azioni di questo tipo sono stati anche governi di sinistra e a testimoniarlo ci sono gli accreditati monitoraggi realizzati da Amnesty International. Una politica che prenda sul serio queste istanze, che indichi la strada per un mondo privo di discriminazioni, in questo momento è totalmente assente. Non costerebbe nulla da un punto di vista economico. Resta solo la macroscopica superficialità con cui questi aspetti di primaria importanza vengono trattati. Come può dirsi democratico un paese che non garantisce un rapido processo? Come può dirsi democratico un paese in cui il sovraffollamento carcerario riduce parte della popolazione in condizioni spaventose, contro ogni accordo internazionale? Come può dirsi democratico un paese in cui l’approdo continuo di clandestini viene gestito in modo raffazzonato e spesso con coloriture razziste da far venire i brividi? In tutti questi decenni di vita democratica, le strizzate d’occhio all’articolo 3, per porre rimedio a queste impressionanti problematiche, sono state solo due: una fantomatica Commissione per i diritti umani messa in piedi da Craxi nel 1984, che avrebbe dovuto guidare il governo elaborando idee e piani d’azione e addirittura confezionare una legge organica; e una legge del 2001 a firma Michele Pinto che avrebbe risarcito le vittime di processi troppo lunghi. Entrambe si sono rivelate soluzioni di facciata, che non hanno risolto un solo problema di fondo. Sarebbe tempo di riforme di grande respiro, di cose fatte con la consapevolezza con cui quei signori dopo la guerra si sono messi ad un tavolo e hanno immaginato il futuro di questo paese. C’è bisogno di un grande senso di responsabilità e di serietà per ridare a tutti e a tutte la speranza in una politica che oggi non ha più senso chiamare di sinistra o progressista. Al presenzialismo spettacolare della destra, la sinistra sa opporre un presenzialismo istituzionale in organismi sterili. Sempre la solita routine della corsa al potere, che una volta raggiunto non si sa farne un buon uso. I vecchi nomi della sinistra, trattati oggi come scheletri in un armadio da una cultura mediatica di basso profilo, hanno sempre saputo anteporre l’interesse collettivo alle proprie carriere.


MY DESKTOP (3)

21Gen09

Ed eccomi di nuovo alle prese con la sistemazione del caos che si è creato sulla mia scrivania negli ultimi tempi. Proverò a spulciare tra il materiale presente e riportare qui di seguito alcuni passaggi interessanti o semplici descrizioni di prodotti meritevoli di attenzione.

- Imprese Sociali. Scelte individuali e interessi comuni. A cura di Vittorio Pelligra. Bruno Mondadori. 2008. 208 pagg. 19 EUR.

- Costruire la propria vita. Ulrich Beck. Il Mulino. 2008. 158 pagg. 9 EUR.

Le istituzioni culturali transalpine non smebrano risentire affatto degli effetti della crisi. Anzi, per i francesi sembrano addirittura diventate un ottimo antidoto contro la recessione: toglieteci tutto ma non la cultura. Mentre ad un forum ad Avignone duecentocinquanta esperti discutono di come la cultura può essere un fattore di crescita, il consumo degli ultimi due mesi rileva dati confortanti. I francesi spendono mediamente 1.025 euro l’anno per mostre, teatro, cinema, musica e libri e nei sondaggi dichiarano di volerli superare. L’Opera di Parigi ha un tasso di occupazione della sala di oltre il 90%, la discussa mostra di Jeff Koons a Versailles ha atirato già duecentomila visistatori in due mesi, Picasso al Grand Palais ne fa cinquemila al giorno. Una bella lezione dalla Francia, comme d’habitude..
[Léna Lutaud - Le FIgaro - 17 gennaio 2008]

- il nuovo Master 24 – gestione e strategia d’impresa – le competenze manageriali – l’arte di comunicare e public speaking (dvd + libro + web) il sole 24 ore. 12,90 EUR (1^ uscita di 20)

A rivederlo oggi, questo raro clip di Warhol sembra un pò banale, ci si aspetterebbe qualcosa di realmente avanguardistico da uno dei padri della Pop Art. Hello Again – dove compare l’artista stesso nei panni del barman e altri personaggi del mondo della moda e della trasgressione newyorkese – fa un largo uso del chromakey, con interventi di animazione e di lettering. Una sequenza in uno sgranato b/n di due che si baciano non può non ricordare il suo film Kiss. Il clip è tra l’altro preceduto da un prologo dove alcuni giovani vengono intervistati da un conduttore tv a proposito di sesso e violenza. Warhol – autore anche di Movie per Loredana Bertè e Misfit per i Curiosity Killed The Cat – si riteneva in ogni caso soddisfatto del lavoro. Sempre nei diari, nello stesso periodo, annotava: “l’hanno ritrasmesso ed è ancora buono. Non riesco a credere che sia stato fatto proprio da noi. Mi è difficile accettare che dopo questo mai nessuno ci abbia più chiesto di fare video”. Un duro colpo per uno che nutriva una smodata passione per il genere e per il luccicante mondo di MTV.
USA, 1984, 4′30”, musica: The Cars, regia: Andy Warhol e Don Munroe, fonte YOUTUBE.
[recensito su Alias da Bruno di Marino,  29 novembre 2008]

- Il lancio del nano, e altri esercizi di filosofia minima. Armando Massarenti. Guanda. 2006.186 pagg. 12 EUR.

Vivie, una ragazza moderna, spensierata ma retta, scopre che la madre deve la sua ricchezza ai proventi di varie case di malaffare sparse in tutto il continente europeo. Ne è inorridita e ha un vivace scontro con lei: ma la signora Warren le dimostra che non lei  con la sua “professione” ma la società, con la sua morale fatta di compromessi e di ipocrisie, è la responsabile di certi mali: non è con il punire le vittime che è possibile correggerli. Vivie comprende la logica della madre, ma non può continuare a vivere con lei una volta appurato che non intende ritirarsi dalla sua redditizia attività. Le dice addio, decisa a vivere del suo lavoro di impiegata  e indipendente da lei.
La Professione della Signora Warren (1894) commedia di G. B. Shaw.
[tratto da La nuova Enciclopedia della Letteratura - Garzanti]

Chi volesse disporre di una guida ragionata al ‘68, senza però sobbarcarsi l’onere di decifrare quanto di storia e quanto di memoria c’è dentro, potrà utilmente consultare “il Sessantotto. Una breve storia“, di Marica Tolomelli (Carocci, pp.141, 12,50 EUR). Storica che non ha vissuto quegli eventi perché non era ancora nata, Tolomelli si trova ad affrontare un problema sul quale, non a caso, glissano molti degli storici ch einvece l’hanno vissuto in prima persona, cioè quello di dover delimitare l’oggetto del proprio studio, sia in senso spaziale che temporale. Lasciando al lettore il piacere di scoprire e giudicare da sé la soluzione argomentata dall’autrice, segnaliamo qui i capitoli dedicati alla transizione del ‘68 “da evento a oggetto di studio”, dove Tolomelli non solo ripercorre le diverse interpretazioni che ne sono state date allo scoccare di ogni decennio, ma si sofferma anche sul dibattito più recente intorno ai suoi effetti di medio-lungo periodo. In questo quarantennale sono state tuttavia molte le pubblicazioni che ripercorrono le vicende di quel movimento. In primo luogo va segnalata la ripubblicazione del volume di Luisa Passerini “Autoritratto di gruppo” (Giunti, collana Astra Pocket, 5,90 EUR)
[il Manifesto - 17 giugno 2008]

www.bookchannel.it è un nuovo canale interamente dedicato ai libri, disponibile gratuitamente su internet. Una televisione che si guarda sullo schermo del computer e che, al posto della pubblicità e del telegiornale manda in onda i booktrailers e “Leggendario”, la trasmissione tv sui librie sul piacere di acquistarli, nata dall’esperienza degli autori della trasmissione di Sky 848 e per iniziativa della Femento Film. Si tratta di una tv tematica che non parla di tutto a tutti ma che si rivolge solo a lettori appassionati e professionisti del mondo lavorativo interessati ai libri, andando incontro a un pubblico che chiede contenuti qualificati, aggiornamento, intrattenimento ad alto valore formativo. Una televisione che utilizza contemporaneamente la trasmissione in streaming e la modalità on demand, affiancando alla programmazione tradizionale di una normale tv, offrendo quindi la possibilità di crearsi un palinsesto personalizzato. Quello del libro è un mercato sempre in movimento: in Italia si vendono circa 100 milioni di copie e si stampano sette nuovi titoli al giorno. Negli ultimi anni sono nati i booktrailers, i libri on-line, gli audiolibri, gli e-book, è esplosa una sterminata produzione saggistica dedicata ai nuovi media, è fiorita una nuova letteratura ispirata ai linguaggi delle ultime tecnologie. A dispetto di tutte le previsioni apocalittiche i libri non sono scomparsi ma hanno incontrato i nuovi mezzi di comunicazione.
[Alberto Caerlo - il Manifesto 12 luglio 2008]

Il 21 settembre 1888 Friedrich Nietzsche arrivò a Torino, fuggendo l’Engadina in preda all’alluvione. Era la seconda volta che giungeva nell’antica capitale sabauda: ma questa volta essa lo affascinò completamente. L’aria fresca, tersa, limpida, le foglie dorate e brune degli alberi, il fondale già bianco delle montagne: gli piaceva di vivere in mezzo ai colori di un Claude Lorrain infinitamente prolungato. C’era nell’aria un benessere quieto ed etereo. Il pomeriggio passeggiava lungo i viali alberati sul Po, che l’autunno aveva appena sfiorato. Amava le strade dritte e larghe, la bellezza delle grandi piazze, gli edifici regolari, la profondità quieta del silenzio. Gli pareva che Torino fosse costruita apposta per lui. Era la città dell’autunno: Dioniso, il suo dio, era il dio dell’autunno; e qui le venditrici gli offrivano meravigliosa uva di tutti i colori. Non sapeva ancora che sarebbe stato il suo ultimo, tragico autunno (Lettere da Torino, a cura di Giuliano Campioni, traduzione di Vivetta Vivarelli, Adelphi, pagg. 272, 15 EUR).
[Piero Citati - La Repubblica 12 luglio 2008]

Scrivere di situazionisti su una rivista d’arte è blasfemo. Come esporre un drago in un rettilario o vendere carne di unicorno in una macelleria. L’arte situazionista non è arte. E’ politica. E’ un tentativo disperato e collettivo di esistere. I situazionisti si posero “la domanda su come impiegare la vita”. E risposero: “Con la rivendicazione del suo pieno impiego con il gioco, con la creazione ininterrotta, con la realizzazione dell’arte”. Fu un assalto al tempo e allo spazio edificati dal capitalismo. Eterogenei tra loro come i motivi di un frattale, funestati da scissioni continue, espulsioni di massa e imitazioni più o meno riuscite, i situazionisti rappresentano ancora oggi il filo – forse l’unico – che collega l’Ottocento al Duemila: Marx, Nietzsche e Oscar Wilde a Internet. Riuscirono ad essere sempre assolutamente moderni. Disperatamente moderni. L’Internazionale situazionista nasce il 28 luglio 1957 a Cosio d’Arroscia, Imperia, da tre genitori almeno: il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista di Asger Jorn, l’Internazionale lettrista di Guy Debord e il Comitato psicogeografico di Londra di Ralph Rumney. Il primo assalto fu lanciato il 14 aprile 1958 all’Assemblea generale dei critici d’arte di Bruxelles: “Non avete più niente da dire. L’Internazionale situazionista non lascerà alcuno spazio per voi. Vi faremo morire di fame”. Erano in anticipo di almeno dieci anni. Nel 1966 diedero dell’imbecille a Jean-Paul Sartre che aveva difeso l’Urss sul “Nouvel Observateur“. Nel 1967 due testi fondamentali: La società dello spettacolo di Guy Debord e La rivoluzione del quotidiano di Raoul Vaneigem. Quando il Sessantotto arrivò, i situazionisti gli regalarono le parole, la grafica e le pratiche di lotta. Poi, nel 1972, si autodissolsero, inghiottiti dall’integralismo montante. Sopravvivono in clandestinità, quasi sempre come caricature (senza di loro, per esempio, il Punk non sarebbe mai nato), ma abitano ovunque.
[Giacomo Papi - Art e Dossier - maggio 2008]

Questa sono io nei panni di Eva/Adolf Braun/Hitler…
FS: E quest’altra chi è: tua moglie, Miss Jackie?
Noo…potrebbe, ma sono io, dopo ti spiego. L’idea era questa: Hitler non è veramente morto a Berlino. Uccide Eva lasciando il suo cadavere nel bunker assediato, in fiamme. Poi, travestito da Eva, scappa in America, si trova un lavoro in un condominio a Chicago, come addetto alla caldaia e lì si rintana. Ma siccome è roso dal senso di colpa per averla uccisa, va avanti a travestirsi da Eva. E’ una drag, vive come una donna, ma pur travestendosi non riesce a tagliarsi i baffetti, perché sono il totem del suo potere. Ho fatto un video in cui Eva/Adolf è sorpresa nel suo rifugio, va su tutte le furie e caccia in malo modo gli intrusi. Miss Jackie era scioccata dalla mia “hitlerizzazione”. Un altro video a cui sto lavorando vede persone piene di piercing impegnate in una scopata selvaggia. Sto usando una telecamera particolare, che riprende a raggi X. Quello che alla fine si vedrà saranno le ossa, gli anelli di metallo, i piercing e naturalmente i movimenti. La pelle e i muscoli no, però. Mi chiedo se anche questa sarà considerata pornografia…
[Francesco Scarpelli intervista Genesis P. Orridge - tratto da Intervista, estate 1999]

E’ probabile che l’unica parola che possa definire l’opera di Kurt Vonnegut jr., nato a Indianapolis l’11 novembre 1922 da una famiglia di architetti di origine tedesca, progettisti e costruttori delle città, laureato in biochimica, arruolato nella guerra contro Hitler, scampato al bombardamento di Dresda, studioso di antropologia a Chicago, cronista e scrittore a tempo perso, impiegato alla General Electric Company, autore di fantascienza dal 1952, romanziere, narratore, autore di moltissimi libri tradotti in tutto il mondo (quasi venti), due volte sposato e due volte separato, un solo figlio maschio di nome Mark, morto all’età di 85 dopo un tentativo di suicidio con pastiglie di antidepressivi, il 10 aprile del 2007 a New York a causa di un non precisato incidente domestico, sia: sarcasmo. Sarcasmo e non comico – e Vonnegut è anche scrittore comico. Sarcasmo e non umorismo – e i suoi libri sono carichi di umorismo. Tutto questo perché, come dice l’etimo, “sarcasmo” è “lacerare le carni”. I dizionari dicono che il sarcasmo è una ironia amara e pungente prodotta da una forma di animosità verso qualcuno. Nella nostra tradizione illustre, il sarcasmo si manifesta ogni volta che qualcuno “con finto riso, e simulate parole mostra di contentarsi di quello, che gli porge sdegno e rabbia grande”. Vonnegut era così. Basta aprire il libro postumo di racconti, tradotto da Feltrinelli, Ricordando l’apocalisse (tr. di Vincenzo Mantovani, pp. 183, 16 EUR) per trovare l’ultimo discorso pubblico tenuto dallo scrittore nella sua città natale 17 giorni prima di lasciarci per sempre. Un perfetto ragionamento alla Vonnegut, in cui anche il respiro tra le parole trasuda sarcasmo.
[Marco Belpoliti - Alias 27 settembre 2008]


Avevo acquistato una Moleskine agenda formato grande, quelle con una pagina intera a righe per ogni giorno. L’obiettivo era tornare a scrivere in forma di diario e soprattutto farlo con una penna. Dopo due settimane posso constatare che il mio proposito è ancora lì che aspetta. Lo schermo del computer ha avuto la meglio e la ormai sudicia tastiera continua a ripassare le mie impronte. Leggo ovunque che la carta è in declino. Una buona notizia per gli alberi. Una cattiva notizia per la scrittura. Pubblicare online i propri scritti significa innanzitutto farsi leggere da navigatori assuefatti dall’informazione e in cerca di qualcosa che puoi sperare di avergli dato se sei riuscito a catturare la loro attenzione nei primi trenta secondi. Si può riuscire a far questo in modo vincente se si fa un buon uso del design e dell’ipertesto. Ed ecco che non stiamo più parlando di scrittura tradizionale. Siamo di fronte a qualcosa che può essere considerata una nuova lingua. La lingua cyber. Si, quella cibernetica, quella che ha bisogno di macchine per essere rappresentata, ricordata, corretta e divulgata. E questa lingua non è fatta solo di parole, questa lingua è visceralmente connessa alle immagini. Siano esse semplici didascalie, che accattivanti font. Tutto parla. Punteggiatura. Spazi. Lunghezza degli scritti. E tutto di fretta. Non posso certo trattenere la mia attenzione su qualcosa di così evanescente come la rete, non sono di fronte a Shakespeare. Sono qui a vagliare se il modulo che mi ritrovo davanti agli occhi corrisponde al prezioso documento solitamente gratuito che accresce il mio sapere dell’infinitesima tacca di cui avevo or ora bisogno. E poi da una rete così grande e fitta mi aspetto degli approfondimenti. Leggo, mi incuriosisco. Trovo uno spunto, et voilà con un click sono subito a verificare notizie, allargare temi e orizzonti. Per cui la scrittura in questa lingua è tutta un’altra cosa. Scrivo e devo essere capace di capire cosa voleva sapere da me il lettore e quale curiosità gli ho scatenato. Più che scrivere un testo devo essere in grado di costruire un percorso di lettura. Lo scrittore dev’essere quindi un grande navigatore. Deve avere il dono della sintesi e far in modo che i link del percorso siano ben impostati e intelligibili. Deve essere in grado di “titolare” qua e là la sua scrittura. Le pagine di carta che sfogliamo in sequenza ora sono diventate una mappa. Per cui scrivere si traduce spesso nel piazzare una significativa ed attraente segnaletica su questa mappa.
Provate ad immaginare di avere tra le mani un libro giallo, ve lo gustate passo passo fino alla soluzione finale, concendendo allo scrittore la fiducia nel suo saper costruire storie e nel trasformarvi in detective. La stessa cosa non può accadere online. Nessun lettore darebbe fiducia allo scrittore di fronte a un fiume di testo solo per vivere la suspense. Il lettore online vuole subito la soluzione del giallo scritta a caratteri cubitali all’inizio. Poi un piccolo sommario per i particolari piccanti e infine una veloce scorsa al testo per vedere se qualche dialogo è ben scritto. L’intera storia non la leggerà mai. Si fa fatica a leggere su uno schermo. E se attribuissimo a tutta la scrittura online la stessa credibilità saremmo perennemente immersi in un mare di spazzatura. Grandi case editrici e grandi giornali mantengono un certo livello di autorità anche online. Ma siamo appunto ancora nella fase in cui ci si chiede se i soldi si fanno con la carta o con internet. La risposta reale non arriverà prima di dieci anni. Nel frattempo online tutti sono a caccia di questa credibilità. Fino a qualche tempo fa leggere online significava sfogliare una brochure dopo l’altra. E dopo un po’ si aveva la nausea da scrittura aziendale. Oggi in rete si sta facendo strada una scrittura più personalizzata, tutta volta a conquistare la fiducia e la credibilità nei lettori. Certo, l’aspetto delle pagine conta ancora molto, ma si intravede una possibilità di nuova vita per il testo. Non ci si può certo bloccare alla prima impressione se quello che si è trovato nel sito è qualcosa che ci ha interessati. La conquista del lettore è un’attività molto creativa in rete. E non si basa più sulle stesse antiche tecniche usate dalle librerie. La personalità e l’unicità degli scritti devono essere sempre e subito evidenti. Farsi conoscere e riconoscere è molto difficile, ma resta l’unico modo per allacciare un rapporto con qualcuno in rete. E questo nuovo ambito della scrittura non ha sicuramente dei rigidi controllori che vigilano sulla correttezza nell’uso della lingua, anzi ci si può permettere di tutto: neologismi, parole straniere, nuove variazioni della grammatica. Se questo aiuta a trasmettere un messaggio, nessuno scrittore si farebbe mai degli scrupoli. L’importante è risultare credibili e pertinenti. Se invece si pubblicano refusi, l’impressione che si avrà di questo scrittore è comunque quella del distratto o dell’ignorante. E’ bene ricordare che online l’interazione con chi legge è immediata, per cui bisogna essere pronti ed aperti a ogni tipo di confronto. Non so se è questa nuova sfida che mi ha fatto tenere la Moleskine agenda ancora intatta. Per il momento, qui,  ho solo scritto di scrivere.